mercoledì 22 maggio 2013

La ricerca della parola giusta

Finalmente abbiamo finito di scrivere la nostra storia. Bella sensazione, eh?
Superata la fase di euforia iniziale, però, verrà il momento di migliorare ciò che abbiamo scritto, di renderlo leggibile e possibilmente portarlo a un livello superiore. E dunque, liberi da preoccupazioni riguardo a trama, personaggi e così via, possiamo dedicarci a revisionare ogni pagina. In particolare, durante le fasi successive alla prima stesura, oltre a rivedere tutto il testo passandolo sotto la lente nel modo più critico possibile, sarà anche necessario controllare di aver usato le espressioni più adeguate per ciò che intendevamo dire.

Per quanto mi riguarda, le fasi della scrittura non sono mai regolari e nette. Di solito i vari passi si sovrappongono e mi capita, mentre sono ancora impegnata con la prima stesura (quella che si fa di getto), di mettermi a revisionare quello che ho scritto e di farmi prendere dalla smania di cercare le parole "giuste" nelle varie frasi. Ma dedicare a questa operazione la massima attenzione è di certo la cosa migliore.

Scegliere le parole più adatte

La differenza tra la parola giusta e la parola quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola disse Mark Twain. Di fatto, però, quando ci dedichiamo alla storia non ci soffermiamo troppo sulle singole parole. Presi dalla foga di scrivere, utilizziamo i termini così come affiorano, seguendo l'onda dell'ispirazione, unicamente concentrati sul flusso dei pensieri, sui "contenuti" più che sulla "forma". Ed è giusto così, perché riflettere sulle parole arresterebbe il processo creativo. In seguito dobbiamo però valutare meglio alcuni termini e sostituirli con altri più adatti, limando e raffinando qua e là, con l'obiettivo di massimizzare l'impatto sul lettore.
Anche se durante la prima stesura ci siamo impegnati a scelgliere le parole in base al significato che ci è sembrato più adatto, può capitare che per  abitudine, pigrizia o fretta abbiamo trascurato di cercare più a fondo, sia nel lessico che conosciamo che nel dizionario.
Molte sono le domande che dovremo farci, a questo proposito, per capire se il termine che abbiamo usato in un passaggio è il più appropriato.
  • Esprime con chiarezza e in modo inequivocabile ciò che voglio comunicare?
  • E' un termine preciso, esatto, specifico?
  • E' adatto al contesto?
  • E' in linea con lo stile del narratore o con persona che sta parlando in quel momento, se si tratta di un dialogo?

Quali sono le parole più importanti?

Non tutte le parole meritano naturalmente una cura simile. Passarle al vaglio e cesellarle una per una sarebbe impossibile, lunghissimo, estenuante e anche inutile. Meglio concentrarci sulle parole che hanno un maggiore peso nella frase, quelle che catturano l'attenzione più delle altre o quelle che sono più determinanti a livello di contenuto. Soprattutto nei passaggi più importanti della nostra storia, poi, dovremo prestare la maggiore attenzione alle parole, scegliendole in modo che evochino e trasmettano ciò che ci siamo proposti.

Attenzione alle parole preferite

Avete notato come tendiamo a usare sempre le stesse espressioni quando scriviamo? Io ho osservato che esagero nell'usare la parola "sguardo" o il verbo "percepire". Abbiamo una riserva di parole che ci piace inserire, più o meno consciamente. Anche  molti autori di un certo livello hanno i loro termini privilegiati, ma è bene fare attenzione a non abusarne (nell'insieme del testo) e sostituirle con dei sinonimi o, meglio ancora, con altre che esprimano in modo più preciso ciò che volevamo dire.

Evitare le ripetizioni

Una delle prime cose che vengono insegnate a proposito della scrittura di un testo (non necessariamente un romanzo) è quella di evitare di ripetere lo stesso termine nell'arco di una frase o di un paragrafo. Se lo abbiamo fatto, presi dalla fretta, non dobbiamo far altro che sostituirli con sinonimi o parafrasi. Ma stiamo attenti ad affidarci troppo ai sinonimi dei programmi di videoscrittura o a usare termini troppo forbiti e contorti.

Evitare le banalità e i cliché

Anche le parole abusate o troppo generiche vanno individuate e sostituite, così come quelle troppo colloquiali (a meno che non siano adeguate al personaggio che parla o al tipo di narratore). Ci sono parole che usiamo così spesso nella vita di tutti i giorni che non ci dicono più niente, quando le troviamo scritte.

Non essere pretenziosi

Scegliere con cura le parole non significa che dobbiamo cadere nell'eccesso opposto ed essere a tutti i costi ricercati o contorti, non dobbiamo andare a pescare parole arcaiche o pompose: la semplicità è sempre apprezzata dai lettori, che di certo non amano andare a consultare il dizionario mentre leggono. Noi scrittori, al contrario, dovremmo sforzarci ampliare il nostro vocabolario, arricchirlo, in modo da scegliere l'espressione più calzante tra un'ampia gamma di sfumature.

Usare termini tecnici

Le cose vanno sempre chiamate con il loro nome, quindi se esiste un termine specifico va cercato e usato. Ciò è tanto più valido se la storia che stiamo scrivendo si svolge in un ambito preciso o se il protagonista è un esperto in un determinato campo. Questa necessità di precisione si deve in qualche modo conciliare però con quella di rendere comprensibile a tutti il testo, quindi è meglio non abusare di questa terminologia.

Scegliere le parole per il loro "suono"

Nella poesia l'uso delle parole non si limita al semplice significato, ma tiene conto anche alla loro sonorità, delle sensazioni che esse sono in grado di suscitare. Nella prosa ciò accade più di rado, ma è una possibilità di cui dovremo tenere conto, per esempio in alcune descrizioni che riteniamo importanti, attraverso le quali vogliamo lasciare sul lettore una specifica impressione, quando vogliamo "suggerire" piuttosto che mostrare chiaramente.

Uso non convenzionale dei termini

Se volessimo portare a un livello più alto la nostra scrittura, potremmo provare a introdurre qualche parola al di fuori del suo contesto, per un impatto ancora maggiore. Non è facile e si rischia di cadere nel ridicolo o nell'esagerare e rendere il testo pesante da leggere.
Un esempio semplice che ho letto di recente è questo: "Il fiume scorreva ben educato...". Di certo non si dice che un fiume è educato o maleducato, eppure questo uso non convenzionale rende bene l'idea di un corso d'acqua che scorre in modo pacato e regolare.

E voi quanto tempoe cura dedicate alle parole? Vi soffermate a sceglierle o preferite un tipo di scrittura più spontanea?

Anima di carta


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Finalmente abbiamo finito di scrivere la nostra storia. Bella sensazione, eh?
Superata la fase di euforia iniziale, però, verrà il momento di migliorare ciò che abbiamo scritto, di renderlo leggibile e possibilmente portarlo a un livello superiore. E dunque, liberi da preoccupazioni riguardo a trama, personaggi e così via, possiamo dedicarci a revisionare ogni pagina. In particolare, durante le fasi successive alla prima stesura, oltre a rivedere tutto il testo passandolo sotto la lente nel modo più critico possibile, sarà anche necessario controllare di aver usato le espressioni più adeguate per ciò che intendevamo dire.

Per quanto mi riguarda, le fasi della scrittura non sono mai regolari e nette. Di solito i vari passi si sovrappongono e mi capita, mentre sono ancora impegnata con la prima stesura (quella che si fa di getto), di mettermi a revisionare quello che ho scritto e di farmi prendere dalla smania di cercare le parole "giuste" nelle varie frasi. Ma dedicare a questa operazione la massima attenzione è di certo la cosa migliore.

Scegliere le parole più adatte

La differenza tra la parola giusta e la parola quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola disse Mark Twain. Di fatto, però, quando ci dedichiamo alla storia non ci soffermiamo troppo sulle singole parole. Presi dalla foga di scrivere, utilizziamo i termini così come affiorano, seguendo l'onda dell'ispirazione, unicamente concentrati sul flusso dei pensieri, sui "contenuti" più che sulla "forma". Ed è giusto così, perché riflettere sulle parole arresterebbe il processo creativo. In seguito dobbiamo però valutare meglio alcuni termini e sostituirli con altri più adatti, limando e raffinando qua e là, con l'obiettivo di massimizzare l'impatto sul lettore.
Anche se durante la prima stesura ci siamo impegnati a scelgliere le parole in base al significato che ci è sembrato più adatto, può capitare che per  abitudine, pigrizia o fretta abbiamo trascurato di cercare più a fondo, sia nel lessico che conosciamo che nel dizionario.
Molte sono le domande che dovremo farci, a questo proposito, per capire se il termine che abbiamo usato in un passaggio è il più appropriato.
  • Esprime con chiarezza e in modo inequivocabile ciò che voglio comunicare?
  • E' un termine preciso, esatto, specifico?
  • E' adatto al contesto?
  • E' in linea con lo stile del narratore o con persona che sta parlando in quel momento, se si tratta di un dialogo?

Quali sono le parole più importanti?

Non tutte le parole meritano naturalmente una cura simile. Passarle al vaglio e cesellarle una per una sarebbe impossibile, lunghissimo, estenuante e anche inutile. Meglio concentrarci sulle parole che hanno un maggiore peso nella frase, quelle che catturano l'attenzione più delle altre o quelle che sono più determinanti a livello di contenuto. Soprattutto nei passaggi più importanti della nostra storia, poi, dovremo prestare la maggiore attenzione alle parole, scegliendole in modo che evochino e trasmettano ciò che ci siamo proposti.

Attenzione alle parole preferite

Avete notato come tendiamo a usare sempre le stesse espressioni quando scriviamo? Io ho osservato che esagero nell'usare la parola "sguardo" o il verbo "percepire". Abbiamo una riserva di parole che ci piace inserire, più o meno consciamente. Anche  molti autori di un certo livello hanno i loro termini privilegiati, ma è bene fare attenzione a non abusarne (nell'insieme del testo) e sostituirle con dei sinonimi o, meglio ancora, con altre che esprimano in modo più preciso ciò che volevamo dire.

Evitare le ripetizioni

Una delle prime cose che vengono insegnate a proposito della scrittura di un testo (non necessariamente un romanzo) è quella di evitare di ripetere lo stesso termine nell'arco di una frase o di un paragrafo. Se lo abbiamo fatto, presi dalla fretta, non dobbiamo far altro che sostituirli con sinonimi o parafrasi. Ma stiamo attenti ad affidarci troppo ai sinonimi dei programmi di videoscrittura o a usare termini troppo forbiti e contorti.

Evitare le banalità e i cliché

Anche le parole abusate o troppo generiche vanno individuate e sostituite, così come quelle troppo colloquiali (a meno che non siano adeguate al personaggio che parla o al tipo di narratore). Ci sono parole che usiamo così spesso nella vita di tutti i giorni che non ci dicono più niente, quando le troviamo scritte.

Non essere pretenziosi

Scegliere con cura le parole non significa che dobbiamo cadere nell'eccesso opposto ed essere a tutti i costi ricercati o contorti, non dobbiamo andare a pescare parole arcaiche o pompose: la semplicità è sempre apprezzata dai lettori, che di certo non amano andare a consultare il dizionario mentre leggono. Noi scrittori, al contrario, dovremmo sforzarci ampliare il nostro vocabolario, arricchirlo, in modo da scegliere l'espressione più calzante tra un'ampia gamma di sfumature.

Usare termini tecnici

Le cose vanno sempre chiamate con il loro nome, quindi se esiste un termine specifico va cercato e usato. Ciò è tanto più valido se la storia che stiamo scrivendo si svolge in un ambito preciso o se il protagonista è un esperto in un determinato campo. Questa necessità di precisione si deve in qualche modo conciliare però con quella di rendere comprensibile a tutti il testo, quindi è meglio non abusare di questa terminologia.

Scegliere le parole per il loro "suono"

Nella poesia l'uso delle parole non si limita al semplice significato, ma tiene conto anche alla loro sonorità, delle sensazioni che esse sono in grado di suscitare. Nella prosa ciò accade più di rado, ma è una possibilità di cui dovremo tenere conto, per esempio in alcune descrizioni che riteniamo importanti, attraverso le quali vogliamo lasciare sul lettore una specifica impressione, quando vogliamo "suggerire" piuttosto che mostrare chiaramente.

Uso non convenzionale dei termini

Se volessimo portare a un livello più alto la nostra scrittura, potremmo provare a introdurre qualche parola al di fuori del suo contesto, per un impatto ancora maggiore. Non è facile e si rischia di cadere nel ridicolo o nell'esagerare e rendere il testo pesante da leggere.
Un esempio semplice che ho letto di recente è questo: "Il fiume scorreva ben educato...". Di certo non si dice che un fiume è educato o maleducato, eppure questo uso non convenzionale rende bene l'idea di un corso d'acqua che scorre in modo pacato e regolare.

E voi quanto tempoe cura dedicate alle parole? Vi soffermate a sceglierle o preferite un tipo di scrittura più spontanea?

Anima di carta


martedì 21 maggio 2013

Scrittura al femminile

Oggi si parla di scrittura al femminile sul sito Pennablu.it, attraverso gli interventi di dieci autrici italiane, tra cui anche io, che hanno espresso il loro parere sull'argomento rispondendo a queste domande:
  • Come può cambiare, secondo te, la scrittura da quando sempre più donne impugnano la penna?
  • Ritieni che siano riuscite ad avere un loro spazio nell'editoria?
  • Che cosa puoi fare, tu, in futuro, per migliorarti come scrittrice?
Ringraziando Daniele Imperi che mi ha ospitata, vi invito a leggere il post:
http://pennablu.it/scrittura-al-femminile/.

Anima di carta
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Oggi si parla di scrittura al femminile sul sito Pennablu.it, attraverso gli interventi di dieci autrici italiane, tra cui anche io, che hanno espresso il loro parere sull'argomento rispondendo a queste domande:
  • Come può cambiare, secondo te, la scrittura da quando sempre più donne impugnano la penna?
  • Ritieni che siano riuscite ad avere un loro spazio nell'editoria?
  • Che cosa puoi fare, tu, in futuro, per migliorarti come scrittrice?
Ringraziando Daniele Imperi che mi ha ospitata, vi invito a leggere il post:
http://pennablu.it/scrittura-al-femminile/.

Anima di carta

lunedì 13 maggio 2013

L'arco di trasformazione del personaggio

Immagine tratta da "The Truman show"

Se ci guardiamo intorno, se guardiamo noi stessi e chi ci sta accanto, possiamo osservare che le persone sono in continuo cambiamento. Cambia l'approccio alla realtà, il rapportarsi al prossimo, i sentimenti, i modi di pensare, ecc. Sono le circostanze in cui veniamo a trovarci, gli eventi esterni, le prove e così via a spingerci a modificare noi stessi o la nostra vita, più raramente il cambiamento parte dalla nostra volontà.
Personalmente non credo che le persone possano diventare totalmente diverse da quello che sono, a livello di temperamento per esempio, ma è un fatto che non restiamo immobili di fronte a ciò che succede.

E' anche un fatto che i cambiamenti affascinano, emozionano fortemente chi vi assiste, chi ne è testimone, tanto che nella letteratura e nel cinema si punta molto su quello che si chiama arco di trasformazione del personaggio. In pratica si tratta di un percorso interiore (una sorta di viaggio) che il protagonista compie nel corso della storia attraverso eventi e scoperte fino a un cambiamento finale.

La necessità del cambiamento in una storia

Quando ideiamo una storia (e ciò vale per qualsiasi forma narrativa, si tratti di romanzi, racconti, film, ecc.)  è fondamentale prevedere lo svolgersi di un percorso di cambiamento da parte di chi vive la storia stessa, del protagonista. Se non c'è cambiamento, oltre a generare un personaggio piatto, senza spessore e profondità, stiamo creando una serie di eventi che si intrecciano tra loro senza conseguenze.
Io credo che definire il tipo di trasformazione sia importante anche in quanto è legato a doppio filo al messaggio che vogliamo mandare al lettore (o spettatore): cosa voglio dire con questa storia? Una volta che abbiamo risposto a questa domanda, anche il tipo di trasformazione ci sarà chiaro.

La crisi iniziale

E' la storia stessa che determina il percorso di trasformazione, in un certo senso il protagonista è costretto dagli eventi a modificare qualcosa in sè o nella propria vita, a partire da un punto di partenza, un momento di crisi: è costretto ad affrontare una destabilizzazione degli equilibri, non necessariamente in modo consapevole.
Per esempio in The Truman Show (film che amo moltissimo), alcuni strani avvenimenti che Truman nota all'inizio mettono in discussione il suo mondo, scatenando in lui il desiderio di fuga, mentre la realtà intorno a lui si sgretola, fino alla presa di coscienza e al conseguente cambiamento finale, liberatorio.

Il cambiamento non è mai facile

Quando gli equilibri vengono rotti da una crisi iniziale, il protagonista non può più contare sul vecchio status quo e viene spinto a iniziare il suo viaggio (metaforico o reale), ma questo lo costringe anche ad affrontare qualcosa di nuovo, sconosciuto, imprevedibile. Viene messo di fronte alle sue paure.
Quando il passaggio dalla crisi iniziale alla risoluzione finale è troppo rapido, poco sviluppato e magari persino immotivato, la delusione di chi vi assiste è forte. Inoltre, anche quando il protagonista comprende la necessità del cambiamento, questo non deve mai essere a portata di mano. Ne va tenuto conto, nel mettere a punto la storia.

Risoluzione e cambiamento

L'arco di trasformazione giunge a compimento quando il conflitto principale nella storia si conclude. Non si tratta necessariamente di uno stravolgimento radicale o positivo. Quello è che è sicuro è che deve essere coerente con l'insieme della storia e con il carattere del personaggio.
A proposito del finale di una storia ho scritto tempo fa questo post:  Tirare le somme: ovvero la conclusione di una storia.

Anche i personaggi secondari cambiano?

Tutto ciò che accade al protagonista ha un impatto sugli altri personaggi. Dunque neppure loro rimangono gli stessi, soprattutto se devono affrontare le conseguenze di ciò che fa e pensa il protagonista. Se poi c'è anche per loro un percorso di trasformazione, che rispecchia e si intreccia con quello del protagonista, ciò non può che giovare alla storia e arricchirla.

L'arco di trasformazione: una sfida per chi scrive

Personalmente non mi ero mai posta granché il problema dell'arco di trasformazione, non almeno in modo chiaro. Il libro che sto scrivendo attualmente mi ha spinto a farlo, perché quando ho cominciato a tracciare la storia ho capito che questa ruotava proprio intorno a un cambiamento molto importante e profondo dei due protagonisti. Sapevo come andava a finire, conoscevo in modo chiaro la crisi iniziale e la risoluzione, ma non sapevo cosa c'era in mezzo. Come arrivano i due protagonisti dal punto A al punto B? Attraverso quali vicende? Cosa poteva spingerli a un simile, radicale, stravolgimento della loro vita? Questa è stata, anzi è tuttora, una vera sfida, ma anche un grande stimolo. E' interessante accompagnare a piccoli passi il protagonista verso la meta finale.

Con questo post non volevo certo esaurire questo complesso argomento della scrittura creativa (esiste anche un libro dedicato all'arco di trasformazione del personaggio, edito da Dino Audino Editore, che mi propongo prima o poi di leggere), ma intendevo dare soprattutto qualche spunto di riflessione.

E voi come affrontate i cambiamenti dei protagonisti delle storie che scrivete?

Anima di carta
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Immagine tratta da "The Truman show"

Se ci guardiamo intorno, se guardiamo noi stessi e chi ci sta accanto, possiamo osservare che le persone sono in continuo cambiamento. Cambia l'approccio alla realtà, il rapportarsi al prossimo, i sentimenti, i modi di pensare, ecc. Sono le circostanze in cui veniamo a trovarci, gli eventi esterni, le prove e così via a spingerci a modificare noi stessi o la nostra vita, più raramente il cambiamento parte dalla nostra volontà.
Personalmente non credo che le persone possano diventare totalmente diverse da quello che sono, a livello di temperamento per esempio, ma è un fatto che non restiamo immobili di fronte a ciò che succede.

E' anche un fatto che i cambiamenti affascinano, emozionano fortemente chi vi assiste, chi ne è testimone, tanto che nella letteratura e nel cinema si punta molto su quello che si chiama arco di trasformazione del personaggio. In pratica si tratta di un percorso interiore (una sorta di viaggio) che il protagonista compie nel corso della storia attraverso eventi e scoperte fino a un cambiamento finale.

La necessità del cambiamento in una storia

Quando ideiamo una storia (e ciò vale per qualsiasi forma narrativa, si tratti di romanzi, racconti, film, ecc.)  è fondamentale prevedere lo svolgersi di un percorso di cambiamento da parte di chi vive la storia stessa, del protagonista. Se non c'è cambiamento, oltre a generare un personaggio piatto, senza spessore e profondità, stiamo creando una serie di eventi che si intrecciano tra loro senza conseguenze.
Io credo che definire il tipo di trasformazione sia importante anche in quanto è legato a doppio filo al messaggio che vogliamo mandare al lettore (o spettatore): cosa voglio dire con questa storia? Una volta che abbiamo risposto a questa domanda, anche il tipo di trasformazione ci sarà chiaro.

La crisi iniziale

E' la storia stessa che determina il percorso di trasformazione, in un certo senso il protagonista è costretto dagli eventi a modificare qualcosa in sè o nella propria vita, a partire da un punto di partenza, un momento di crisi: è costretto ad affrontare una destabilizzazione degli equilibri, non necessariamente in modo consapevole.
Per esempio in The Truman Show (film che amo moltissimo), alcuni strani avvenimenti che Truman nota all'inizio mettono in discussione il suo mondo, scatenando in lui il desiderio di fuga, mentre la realtà intorno a lui si sgretola, fino alla presa di coscienza e al conseguente cambiamento finale, liberatorio.

Il cambiamento non è mai facile

Quando gli equilibri vengono rotti da una crisi iniziale, il protagonista non può più contare sul vecchio status quo e viene spinto a iniziare il suo viaggio (metaforico o reale), ma questo lo costringe anche ad affrontare qualcosa di nuovo, sconosciuto, imprevedibile. Viene messo di fronte alle sue paure.
Quando il passaggio dalla crisi iniziale alla risoluzione finale è troppo rapido, poco sviluppato e magari persino immotivato, la delusione di chi vi assiste è forte. Inoltre, anche quando il protagonista comprende la necessità del cambiamento, questo non deve mai essere a portata di mano. Ne va tenuto conto, nel mettere a punto la storia.

Risoluzione e cambiamento

L'arco di trasformazione giunge a compimento quando il conflitto principale nella storia si conclude. Non si tratta necessariamente di uno stravolgimento radicale o positivo. Quello è che è sicuro è che deve essere coerente con l'insieme della storia e con il carattere del personaggio.
A proposito del finale di una storia ho scritto tempo fa questo post:  Tirare le somme: ovvero la conclusione di una storia.

Anche i personaggi secondari cambiano?

Tutto ciò che accade al protagonista ha un impatto sugli altri personaggi. Dunque neppure loro rimangono gli stessi, soprattutto se devono affrontare le conseguenze di ciò che fa e pensa il protagonista. Se poi c'è anche per loro un percorso di trasformazione, che rispecchia e si intreccia con quello del protagonista, ciò non può che giovare alla storia e arricchirla.

L'arco di trasformazione: una sfida per chi scrive

Personalmente non mi ero mai posta granché il problema dell'arco di trasformazione, non almeno in modo chiaro. Il libro che sto scrivendo attualmente mi ha spinto a farlo, perché quando ho cominciato a tracciare la storia ho capito che questa ruotava proprio intorno a un cambiamento molto importante e profondo dei due protagonisti. Sapevo come andava a finire, conoscevo in modo chiaro la crisi iniziale e la risoluzione, ma non sapevo cosa c'era in mezzo. Come arrivano i due protagonisti dal punto A al punto B? Attraverso quali vicende? Cosa poteva spingerli a un simile, radicale, stravolgimento della loro vita? Questa è stata, anzi è tuttora, una vera sfida, ma anche un grande stimolo. E' interessante accompagnare a piccoli passi il protagonista verso la meta finale.

Con questo post non volevo certo esaurire questo complesso argomento della scrittura creativa (esiste anche un libro dedicato all'arco di trasformazione del personaggio, edito da Dino Audino Editore, che mi propongo prima o poi di leggere), ma intendevo dare soprattutto qualche spunto di riflessione.

E voi come affrontate i cambiamenti dei protagonisti delle storie che scrivete?

Anima di carta

martedì 7 maggio 2013

Come aprire e chiudere un capitolo in un romanzo

Una volta mi sono imbattuta in un romanzo senza capitoli. Lì per lì ho pensato che fosse un’idea originale, per poi capire – dopo una breve lettura – che una soluzione del genere rendeva la storia un po' sgradevole.
La suddivisione in capitoli è solo una possibilità, non un obbligo, ma è comunque una convenzione che ha il suo perché e i suoi vantaggi.
A meno che non abbiamo optato per qualche soluzione alternativa (che magari potrebbe adattarsi a particolari tipi di storie), dunque, potremmo chiederci: qual è il modo migliore di gestire i capitoli?

Perché dividere in capitoli la storia?


La suddivisione in capitoli in un romanzo non è solo una convenzione, ma ha la sua utilità. È importante concedere al lettore delle pause, dargli modo di riprendere fiato. La lettura deve risultate agevole, scorrevole, deve essere uno svago e non una fatica. Dunque facilitiamo la lettura se ogni tanto la spezziamo.

L’importanza dell’apertura e della chiusura


Da un punto di vista psicologico siamo portati a incentrare l’attenzione prima di tutto sulla fine, secondariamente sull'inizio e ancor meno sulla parte che sta in mezzo. Apertura e chiusura di un capitolo dunque sono le parti più importanti per il lettore, quelle che hanno un maggiore impatto e restano più impresse. Dunque, quando scriviamo un libro, è importante dare il giusto rilievo a questi due punti. E tra le due, la chiusura è la parte più importante, anche in considerazione del fatto che si tende a terminare una lettura proprio alla fine del capitolo o a volte dove si presenta uno stacco “fisico”, come un segno di paragrafo bianco. E sarà questa parte a rimanere più impressa nel lettore. Una fine debole, fiacca e tranquilla di certo lo invoglia a continuare la storia.

La chiusura naturale di un capitolo


Quando interrompere? Quando concludere un capitolo? Con il tempo e l’esperienza, ovvero dopo molte ore di scrittura alle spalle, si arriva a intuire quando è il momento di fermarci, si acquista un “senso” appropriato. In generale, la fine di una scena potrebbe teoricamente essere la naturale chiusura. Dal momento che un capitolo è una piccola unità dell'intera storia, la scelta più logica è quella di interromperlo quando una piccola porzione della stessa storia ha fine, come in un saggio si conclude quando termina un argomento. Ma è sempre questa la soluzione migliore?

Interrompere una scena


Dal momento che il lettore è portato a interrompere la lettura proprio alla fine di un capitolo e che la quella fine gli resterà impressa, la maggior parte degli scrittori adottano il trucco di porre uno stacco proprio nel bel mezzo di una scena, magari al punto in cui viene fatta un'importante rivelazione o "sul più bello". E' una soluzione adottata molto anche nei film e nelle serie tv.
Esempi di interruzione ad effetto:
  • rivelazione importante
  • colpo di scena
  • arrivo improvviso di qualcuno
  • rovesciamento di una situazione
  • circostanze in cui la tensione è molto alta
Qualche idea la potete trovare anche nel mio post Come risvegliare l'interesse del lettore.

Come aprire un capitolo?


L’apertura di un capitolo non ha lo stesso valore di un incipit ma è comunque importante, perché come dicevo sopra facciamo molta attenzione all'inizio, in quanto lettori, e dunque è bene riservargli una certa enfasi.
Se abbiamo interrotto la scena nel capitolo precedente proprio nel punto più importante, si potrebbe riprendere da lì. Oppure no... e tenere il lettore ancora un po' in uno stato di sospensione, passando momentaneamente ad altro, se la storia lo consente.
Se c'è stato un cambiamento di luogo e di tempo, dovremmo usare l'inizio del capitolo per fornire le nuove coordinate. In modo particolare ciò può essere utile se c'è stato un forte salto temporale.
Spesso a me capita di aprire caratterizzando il "dove" o il "quando" della scena che sto per ritrarre in quel capitolo, per inquadrarla.
Esempi di caratterizzazione iniziale:
  • il luogo dell'azione (dove)
  • il tempo dell'azione (quando)
  • tempo atmosferico, clima 
Altro ottimo modo per aprire un capitolo è quello di usare un dialogo, una soluzione che rende l'atmosfera sicuramente più vivace e dinamica.

Se c'è più di un punto di vista nella storia, inoltre, è bene che l'apartura del capitolo chiarisca senza possibilità di dubbi qual è il punto di vista che stiamo adottando.

Suddividere i capitoli secondo uno schema predefinito


Ho adottato questa soluzione nel mio primo romanzo: ogni capitolo è dedicato a una carta dei Tarocchi. In realtà non si tratta di uno schema rigido perché di fatto l'interruzione del capitolo ha poi seguito anche altre (mie) regole, ma in generale è possibile decidere a priori di riservare ogni porzione del nostro romanzo a qualcosa di definito.
Per esempio un capitolo può essere dedicato a:
  • un periodo di tempo
  • un punto di vista di un personaggio (se ne abbiamo più di uno)
  • una località speficica (per esempio se si racconta di un viaggio)
In un romanzo che poi ho interrotto avevo deciso di racchiudere una giornata in ogni capitolo. So per certo che quando riprenderò la scrittura di quella storia non mi atterrò più a quella decisione, perché ne veniva fuori una grande noia! Provate a immaginare di terminare un capitolo sempre con il protagonista che va a dormire e di riaprire la scena con un risveglio... Per fortuna sbagliando si impara :)
C'è da dire che per quanto la soluzione di schematizzare sembri comoda, in quanto ci solleva dalla difficoltà di capire quando interrompere, è molto coercitiva, lascia poca libertà d'azione.

E' davvero necessario un capitolo?


Infine, forse, dovremo chiederci se è proprio necessario, al punto in cui siamo, un nuovo capitolo. A volte basta semplicemente uno stacco, un segno di paragrafo, per far riprendere fiato al lettore.

E voi come aprite e chiudete un capitolo? O avete deciso di fare addirittura a meno di questa convenzione?

Anima di carta
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Una volta mi sono imbattuta in un romanzo senza capitoli. Lì per lì ho pensato che fosse un’idea originale, per poi capire – dopo una breve lettura – che una soluzione del genere rendeva la storia un po' sgradevole.
La suddivisione in capitoli è solo una possibilità, non un obbligo, ma è comunque una convenzione che ha il suo perché e i suoi vantaggi.
A meno che non abbiamo optato per qualche soluzione alternativa (che magari potrebbe adattarsi a particolari tipi di storie), dunque, potremmo chiederci: qual è il modo migliore di gestire i capitoli?

Perché dividere in capitoli la storia?


La suddivisione in capitoli in un romanzo non è solo una convenzione, ma ha la sua utilità. È importante concedere al lettore delle pause, dargli modo di riprendere fiato. La lettura deve risultate agevole, scorrevole, deve essere uno svago e non una fatica. Dunque facilitiamo la lettura se ogni tanto la spezziamo.

L’importanza dell’apertura e della chiusura


Da un punto di vista psicologico siamo portati a incentrare l’attenzione prima di tutto sulla fine, secondariamente sull'inizio e ancor meno sulla parte che sta in mezzo. Apertura e chiusura di un capitolo dunque sono le parti più importanti per il lettore, quelle che hanno un maggiore impatto e restano più impresse. Dunque, quando scriviamo un libro, è importante dare il giusto rilievo a questi due punti. E tra le due, la chiusura è la parte più importante, anche in considerazione del fatto che si tende a terminare una lettura proprio alla fine del capitolo o a volte dove si presenta uno stacco “fisico”, come un segno di paragrafo bianco. E sarà questa parte a rimanere più impressa nel lettore. Una fine debole, fiacca e tranquilla di certo lo invoglia a continuare la storia.

La chiusura naturale di un capitolo


Quando interrompere? Quando concludere un capitolo? Con il tempo e l’esperienza, ovvero dopo molte ore di scrittura alle spalle, si arriva a intuire quando è il momento di fermarci, si acquista un “senso” appropriato. In generale, la fine di una scena potrebbe teoricamente essere la naturale chiusura. Dal momento che un capitolo è una piccola unità dell'intera storia, la scelta più logica è quella di interromperlo quando una piccola porzione della stessa storia ha fine, come in un saggio si conclude quando termina un argomento. Ma è sempre questa la soluzione migliore?

Interrompere una scena


Dal momento che il lettore è portato a interrompere la lettura proprio alla fine di un capitolo e che la quella fine gli resterà impressa, la maggior parte degli scrittori adottano il trucco di porre uno stacco proprio nel bel mezzo di una scena, magari al punto in cui viene fatta un'importante rivelazione o "sul più bello". E' una soluzione adottata molto anche nei film e nelle serie tv.
Esempi di interruzione ad effetto:
  • rivelazione importante
  • colpo di scena
  • arrivo improvviso di qualcuno
  • rovesciamento di una situazione
  • circostanze in cui la tensione è molto alta
Qualche idea la potete trovare anche nel mio post Come risvegliare l'interesse del lettore.

Come aprire un capitolo?


L’apertura di un capitolo non ha lo stesso valore di un incipit ma è comunque importante, perché come dicevo sopra facciamo molta attenzione all'inizio, in quanto lettori, e dunque è bene riservargli una certa enfasi.
Se abbiamo interrotto la scena nel capitolo precedente proprio nel punto più importante, si potrebbe riprendere da lì. Oppure no... e tenere il lettore ancora un po' in uno stato di sospensione, passando momentaneamente ad altro, se la storia lo consente.
Se c'è stato un cambiamento di luogo e di tempo, dovremmo usare l'inizio del capitolo per fornire le nuove coordinate. In modo particolare ciò può essere utile se c'è stato un forte salto temporale.
Spesso a me capita di aprire caratterizzando il "dove" o il "quando" della scena che sto per ritrarre in quel capitolo, per inquadrarla.
Esempi di caratterizzazione iniziale:
  • il luogo dell'azione (dove)
  • il tempo dell'azione (quando)
  • tempo atmosferico, clima 
Altro ottimo modo per aprire un capitolo è quello di usare un dialogo, una soluzione che rende l'atmosfera sicuramente più vivace e dinamica.

Se c'è più di un punto di vista nella storia, inoltre, è bene che l'apartura del capitolo chiarisca senza possibilità di dubbi qual è il punto di vista che stiamo adottando.

Suddividere i capitoli secondo uno schema predefinito


Ho adottato questa soluzione nel mio primo romanzo: ogni capitolo è dedicato a una carta dei Tarocchi. In realtà non si tratta di uno schema rigido perché di fatto l'interruzione del capitolo ha poi seguito anche altre (mie) regole, ma in generale è possibile decidere a priori di riservare ogni porzione del nostro romanzo a qualcosa di definito.
Per esempio un capitolo può essere dedicato a:
  • un periodo di tempo
  • un punto di vista di un personaggio (se ne abbiamo più di uno)
  • una località speficica (per esempio se si racconta di un viaggio)
In un romanzo che poi ho interrotto avevo deciso di racchiudere una giornata in ogni capitolo. So per certo che quando riprenderò la scrittura di quella storia non mi atterrò più a quella decisione, perché ne veniva fuori una grande noia! Provate a immaginare di terminare un capitolo sempre con il protagonista che va a dormire e di riaprire la scena con un risveglio... Per fortuna sbagliando si impara :)
C'è da dire che per quanto la soluzione di schematizzare sembri comoda, in quanto ci solleva dalla difficoltà di capire quando interrompere, è molto coercitiva, lascia poca libertà d'azione.

E' davvero necessario un capitolo?


Infine, forse, dovremo chiederci se è proprio necessario, al punto in cui siamo, un nuovo capitolo. A volte basta semplicemente uno stacco, un segno di paragrafo, per far riprendere fiato al lettore.

E voi come aprite e chiudete un capitolo? O avete deciso di fare addirittura a meno di questa convenzione?

Anima di carta

lunedì 29 aprile 2013

Le qualità che uno scrittore dovrebbe avere (secondo me)

Nirvana di Roberto Totaro

Quando si inizia un romanzo si è sempre travolti da un grande entusiasmo, non è così? Ricordo molto bene quando (secoli fa!) mi imbarcai per la prima volta in questa avventura. Allora una persona mi disse che iniziare un romanzo era molto facile, tutti o quasi nella vita prima o poi ci provano. Ma quanti arrivano fino in fondo?
E' proprio così: quando passa l'ondata di ispirazione e di esaltazione, è il momento di tirare fuori una serie di "risorse interiori" per arrivare fino alla fine e poi per revisionare, rifinire, ecc. Nel corso della stesura si possono incontrare difficoltà, ci si può sentire scoraggiati dalla mancanza di idee o da un momentaneo blocco. Oppure ci si può sentire demotivati, soprattutto considerando che non si tratta di un lavoro retribuito. E allora chi scrive non può fare affidamento solo sulla voglia di raccontare o sull'ispirazione.
Quali qualità potrebbero tornare utili a chi scrive?

Creatività e capacità espressiva
E' quasi inutile dirlo: la fantasia, l'immaginazione e la creatività sono fondamentali quando si scrive. L'idea di base, quella che ci ha fatto partire, va accompagnata in seguito ad altre idee, perché un romanzo è una costruzione complessa. E' anche importante saper cogliere le idee e metterle a frutto: non basta saper inventare personaggi e trame, mondi alternativi o misteri intriganti. Essere in grado di dare la giusta espressione su carta a ciò che immaginiamo è altrettanto importante.

Capacità organizzative
Personalmente non credo nelle storie create a tavolino né che sia possibile pianificare a priori una trama e poi attenersivisi per filo e per segno. Però quando si scrive una storia ad ampio respiro (come è un romanzo) è assolutamente necessario un minimo di progettazione e bisogna essere in grado di gestire personaggi, eventi, cronologia, intreccio. Se poi la storia è complessa, piena di personaggi e di subplot, di luoghi vari e così via è facile confondersi, dimenticare personaggi, incappare in contraddizioni. Se non abbiamo buona memoria e una certa predisposizione all'ordine, per mantenere il controllo di tutto forse è utile affidarsi a delle schede o anche a un programma come Storybook.

Impegno e concentrazione
Purtroppo sono una gran pigra e per quanto ami scrivere, spesso mi capita di rimandare inventando scuse, come ho raccontato anche in questo post. Di recente sto rivalutando però il prendere un impegno fisso con me stessa ogni giorno per portare avanti il romanzo in corso. Di fatto se ci si ripropone di scrivere un libro, è necessario investire tempo ed energie per questo progetto. Dobbiamo esserne consapevoli fin dall'inizio.
Una sottocategoria della mancanza di impegno è la scarsa concentrazione, un problema nel quale è facile imbattersi soprattutto da quando esiste Internet. Siamo in grado di non farci distrarre dai social network, non perderci tra i siti, vincere la tentazione di controllare la posta elettronica ogni cinque minuti?

Perseveranza e determinazione
Quanti romanzi sono stati iniziati con tanta passione e poi sono rimasti al primo capitolo? Quante volte capita  che si parta in quarta con una storia e poi lo slancio si affievolisca fino a morire? Colpa del blocco dello scrittore? O forse più probabilmente di scarsa forza di volontà?
L'amore per la scrittura di per sé dovrebbe essere sufficiente per voler arrivare fino in fondo nella stesura del romanzo che abbiamo in mente, ma spesso è necessario imporci di continuare, di vincere lo scoraggiamento, la frustrazione e la mancanza di idee. Secondo me può aiutare proporsi piccoli obiettivi da raggiungere, senza pretendere di fare tutto insieme.

Istinto
Uno degli alleati fondamentali quando si scrive è un certo "fiuto", ovvero la capacità di capire al volo se qualcosa funziona o no, dove va collocato un certo colpo di scena, dove va interrotto un capitolo, se certe descrizioni annoiaio o catturano, ecc. Sono tutte cose che la scrittura creativa cerca di insegnare e che si possono apprendere, ma che secondo me vanno comunque "fatte proprie" e sviluppate.

Sensibilità ed empatia
Non tutti i romanzi necessitano di approfondimento psicologico, è vero. Però io sono convinta che dare spessore ai personaggi alzi la qualità della narrazione, e per questo possono tornare utili certe doti da psicologo, la capacità di analizzare stati d'animo, reazioni umane, personalità, ecc. Ancora più importante è la capacità di entrare in sintonia con il lettore, portarlo a identificarsi con i personaggi, suscitare in lui delle vere emozioni.

Curiosità e capacità di osservazione
Come spiego nel post Conoscere il mondo per scrivere meglio, chi scrive dovrebbe ampliare il più possibile i propri orizzonti, sforzandosi di assorbire e osservare tutto ciò che lo circonda, analizzare dettagli, conoscere gente, ascoltare, memorizzare, ecc. 

Precisione e pignoleria
Sono qualità davvero importanti secondo me in fase di revisione. Scegliere il termine più appropriato, leggere e rileggere fino alla nausea, affinare la prosa minuziosamente: sono tutte operazioni che necessitano di rigore, cura e attenzione. La mia personale opinione è che la sciatteria non va d'accordo con un testo ben scritto, anche se decidiamo poi di affidarlo a un professionista.

Senso del ritmo
Esiste un ritmo anche nella narrativa, così come nella musica. Se non si è dotati di quel talento che porta ad imprimere una certa musicalità al testo, possiamo comunque acquisire questa capacità leggendo molto. Con il tempo, leggendo ed esercitandosi a scrivere, si sviluppa un certo senso dell'armonia delle parole.

Fiducia in se stessi
Quante volte mi dico: non ce la farò mai a portare a termine questa storia... Le paure di chi scrive possono essere tante e una certa infusione di fiducia è necessaria per non lasciarsi abbattere dagli ostacoli e per autosostenerci ad andare avanti. In alcune persone (come me) l'insicurezza è un grande ostacolo, che per fortuna si può superare anche con l'incoraggiamento di chi ci sta intorno.

Pazienza
Io sono convinta che quando si scrive non si deve avere mai fretta. Al di là della smania che a volte ci prende di finire, penso che sia utile procedere a piccoli passi, districando con calma la matassa della nostra storia e dosando le informazioni.
Questa dote sarà molto utile anche quando avremo terminato la prima stesura, quando dovremo rimettere le mani sul lavoro fatto e revisionarlo, tagliarlo, ecc. Servirà davvero tanta tanta pazienza!


Di certo ci sono altre risorse dentro noi stessi a cui dobbiamo attingere per scrivere, soprattutto se poi intendiamo pubblicare il prodotto della nostra fatica. E una volta raggiunto il traguardo della pubblicazione, ne occorreranno altre ancora!

Voi vi ritrovate in ciò che ho detto? Aggiungereste altro?
 
Qualcuno ha voglia di elencare quali qualità occorrono agli autori editi e farne un post? Sarei felice di metterlo on-line ;)


Anima di carta


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Nirvana di Roberto Totaro

Quando si inizia un romanzo si è sempre travolti da un grande entusiasmo, non è così? Ricordo molto bene quando (secoli fa!) mi imbarcai per la prima volta in questa avventura. Allora una persona mi disse che iniziare un romanzo era molto facile, tutti o quasi nella vita prima o poi ci provano. Ma quanti arrivano fino in fondo?
E' proprio così: quando passa l'ondata di ispirazione e di esaltazione, è il momento di tirare fuori una serie di "risorse interiori" per arrivare fino alla fine e poi per revisionare, rifinire, ecc. Nel corso della stesura si possono incontrare difficoltà, ci si può sentire scoraggiati dalla mancanza di idee o da un momentaneo blocco. Oppure ci si può sentire demotivati, soprattutto considerando che non si tratta di un lavoro retribuito. E allora chi scrive non può fare affidamento solo sulla voglia di raccontare o sull'ispirazione.
Quali qualità potrebbero tornare utili a chi scrive?

Creatività e capacità espressiva
E' quasi inutile dirlo: la fantasia, l'immaginazione e la creatività sono fondamentali quando si scrive. L'idea di base, quella che ci ha fatto partire, va accompagnata in seguito ad altre idee, perché un romanzo è una costruzione complessa. E' anche importante saper cogliere le idee e metterle a frutto: non basta saper inventare personaggi e trame, mondi alternativi o misteri intriganti. Essere in grado di dare la giusta espressione su carta a ciò che immaginiamo è altrettanto importante.

Capacità organizzative
Personalmente non credo nelle storie create a tavolino né che sia possibile pianificare a priori una trama e poi attenersivisi per filo e per segno. Però quando si scrive una storia ad ampio respiro (come è un romanzo) è assolutamente necessario un minimo di progettazione e bisogna essere in grado di gestire personaggi, eventi, cronologia, intreccio. Se poi la storia è complessa, piena di personaggi e di subplot, di luoghi vari e così via è facile confondersi, dimenticare personaggi, incappare in contraddizioni. Se non abbiamo buona memoria e una certa predisposizione all'ordine, per mantenere il controllo di tutto forse è utile affidarsi a delle schede o anche a un programma come Storybook.

Impegno e concentrazione
Purtroppo sono una gran pigra e per quanto ami scrivere, spesso mi capita di rimandare inventando scuse, come ho raccontato anche in questo post. Di recente sto rivalutando però il prendere un impegno fisso con me stessa ogni giorno per portare avanti il romanzo in corso. Di fatto se ci si ripropone di scrivere un libro, è necessario investire tempo ed energie per questo progetto. Dobbiamo esserne consapevoli fin dall'inizio.
Una sottocategoria della mancanza di impegno è la scarsa concentrazione, un problema nel quale è facile imbattersi soprattutto da quando esiste Internet. Siamo in grado di non farci distrarre dai social network, non perderci tra i siti, vincere la tentazione di controllare la posta elettronica ogni cinque minuti?

Perseveranza e determinazione
Quanti romanzi sono stati iniziati con tanta passione e poi sono rimasti al primo capitolo? Quante volte capita  che si parta in quarta con una storia e poi lo slancio si affievolisca fino a morire? Colpa del blocco dello scrittore? O forse più probabilmente di scarsa forza di volontà?
L'amore per la scrittura di per sé dovrebbe essere sufficiente per voler arrivare fino in fondo nella stesura del romanzo che abbiamo in mente, ma spesso è necessario imporci di continuare, di vincere lo scoraggiamento, la frustrazione e la mancanza di idee. Secondo me può aiutare proporsi piccoli obiettivi da raggiungere, senza pretendere di fare tutto insieme.

Istinto
Uno degli alleati fondamentali quando si scrive è un certo "fiuto", ovvero la capacità di capire al volo se qualcosa funziona o no, dove va collocato un certo colpo di scena, dove va interrotto un capitolo, se certe descrizioni annoiaio o catturano, ecc. Sono tutte cose che la scrittura creativa cerca di insegnare e che si possono apprendere, ma che secondo me vanno comunque "fatte proprie" e sviluppate.

Sensibilità ed empatia
Non tutti i romanzi necessitano di approfondimento psicologico, è vero. Però io sono convinta che dare spessore ai personaggi alzi la qualità della narrazione, e per questo possono tornare utili certe doti da psicologo, la capacità di analizzare stati d'animo, reazioni umane, personalità, ecc. Ancora più importante è la capacità di entrare in sintonia con il lettore, portarlo a identificarsi con i personaggi, suscitare in lui delle vere emozioni.

Curiosità e capacità di osservazione
Come spiego nel post Conoscere il mondo per scrivere meglio, chi scrive dovrebbe ampliare il più possibile i propri orizzonti, sforzandosi di assorbire e osservare tutto ciò che lo circonda, analizzare dettagli, conoscere gente, ascoltare, memorizzare, ecc. 

Precisione e pignoleria
Sono qualità davvero importanti secondo me in fase di revisione. Scegliere il termine più appropriato, leggere e rileggere fino alla nausea, affinare la prosa minuziosamente: sono tutte operazioni che necessitano di rigore, cura e attenzione. La mia personale opinione è che la sciatteria non va d'accordo con un testo ben scritto, anche se decidiamo poi di affidarlo a un professionista.

Senso del ritmo
Esiste un ritmo anche nella narrativa, così come nella musica. Se non si è dotati di quel talento che porta ad imprimere una certa musicalità al testo, possiamo comunque acquisire questa capacità leggendo molto. Con il tempo, leggendo ed esercitandosi a scrivere, si sviluppa un certo senso dell'armonia delle parole.

Fiducia in se stessi
Quante volte mi dico: non ce la farò mai a portare a termine questa storia... Le paure di chi scrive possono essere tante e una certa infusione di fiducia è necessaria per non lasciarsi abbattere dagli ostacoli e per autosostenerci ad andare avanti. In alcune persone (come me) l'insicurezza è un grande ostacolo, che per fortuna si può superare anche con l'incoraggiamento di chi ci sta intorno.

Pazienza
Io sono convinta che quando si scrive non si deve avere mai fretta. Al di là della smania che a volte ci prende di finire, penso che sia utile procedere a piccoli passi, districando con calma la matassa della nostra storia e dosando le informazioni.
Questa dote sarà molto utile anche quando avremo terminato la prima stesura, quando dovremo rimettere le mani sul lavoro fatto e revisionarlo, tagliarlo, ecc. Servirà davvero tanta tanta pazienza!


Di certo ci sono altre risorse dentro noi stessi a cui dobbiamo attingere per scrivere, soprattutto se poi intendiamo pubblicare il prodotto della nostra fatica. E una volta raggiunto il traguardo della pubblicazione, ne occorreranno altre ancora!

Voi vi ritrovate in ciò che ho detto? Aggiungereste altro?
 
Qualcuno ha voglia di elencare quali qualità occorrono agli autori editi e farne un post? Sarei felice di metterlo on-line ;)


Anima di carta


lunedì 22 aprile 2013

Non solo carta e penna: i miei attrezzi per scrivere

Ne è passato di tempo da quando, nei miei primi tentativi di scrittura (che non sono quelli dell'immagine, ovviamente!) mi bastava un quaderno e una penna. Ora, quando mi dedico ai miei romanzi, tutto si è complicato e per certi versi "ritualizzato", ma d'altra parte sarebbe impensabile al giorno d'oggi scrivere senza gli strumenti appropriati ai tempi. Qui vi racconto quali sono i miei "attrezzi" per scrivere...
Block notes e penna
Come spiego anche in questo post prendere appunti per me è indispensabile, perché la maggior parte del processo creativo non avviene al computer, ma molto prima. A volte, facendo una qualsiasi attività, affiora un'idea e devo essere pronta a fissarla prima di che si perda. Spesso poi mi capita di svegliarmi con qualche intuizione in testa, oppure di essere ispirata da qualcosa che accade o che la gente racconta. Per questo ho mille pezzi di carta sparsi dappertutto in casa, in borsa e così via.  Ovviamente abbinati a una penna! 

Computer
Conosco una persona che scrive ancora con una macchina da scrivere e un'altra che scrive su carta e  riporta tutto al computer solo in un secondo tempo. Io non riuscirei a fare a meno della videoscrittura, però mi rendo conto che in realtà neppure io creo direttamente testi al PC: tutto passa prima per la mente, devo prima pensarlo. Di fatto ognuno ha le abitudini che preferisce. Per quanto mi riguarda la comodità di scrivere, cancellare, riscrivere, tagliare, incollare, spostare, formattare e così via, non si batte.

Internet
Difficile poter fare a meno di Internet al giorno d'oggi per documentarsi o risolvere piccoli dubbi. Si risparmia davvero un mucchio di tempo in ricerche e permette una maggiore precisione anche nei dettagli. Personalmente però non credo sia una buona idea scrivere un libro contando soltanto sulle informazioni che si possono trovare in rete, sarebbe meglio partire da conoscenze approfondite e sicure, nel senso che non sempre ciò che si trova sul web è affidabile. Ma detto questo, Internet ha davvero facilitato la vita degli scrittori e anche la mia.

Buon libro sul comodino
Leggere per me è fondamentale, ma ho scoperto negli anni che non tutto quello che leggo mi aiuta a scrivere. Prima di tutto credo che la qualità dei libri sia imprenscindibile, perché ciò che leggo influenza moltissimo ciò che scrivo, in fatto di stile, di approccio alla storia, ecc. In secondo luogo, un buon romanzo può essere un ottimo allenamento per mettere a fuoco la trama, per analizzare la struttura della storia, per studiare come presentare i personaggi, come rendere efficaci i dialoghi e così via. Se poi avete bisogno di altre motivazioni per leggere, date un'occhiata a questo post di Pennablu.

Libreria
Uno dei miei rituali preferiti, quando sono in crisi da ispirazione, è quello di aprire vecchi romanzi e leggere qua e là. Funziona sempre. Ogni autore ha il suo modo di porsi di fronte alla storia, il suo stile, la specifica atmosfera con la quale avvolge i personaggi. Dunque, sbirciare di tanto in tanto in libri già letti mi riporta  la vena creativa che avevo perduto. E' come ascoltare spezzoni di musica e riprendere un certo ritmo.

Dropbox
Come le mie recenti disavventure hanno dimostrato, avere una serie di copie di ciò che stiamo scrivendo è davvero fondamentale. Io uso Dropbox, che mi permette di sincronizzare i miei file tramite internet da un computer all'altro (perché mi può capitare di usarne diversi) e tenere traccia della "storia" delle modifiche fatte. Eventualmente mi dà anche modo di condividere velocemente i documenti con altre persone. Ultimamente la paranoia mi sta facendo conservare i file anche su chiavetta e sulla casella e-mail, ma questa è un'altra storia.

Dizionario
La ricerca della parola giusta mi assilla sempre quando scrivo, così che si rende necessario un dizionario, fisico o on-line, da tenere sempre a portata di mano. I sinonimi che si trovano abbinati ai classici programmi di videoscrittura non mi soddisfano affatto e secondo me non sono sufficientemente precisi. Inoltre, mi potrebbe capitare di avere qualche dubbio sul significato di una parola. Meglio andare sul sicuro e controllare.

Musica
Non potrei proprio pensare di scrivere senza una colonna sonora appropriata. La musica mi permette di isolarmi dai rumori del mondo esterno ma anche di concentrarmi il più possibile, di calarmi completamente nella realtà che voglio creare. Ovviamente il sottofondo musicale deve essere adeguato, in sintonia con gli stati d'animo della storia, devo essere in grado di trascinare, evocare, ispirare...

E voi che "attrezzi" usate per scrivere?

Anima di carta
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Ne è passato di tempo da quando, nei miei primi tentativi di scrittura (che non sono quelli dell'immagine, ovviamente!) mi bastava un quaderno e una penna. Ora, quando mi dedico ai miei romanzi, tutto si è complicato e per certi versi "ritualizzato", ma d'altra parte sarebbe impensabile al giorno d'oggi scrivere senza gli strumenti appropriati ai tempi. Qui vi racconto quali sono i miei "attrezzi" per scrivere...
Block notes e penna
Come spiego anche in questo post prendere appunti per me è indispensabile, perché la maggior parte del processo creativo non avviene al computer, ma molto prima. A volte, facendo una qualsiasi attività, affiora un'idea e devo essere pronta a fissarla prima di che si perda. Spesso poi mi capita di svegliarmi con qualche intuizione in testa, oppure di essere ispirata da qualcosa che accade o che la gente racconta. Per questo ho mille pezzi di carta sparsi dappertutto in casa, in borsa e così via.  Ovviamente abbinati a una penna! 

Computer
Conosco una persona che scrive ancora con una macchina da scrivere e un'altra che scrive su carta e  riporta tutto al computer solo in un secondo tempo. Io non riuscirei a fare a meno della videoscrittura, però mi rendo conto che in realtà neppure io creo direttamente testi al PC: tutto passa prima per la mente, devo prima pensarlo. Di fatto ognuno ha le abitudini che preferisce. Per quanto mi riguarda la comodità di scrivere, cancellare, riscrivere, tagliare, incollare, spostare, formattare e così via, non si batte.

Internet
Difficile poter fare a meno di Internet al giorno d'oggi per documentarsi o risolvere piccoli dubbi. Si risparmia davvero un mucchio di tempo in ricerche e permette una maggiore precisione anche nei dettagli. Personalmente però non credo sia una buona idea scrivere un libro contando soltanto sulle informazioni che si possono trovare in rete, sarebbe meglio partire da conoscenze approfondite e sicure, nel senso che non sempre ciò che si trova sul web è affidabile. Ma detto questo, Internet ha davvero facilitato la vita degli scrittori e anche la mia.

Buon libro sul comodino
Leggere per me è fondamentale, ma ho scoperto negli anni che non tutto quello che leggo mi aiuta a scrivere. Prima di tutto credo che la qualità dei libri sia imprenscindibile, perché ciò che leggo influenza moltissimo ciò che scrivo, in fatto di stile, di approccio alla storia, ecc. In secondo luogo, un buon romanzo può essere un ottimo allenamento per mettere a fuoco la trama, per analizzare la struttura della storia, per studiare come presentare i personaggi, come rendere efficaci i dialoghi e così via. Se poi avete bisogno di altre motivazioni per leggere, date un'occhiata a questo post di Pennablu.

Libreria
Uno dei miei rituali preferiti, quando sono in crisi da ispirazione, è quello di aprire vecchi romanzi e leggere qua e là. Funziona sempre. Ogni autore ha il suo modo di porsi di fronte alla storia, il suo stile, la specifica atmosfera con la quale avvolge i personaggi. Dunque, sbirciare di tanto in tanto in libri già letti mi riporta  la vena creativa che avevo perduto. E' come ascoltare spezzoni di musica e riprendere un certo ritmo.

Dropbox
Come le mie recenti disavventure hanno dimostrato, avere una serie di copie di ciò che stiamo scrivendo è davvero fondamentale. Io uso Dropbox, che mi permette di sincronizzare i miei file tramite internet da un computer all'altro (perché mi può capitare di usarne diversi) e tenere traccia della "storia" delle modifiche fatte. Eventualmente mi dà anche modo di condividere velocemente i documenti con altre persone. Ultimamente la paranoia mi sta facendo conservare i file anche su chiavetta e sulla casella e-mail, ma questa è un'altra storia.

Dizionario
La ricerca della parola giusta mi assilla sempre quando scrivo, così che si rende necessario un dizionario, fisico o on-line, da tenere sempre a portata di mano. I sinonimi che si trovano abbinati ai classici programmi di videoscrittura non mi soddisfano affatto e secondo me non sono sufficientemente precisi. Inoltre, mi potrebbe capitare di avere qualche dubbio sul significato di una parola. Meglio andare sul sicuro e controllare.

Musica
Non potrei proprio pensare di scrivere senza una colonna sonora appropriata. La musica mi permette di isolarmi dai rumori del mondo esterno ma anche di concentrarmi il più possibile, di calarmi completamente nella realtà che voglio creare. Ovviamente il sottofondo musicale deve essere adeguato, in sintonia con gli stati d'animo della storia, devo essere in grado di trascinare, evocare, ispirare...

E voi che "attrezzi" usate per scrivere?

Anima di carta

mercoledì 10 aprile 2013

Intervista del Blog Mostra Talenti

Un paio di mesi fa la gentile Lucia Donati mi ha proposto un'intervista per il suo Blog Mostra Talenti. Purtroppo la serie di eventi che è seguito proprio in quel periodo mi ha impedito di rispondere alla sua richiesta e ho trovato il tempo per farlo solo in questi giorni.
Vi invito dunque a leggere l'intervista che trovate in questa pagina e ringrazio ancora Lucia Donati per l'attenzione e l'opportunità che mi ha concesso, sperando anche che mi perdoni per il grande ritardo con cui ho risposto alle sue domande!
Non mancate anche di fare una visita all'altro suo blog, Leggere Scrivere Percorsi, in cui si parla di scrittura creativa.

Anima di carta
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Un paio di mesi fa la gentile Lucia Donati mi ha proposto un'intervista per il suo Blog Mostra Talenti. Purtroppo la serie di eventi che è seguito proprio in quel periodo mi ha impedito di rispondere alla sua richiesta e ho trovato il tempo per farlo solo in questi giorni.
Vi invito dunque a leggere l'intervista che trovate in questa pagina e ringrazio ancora Lucia Donati per l'attenzione e l'opportunità che mi ha concesso, sperando anche che mi perdoni per il grande ritardo con cui ho risposto alle sue domande!
Non mancate anche di fare una visita all'altro suo blog, Leggere Scrivere Percorsi, in cui si parla di scrittura creativa.

Anima di carta

lunedì 8 aprile 2013

Conoscere più a fondo i personaggi

Uno dei must della scrittura creativa è conoscere il più possibile i personaggi che animano le nostre storie, tanto che sono state inventate a questo fine le famose schede dei personaggi, una sorta di carta di identità ampliata che contiene tutti le informazioni sui singoli personaggi. Personalmente non amo molto queste schede, anzi le trovo inutili e forse un po' deleterie. Non nego però che all'inizio del nostro romanzo sia importante stabilire le caratteristiche fisiche, i tratti della personalità, insomma buttare giù una sorta di curriculum o di biografia.

Di fatto però ognuno è libero di usare il metodo che preferisce per creare i suoi personaggi, e che lo faccia definendo a tavolino la loro personalità o ispirandosi a persone conosciute, ciò che conta è non creare delle marionette senz'anima ma uomini e donne dipinti a tutto tondo, nei quali il lettore possa identificarsi.

Certo è però che ad un certo punto della storia sapere se il nostro protagonista ha un master o si è fermato alle scuole media non è poi così rilevante, mentre diventa importante definire con cura la sua psicologia, i suoi modi di reagire alle situazioni e così via.

Infatti, a prescindere dal genere di romanzo che abbiamo in mente, secondo me è comunque fondamentale approfondire e scavare nella psiche dei protagonisti così come nei personaggi secondari, perché nessuna storia può concepirsi solo come una catena di eventi più o meno legati tra loro: una storia è fatta da chi la vive e le vicende di ognuno sono influenzate da tutti quelli che ci circondano.

In particolare, credo che conoscere a fondo un personaggio voglia dire sopratutto sapere come reagirebbe in una data situazione, proprio come nella vita potremmo prevedere il comportamento dei nostri amici più stretti. E dunque per entrare nei personaggi bisogna essere un po' psicologi...

Potrebbe essere utile a questo fine porsi una serie di domande per riflettere sui personaggi.
Di ognuno di loro potremmo provare a chiederci:
  • Qual è il suo desiderio più grande?
  • Qual è la sua paura più grande?
  • C'è qualcosa nel suo modo di essere che può rappresentare un ostacolo alla realizzazione dei suoi desideri/obiettivi?
  • Qual è il punto di forza della sua personalità?
  • Qual è il suo punto debole? 
  • Fino a che punto si spingerebbe per realizzare i suoi desideri/obiettivi?
  • Ha qualche importante segreto? E come influenza la sua vita e il suo rapporto con gli altri?
  • Come si "vede"? E questo modo di autopercepirsi corrisponde a ciò che gli altri vedono di lui?
  • Cosa odia nelle persone?
  • C'è qualcosa nel suo passato che lo determina e condiziona? E in che modo?
  • Chi o cosa considera il suo nemico?

Chiaramente il rispondere in modo più o meno approfondito a queste domande dipende anche dallo spessore che vogliamo dare a ognuno e dal ruolo più o meno importante nell'insieme della storia.

E voi quanto a fondo scavate nei vostri personaggi?

Anima di carta

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Uno dei must della scrittura creativa è conoscere il più possibile i personaggi che animano le nostre storie, tanto che sono state inventate a questo fine le famose schede dei personaggi, una sorta di carta di identità ampliata che contiene tutti le informazioni sui singoli personaggi. Personalmente non amo molto queste schede, anzi le trovo inutili e forse un po' deleterie. Non nego però che all'inizio del nostro romanzo sia importante stabilire le caratteristiche fisiche, i tratti della personalità, insomma buttare giù una sorta di curriculum o di biografia.

Di fatto però ognuno è libero di usare il metodo che preferisce per creare i suoi personaggi, e che lo faccia definendo a tavolino la loro personalità o ispirandosi a persone conosciute, ciò che conta è non creare delle marionette senz'anima ma uomini e donne dipinti a tutto tondo, nei quali il lettore possa identificarsi.

Certo è però che ad un certo punto della storia sapere se il nostro protagonista ha un master o si è fermato alle scuole media non è poi così rilevante, mentre diventa importante definire con cura la sua psicologia, i suoi modi di reagire alle situazioni e così via.

Infatti, a prescindere dal genere di romanzo che abbiamo in mente, secondo me è comunque fondamentale approfondire e scavare nella psiche dei protagonisti così come nei personaggi secondari, perché nessuna storia può concepirsi solo come una catena di eventi più o meno legati tra loro: una storia è fatta da chi la vive e le vicende di ognuno sono influenzate da tutti quelli che ci circondano.

In particolare, credo che conoscere a fondo un personaggio voglia dire sopratutto sapere come reagirebbe in una data situazione, proprio come nella vita potremmo prevedere il comportamento dei nostri amici più stretti. E dunque per entrare nei personaggi bisogna essere un po' psicologi...

Potrebbe essere utile a questo fine porsi una serie di domande per riflettere sui personaggi.
Di ognuno di loro potremmo provare a chiederci:
  • Qual è il suo desiderio più grande?
  • Qual è la sua paura più grande?
  • C'è qualcosa nel suo modo di essere che può rappresentare un ostacolo alla realizzazione dei suoi desideri/obiettivi?
  • Qual è il punto di forza della sua personalità?
  • Qual è il suo punto debole? 
  • Fino a che punto si spingerebbe per realizzare i suoi desideri/obiettivi?
  • Ha qualche importante segreto? E come influenza la sua vita e il suo rapporto con gli altri?
  • Come si "vede"? E questo modo di autopercepirsi corrisponde a ciò che gli altri vedono di lui?
  • Cosa odia nelle persone?
  • C'è qualcosa nel suo passato che lo determina e condiziona? E in che modo?
  • Chi o cosa considera il suo nemico?

Chiaramente il rispondere in modo più o meno approfondito a queste domande dipende anche dallo spessore che vogliamo dare a ognuno e dal ruolo più o meno importante nell'insieme della storia.

E voi quanto a fondo scavate nei vostri personaggi?

Anima di carta

domenica 31 marzo 2013

Fino a che punto si può arrivare

Che la passione per la scrittura fosse anche una questione di follia non avevo dubbi. Eppure, quello che è accaduto oggi me ne ha dato un'ulteriore prova.
Come tutti i pomeriggi da un po' a questa parte, prendo in mano il file del romanzo che sto scrivendo e comincio a buttare giù qualche riga. Tutto normale finché non mi accorgo che c'è qualcosa che non quadra. Leggendo qua e là mi rendo conto che una buona parte di ciò che ho scritto nei giorni scorsi è sparito! A quel punto arriva l'ansia e comincio a frugare nel computer in cerca di copie, senza trovarne neanche una che contenga il nuovo testo!
Prima di farmi prendere dal panico, corro a lamentarmi da mio marito che mi suggerisce la prima soluzione: vai su dropbox (se non sapete cos'è dovete rimediare assolutamente!) e cerca tra le copie dei tuoi file che vengono fatte automaticamente mano mano che si fanno modifiche. Mi sembra subito un'idea ottima, così piena di rinnovata fiducia comincio ad aprire tutte le vecchie versioni del mio file. Ahimé, senza trovare quello che avevo scritto!
Soluzione numero due: cercare di recuperare dall'hard-disk del computer una versione buttata per sbaglio nel cestino... e così parte una nuova ricerca disperata, questa volta di un programma appropriato. Anche questa si rivela alla fine un'impresa tutt'altro che facile... comunque alla fine (di nuovo grazie all'intervento di mio marito) trovo il software adatto. Ma... niente da fare neppure questa volta!
A quel punto, quando quello che ho scritto sembra perduto e sto per rassegnarmi, mi viene l'idea di andare a cercare tra i fogli di carta con gli appunti raccolti negli ultimi giorni. Beh, di annotazioni ce ne sono parecchie, peccato che siano tutte finite nel cestino... e non sto parlando questa volta di quello del computer, ma proprio di quello della spazzatura! E siccome la raccolta differenziata da queste parti non esiste più (non vi sto a spiegare perché, è troppo lungo e mi toccherebbe parlar male di qualcuno...), insieme ai miei appunti c'è proprio di tutto.
Ma ormai la smania di recuperare quello che ho scritto è tale che mi armo di guanti da cucina e vado a frugare pure nella spazzatura!
La mia determinazione si scontra immediatamente con una terribile puzza... Vabbé, ora basta, mi dico. Non puoi scendere così in basso!
Sto per gettare di nuovo la spugna quando mio marito (che tra parentesi è infortunato da settimane...) si offre volontario di aiutarmi a cercare... Insomma, alla fine mi tira fuori una decina di fogli con i miei appunti.
E voilà! Ecco spuntare anche il testo perso! Per fortuna non tutto è computerizzato e per fortuna che ho un marito così... :)
Che dire? Non avevo proprio idea del punto a cui si potesse arrivare per amore della scrittura. E anche per amore in senso lato...!

Buona Pasqua a tutti!

Anima di carta
LEGGI TUTTO
Che la passione per la scrittura fosse anche una questione di follia non avevo dubbi. Eppure, quello che è accaduto oggi me ne ha dato un'ulteriore prova.
Come tutti i pomeriggi da un po' a questa parte, prendo in mano il file del romanzo che sto scrivendo e comincio a buttare giù qualche riga. Tutto normale finché non mi accorgo che c'è qualcosa che non quadra. Leggendo qua e là mi rendo conto che una buona parte di ciò che ho scritto nei giorni scorsi è sparito! A quel punto arriva l'ansia e comincio a frugare nel computer in cerca di copie, senza trovarne neanche una che contenga il nuovo testo!
Prima di farmi prendere dal panico, corro a lamentarmi da mio marito che mi suggerisce la prima soluzione: vai su dropbox (se non sapete cos'è dovete rimediare assolutamente!) e cerca tra le copie dei tuoi file che vengono fatte automaticamente mano mano che si fanno modifiche. Mi sembra subito un'idea ottima, così piena di rinnovata fiducia comincio ad aprire tutte le vecchie versioni del mio file. Ahimé, senza trovare quello che avevo scritto!
Soluzione numero due: cercare di recuperare dall'hard-disk del computer una versione buttata per sbaglio nel cestino... e così parte una nuova ricerca disperata, questa volta di un programma appropriato. Anche questa si rivela alla fine un'impresa tutt'altro che facile... comunque alla fine (di nuovo grazie all'intervento di mio marito) trovo il software adatto. Ma... niente da fare neppure questa volta!
A quel punto, quando quello che ho scritto sembra perduto e sto per rassegnarmi, mi viene l'idea di andare a cercare tra i fogli di carta con gli appunti raccolti negli ultimi giorni. Beh, di annotazioni ce ne sono parecchie, peccato che siano tutte finite nel cestino... e non sto parlando questa volta di quello del computer, ma proprio di quello della spazzatura! E siccome la raccolta differenziata da queste parti non esiste più (non vi sto a spiegare perché, è troppo lungo e mi toccherebbe parlar male di qualcuno...), insieme ai miei appunti c'è proprio di tutto.
Ma ormai la smania di recuperare quello che ho scritto è tale che mi armo di guanti da cucina e vado a frugare pure nella spazzatura!
La mia determinazione si scontra immediatamente con una terribile puzza... Vabbé, ora basta, mi dico. Non puoi scendere così in basso!
Sto per gettare di nuovo la spugna quando mio marito (che tra parentesi è infortunato da settimane...) si offre volontario di aiutarmi a cercare... Insomma, alla fine mi tira fuori una decina di fogli con i miei appunti.
E voilà! Ecco spuntare anche il testo perso! Per fortuna non tutto è computerizzato e per fortuna che ho un marito così... :)
Che dire? Non avevo proprio idea del punto a cui si potesse arrivare per amore della scrittura. E anche per amore in senso lato...!

Buona Pasqua a tutti!

Anima di carta

venerdì 29 marzo 2013

"Gli strumenti dello sceneggiatore": il mio parere

Ho iniziato a leggere questo testo (scritto da David Howard e Edward Mabley ed edito da Dino Audino Editore) soprattutto per curiosità, con l'intento di capire qualcosa di più di come si scrive una sceneggiatura, per poi scoprire fin da subito che si tratta di una guida preziosa anche per chi scrive romanzi.

Di fatto la narrativa ha moltissimo in comune con il cinema, in tutte e due i casi si raccontano storie, pur con le dovute differenze. E questo manuale costituisce un'ottima risorsa proprio per chi vuole comprendere di più delle dinamiche del raccontare (in senso ampio).

La prima parte de "Gli strumenti dello sceneggiatore" aiuta a comprendere quali sono le meccaniche di base che portano avanti una storia, mentre la seconda analizza dodici film famosi sottolineandone gli elementi.

I principi su cui ci si basa per creare una sceneggiatura sono del tutto equiparabili a quelle della scrittura creativa. Solo per fare qualche esempio:
  • Qualcuno desidera qualcosa urgentemente e sta avendo difficoltà ad ottenerla: quel "qualcuno" è il protagonista.
  • L'antagonista della storia è la forza che si oppone, la "difficoltà" che resiste attivamente
    agli sforzi del protagonista di raggiungere il suo scopo. Queste due forze opposte formano il conflitto o i conflitti della storia.
  • Lo strategia che rende partecipe il pubblico alla storia è l'incertezza sullo svolgersi degli eventi.
Inoltre vengono descritti alcuni strumenti che possono risultare utilizzabili anche in un romanzo, come la "semina e la raccolta" (introdurre elementi che poi useremo in seguito) o i principi per creare un buon dialogo.

C'è da dire che questa guida è molto scorrevole nella lettura e i riferimenti concreti a film noti rendono la comprensione dei meccanismi molto immediata e mai noiosa, così come si potrebbe pensare dal momento che si ha a che fare con delle "regole".

Ho trovato molto interessante anche la seconda parte, quella in cui si analizzano alcuni film, anche se in un primo tempo avevo pensato di saltarla. Invece anche questa si rivelata una lettura interessante, soprattutto perché mette a fuoco da un punto di vista molto concreto quali sono gli elementi di forza di alcune trame.
Personalmente è già da un po' di tempo che guardo film e serie tv con occhi un po' diversi, mi capita di prestare più attenzione alla struttura della storia e sempre più spesso intuisco gli intenti con cui vengono mostrati alcuni aspetti. E questo libro mi ha aiutato ancora di più a decodificare trame, personaggi e ciò su cui porre l'accento per catturare l'attenzione e mandare determinati messaggi.

"Gli strumenti dello sceneggiatore" non dà indicazioni sui formati, le convenzioni, il layout, ecc. di una sceneggiatura e di certo non è sufficiente la lettura di questo testo per diventare dei professionisti in questo campo. E' soprattutto un testo teorico, quindi non ci si può aspettare di poter scrivere sceneggiature dopo averlo letto. Tuttavia, è senz'altro molto utile sia per chi vuole comprendere meglio il cinema che per chi vuole scrivere romanzi.

In questa pagina dell'editore potete saperne di più.

Anima di carta
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Ho iniziato a leggere questo testo (scritto da David Howard e Edward Mabley ed edito da Dino Audino Editore) soprattutto per curiosità, con l'intento di capire qualcosa di più di come si scrive una sceneggiatura, per poi scoprire fin da subito che si tratta di una guida preziosa anche per chi scrive romanzi.

Di fatto la narrativa ha moltissimo in comune con il cinema, in tutte e due i casi si raccontano storie, pur con le dovute differenze. E questo manuale costituisce un'ottima risorsa proprio per chi vuole comprendere di più delle dinamiche del raccontare (in senso ampio).

La prima parte de "Gli strumenti dello sceneggiatore" aiuta a comprendere quali sono le meccaniche di base che portano avanti una storia, mentre la seconda analizza dodici film famosi sottolineandone gli elementi.

I principi su cui ci si basa per creare una sceneggiatura sono del tutto equiparabili a quelle della scrittura creativa. Solo per fare qualche esempio:
  • Qualcuno desidera qualcosa urgentemente e sta avendo difficoltà ad ottenerla: quel "qualcuno" è il protagonista.
  • L'antagonista della storia è la forza che si oppone, la "difficoltà" che resiste attivamente
    agli sforzi del protagonista di raggiungere il suo scopo. Queste due forze opposte formano il conflitto o i conflitti della storia.
  • Lo strategia che rende partecipe il pubblico alla storia è l'incertezza sullo svolgersi degli eventi.
Inoltre vengono descritti alcuni strumenti che possono risultare utilizzabili anche in un romanzo, come la "semina e la raccolta" (introdurre elementi che poi useremo in seguito) o i principi per creare un buon dialogo.

C'è da dire che questa guida è molto scorrevole nella lettura e i riferimenti concreti a film noti rendono la comprensione dei meccanismi molto immediata e mai noiosa, così come si potrebbe pensare dal momento che si ha a che fare con delle "regole".

Ho trovato molto interessante anche la seconda parte, quella in cui si analizzano alcuni film, anche se in un primo tempo avevo pensato di saltarla. Invece anche questa si rivelata una lettura interessante, soprattutto perché mette a fuoco da un punto di vista molto concreto quali sono gli elementi di forza di alcune trame.
Personalmente è già da un po' di tempo che guardo film e serie tv con occhi un po' diversi, mi capita di prestare più attenzione alla struttura della storia e sempre più spesso intuisco gli intenti con cui vengono mostrati alcuni aspetti. E questo libro mi ha aiutato ancora di più a decodificare trame, personaggi e ciò su cui porre l'accento per catturare l'attenzione e mandare determinati messaggi.

"Gli strumenti dello sceneggiatore" non dà indicazioni sui formati, le convenzioni, il layout, ecc. di una sceneggiatura e di certo non è sufficiente la lettura di questo testo per diventare dei professionisti in questo campo. E' soprattutto un testo teorico, quindi non ci si può aspettare di poter scrivere sceneggiature dopo averlo letto. Tuttavia, è senz'altro molto utile sia per chi vuole comprendere meglio il cinema che per chi vuole scrivere romanzi.

In questa pagina dell'editore potete saperne di più.

Anima di carta

lunedì 18 marzo 2013

A piccoli passi

Nonostante i buoni propositi, le mie attività di scrittura è blog hanno subito una nuova battuta d'arresto, visto che per non farmi mancare proprio niente, in questo periodo di per sé già molto faticoso, mi sono anche ammalata... E così tutti i programmi che avevo pianificato - portare avanti il romanzo che sto scrivendo e scrivere nuovi post - sono saltati. Di certo però questo periodo difficile mi ha condotto (per non dire costretto) a rivedere il mio approccio alla scrittura e vorrei condividere con voi queste riflessioni.

  • Sto rivalutando la regolarità nello scrivere. Sono sempre stata molto incostante nella scrittura, un tempo c'erano giorni di intenso lavoro e intense settimane senza buttare giù neppure una riga. Ora mi sono riproposta di impegnarmi a scrivere ogni giorno, in una fascia oraria definita e questo mi sta garantendo un contatto più stretto e ininterrotto con la mia storia. 
  • Riservare alla scrittura uno spazio breve ma definito nell'arco della giornata non mi fa sentire in colpa se così facendo trascuro altre cose. Inoltre, avere poco tempo da dedicare alla scrittura mi è psicologicamente utile: mi concentro meglio e non accampo scuse per non farlo.
  • Mi sono resa conto che in questo periodo non riesco a pormi grandi obiettivi. Mi sono riproposta di scrivere solo poche righe al giorno e questo mi solleva dall'ansia di non riuscire a scrivere quanto vorrei. Riproponendomi delle tappe esigue, riesco sempre a portare avanti la storia, anche se a minuscole dosi.
  • La confidenza con personaggi ed eventi è fondamentale quando si scrive una storia: avendola interrotta più volte per cause esterne, mi rendo conto più che mai di quanto impegno ci si debba mettere per riconquistarla e approfondita costantemente.
  • L'ispirazione è qualcosa di molto delicato. Forzare la mano non aiuta, a volte è meglio attendere piuttosto che spremersi le meningi e partorire orribili intrecci.
  • Il processo di creazione non deve essere per forza sempre consapevole. E' importante affidare all'inconscio il compito di cercare nuove idee, mettere insieme gli elementi, per farli affiorare al momento opportuno.
  • In questo periodo la pubblicazione è quanto di più lontano ci possa essere dai miei pensieri. Scollegare scrittura e ambizioni alla pubblicazione potrebbe sembrare assurdo, ma di fatto ora come ora per me conta davvero solo la voglia di raccontare, il bisogno di scrivere come atto puro. E' stata una riscoperta preziosa.

Insomma, sto davvero procedendo a piccoli, piccolissimi passi, ma sarebbe impossibile fare altrimenti ora...
Spero anche di ritrovare le forze e il tempo materiale per tornare a dedicarmi al blog, non averlo fatto per tutto questo tempo mi rattrista molto e spero che tutti voi mi perdonerete ancora una volta.

Se il destino non mi imporrà una nuova interruzione... tornerò presto!

Anima di carta
LEGGI TUTTO
Nonostante i buoni propositi, le mie attività di scrittura è blog hanno subito una nuova battuta d'arresto, visto che per non farmi mancare proprio niente, in questo periodo di per sé già molto faticoso, mi sono anche ammalata... E così tutti i programmi che avevo pianificato - portare avanti il romanzo che sto scrivendo e scrivere nuovi post - sono saltati. Di certo però questo periodo difficile mi ha condotto (per non dire costretto) a rivedere il mio approccio alla scrittura e vorrei condividere con voi queste riflessioni.

  • Sto rivalutando la regolarità nello scrivere. Sono sempre stata molto incostante nella scrittura, un tempo c'erano giorni di intenso lavoro e intense settimane senza buttare giù neppure una riga. Ora mi sono riproposta di impegnarmi a scrivere ogni giorno, in una fascia oraria definita e questo mi sta garantendo un contatto più stretto e ininterrotto con la mia storia. 
  • Riservare alla scrittura uno spazio breve ma definito nell'arco della giornata non mi fa sentire in colpa se così facendo trascuro altre cose. Inoltre, avere poco tempo da dedicare alla scrittura mi è psicologicamente utile: mi concentro meglio e non accampo scuse per non farlo.
  • Mi sono resa conto che in questo periodo non riesco a pormi grandi obiettivi. Mi sono riproposta di scrivere solo poche righe al giorno e questo mi solleva dall'ansia di non riuscire a scrivere quanto vorrei. Riproponendomi delle tappe esigue, riesco sempre a portare avanti la storia, anche se a minuscole dosi.
  • La confidenza con personaggi ed eventi è fondamentale quando si scrive una storia: avendola interrotta più volte per cause esterne, mi rendo conto più che mai di quanto impegno ci si debba mettere per riconquistarla e approfondita costantemente.
  • L'ispirazione è qualcosa di molto delicato. Forzare la mano non aiuta, a volte è meglio attendere piuttosto che spremersi le meningi e partorire orribili intrecci.
  • Il processo di creazione non deve essere per forza sempre consapevole. E' importante affidare all'inconscio il compito di cercare nuove idee, mettere insieme gli elementi, per farli affiorare al momento opportuno.
  • In questo periodo la pubblicazione è quanto di più lontano ci possa essere dai miei pensieri. Scollegare scrittura e ambizioni alla pubblicazione potrebbe sembrare assurdo, ma di fatto ora come ora per me conta davvero solo la voglia di raccontare, il bisogno di scrivere come atto puro. E' stata una riscoperta preziosa.

Insomma, sto davvero procedendo a piccoli, piccolissimi passi, ma sarebbe impossibile fare altrimenti ora...
Spero anche di ritrovare le forze e il tempo materiale per tornare a dedicarmi al blog, non averlo fatto per tutto questo tempo mi rattrista molto e spero che tutti voi mi perdonerete ancora una volta.

Se il destino non mi imporrà una nuova interruzione... tornerò presto!

Anima di carta

lunedì 4 marzo 2013

Come inserire una scena erotica in un romanzo non erotico?

Ringrazio Lady Flo, autrice di questo post e di questi consigli. Nel riquadro finale potete leggere qualche notizia su di lei.

Mentre state scrivendo il vostro romanzo non erotico potrebbe accadere che vi venga voglia di inserire una scena erotica, pur non essendo esperte in questo genere.
Ecco allora alcuni suggerimenti su come fare e da cosa partire per scrivere queste scene.

1) Trasformare la voglia in “io voglio”
La voglia deve diventare una decisione. Questo significa che finché non sarete convinte di inserire una scena erotica dovete lasciar perdere, altrimenti rischiate di sentirvi frustrate. La decisione deve diventare una scelta e questa scelta occorre volerla.

2) La scena erotica deve essere funzionale alla storia
Una volta fatta la scelta di inserire una scena erotica questa deve essere armonizzata alla storia, non deve cioè sembrare qualcosa di posticcio, messa lì tanto per, senza un legame con la storia nella sua totalità. La scena erotica che andate a inserire deve avere un “perché”, deve essere funzionale alla storia.

3) La scena erotica deve essere inerente al carattere dei personaggi
I personaggi coinvolti nella scena hanno dei tratti distinti, che avete già fatto emergere nelle pagine precedenti. Ecco, da questi dovete partire. Voglio dire, se il vostro personaggio ha un carattere timido e un fisico gracilino non potete farlo scatenare a letto come fosse l’avatar di Rocco Siffredi. Se è timido avrà un approccio timido al sesso, a meno che non state tratteggiando un tipo di personaggio dalla doppia personalità.
Se al contrario il vostro personaggio è esuberante, aggressivo, strafottente, si presuppone che nel sesso sia lo stesso, per cui la scena erotica dovrà avere un tono piuttosto forte. Per esempio, prende lei con forza, in un luogo strano, in una posizione strana.

4) Usare un linguaggio adatto
In una scena erotica si possono usare vari tipi di linguaggio e con toni e sfumature diverse. Nel vostro caso, di un romanzo non erotico, il linguaggio della scena erotica deve essere conforme al linguaggio che avete utilizzato per quel testo. E quindi, se state scrivendo un romanzo rosa, con un linguaggio molto soft, tendente al poetico, anche la scena erotica va scritta in quel modo. Per cui utilizzerete molti eufemismi piuttosto che termini precisi o addirittura volgari. Se invece state scrivendo un giallo, nel quale ci sono assassini, investigatori con il pelo sullo stomaco, violenze e sangue, allora potete permettervi di usare un linguaggio più esplicito nella scena di sesso, anche volgare se questo è in sintonia con i tratti del personaggio coinvolto.

5) I sensi in una scena erotica
Nell’erotismo i sensi sono fondamentali. In fase di scrittura chiedetevi sempre quali sensi state usando per descrivere la scena erotica. Se utilizzate i “sensi più bassi”, cioè olfatto, gusto, tatto, la scena risulterà più carnale, più fisica e materiale, sarà più legata agli istinti animali. Se invece utilizzate i “sensi più alti”, cioè vista e udito, la scena risulterà più mentale, più legata alla fantasia e all’immaginazione. Potete, ovviamente, mischiare i sensi per creare vari effetti erotici.

6) Gradazione di eros
Una scena erotica può andare dal rosa tenue al rosso intenso. Ci sono scene e romanzi interi erotici scritti con un linguaggio e uno stile totalmente allusivo che sono in grado di eccitare il nostro eros. Altri, invece, nei quali il riferimento e la descrizione del sesso e dell’atto sessuale è preponderante
Sono gradazioni diverse di eros che vengono fuori in base alle scelte che abbiamo fatto nei punti precedenti.

Come potete vedere non c’è una ricetta unica; il sapore di una scena erotica è costituito da un mix di ingredienti, che se dosati sapientemente creano un piatto molto appetitoso.

Sto preparando una Guida alla scrittura erotica, nella quale esporrò in dettaglio gli elementi propri della scrittura erotica. Quando sarà pronta la troverete sul mio sito: www.eroticamenteflo.com

Lady Flo


L'AUTORE DI QUESTO GUEST POSTScrivo da sempre… per me stessa, per gli altri, per capire e per esprimere, per indagare e incantare, per far riflettere e per provocare… nel tentativo di mettere in contatto il corpo con la mente e la mente con il corpo e dove la sintesi di questi due estremi si chiama emozione.
Potete leggere i miei scritti su www.eroticamenteflo.com
Blog: http://latipsicologici.blogspot.it/

Se vuoi scrivere anche tu un post per questo blog, leggi qui le linee guida per inviare il tuo contributo.
LEGGI TUTTO
Ringrazio Lady Flo, autrice di questo post e di questi consigli. Nel riquadro finale potete leggere qualche notizia su di lei.

Mentre state scrivendo il vostro romanzo non erotico potrebbe accadere che vi venga voglia di inserire una scena erotica, pur non essendo esperte in questo genere.
Ecco allora alcuni suggerimenti su come fare e da cosa partire per scrivere queste scene.

1) Trasformare la voglia in “io voglio”
La voglia deve diventare una decisione. Questo significa che finché non sarete convinte di inserire una scena erotica dovete lasciar perdere, altrimenti rischiate di sentirvi frustrate. La decisione deve diventare una scelta e questa scelta occorre volerla.

2) La scena erotica deve essere funzionale alla storia
Una volta fatta la scelta di inserire una scena erotica questa deve essere armonizzata alla storia, non deve cioè sembrare qualcosa di posticcio, messa lì tanto per, senza un legame con la storia nella sua totalità. La scena erotica che andate a inserire deve avere un “perché”, deve essere funzionale alla storia.

3) La scena erotica deve essere inerente al carattere dei personaggi
I personaggi coinvolti nella scena hanno dei tratti distinti, che avete già fatto emergere nelle pagine precedenti. Ecco, da questi dovete partire. Voglio dire, se il vostro personaggio ha un carattere timido e un fisico gracilino non potete farlo scatenare a letto come fosse l’avatar di Rocco Siffredi. Se è timido avrà un approccio timido al sesso, a meno che non state tratteggiando un tipo di personaggio dalla doppia personalità.
Se al contrario il vostro personaggio è esuberante, aggressivo, strafottente, si presuppone che nel sesso sia lo stesso, per cui la scena erotica dovrà avere un tono piuttosto forte. Per esempio, prende lei con forza, in un luogo strano, in una posizione strana.

4) Usare un linguaggio adatto
In una scena erotica si possono usare vari tipi di linguaggio e con toni e sfumature diverse. Nel vostro caso, di un romanzo non erotico, il linguaggio della scena erotica deve essere conforme al linguaggio che avete utilizzato per quel testo. E quindi, se state scrivendo un romanzo rosa, con un linguaggio molto soft, tendente al poetico, anche la scena erotica va scritta in quel modo. Per cui utilizzerete molti eufemismi piuttosto che termini precisi o addirittura volgari. Se invece state scrivendo un giallo, nel quale ci sono assassini, investigatori con il pelo sullo stomaco, violenze e sangue, allora potete permettervi di usare un linguaggio più esplicito nella scena di sesso, anche volgare se questo è in sintonia con i tratti del personaggio coinvolto.

5) I sensi in una scena erotica
Nell’erotismo i sensi sono fondamentali. In fase di scrittura chiedetevi sempre quali sensi state usando per descrivere la scena erotica. Se utilizzate i “sensi più bassi”, cioè olfatto, gusto, tatto, la scena risulterà più carnale, più fisica e materiale, sarà più legata agli istinti animali. Se invece utilizzate i “sensi più alti”, cioè vista e udito, la scena risulterà più mentale, più legata alla fantasia e all’immaginazione. Potete, ovviamente, mischiare i sensi per creare vari effetti erotici.

6) Gradazione di eros
Una scena erotica può andare dal rosa tenue al rosso intenso. Ci sono scene e romanzi interi erotici scritti con un linguaggio e uno stile totalmente allusivo che sono in grado di eccitare il nostro eros. Altri, invece, nei quali il riferimento e la descrizione del sesso e dell’atto sessuale è preponderante
Sono gradazioni diverse di eros che vengono fuori in base alle scelte che abbiamo fatto nei punti precedenti.

Come potete vedere non c’è una ricetta unica; il sapore di una scena erotica è costituito da un mix di ingredienti, che se dosati sapientemente creano un piatto molto appetitoso.

Sto preparando una Guida alla scrittura erotica, nella quale esporrò in dettaglio gli elementi propri della scrittura erotica. Quando sarà pronta la troverete sul mio sito: www.eroticamenteflo.com

Lady Flo


L'AUTORE DI QUESTO GUEST POSTScrivo da sempre… per me stessa, per gli altri, per capire e per esprimere, per indagare e incantare, per far riflettere e per provocare… nel tentativo di mettere in contatto il corpo con la mente e la mente con il corpo e dove la sintesi di questi due estremi si chiama emozione.
Potete leggere i miei scritti su www.eroticamenteflo.com
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mercoledì 27 febbraio 2013

Corsi di scrittura creativa, perché frequentarli - secondo me!

La scrittrice e blogger Sandra Faé è l'autrice di questo post, che ringrazio per il suo intervento. Potete scoprite di lei nel riquadro finale.

A febbraio è cominciato il 7° corso di scrittura creativa che ho deciso di frequentare, un incontro stimolante per cui la mia scrittura non potrà che giovarne, oltre a farmi trascorrere 2 ore a settimana in pieno relax.

Sì, sette! Più uno di criminologia, uno di sceneggiatura e uno di cinema (comunque utili per scrivere)!. Ho la fortuna di abitare a Milano dove questi corsi vengono spesso patrocinati dal Comune, sponsorizzati dalla Regione e costano davvero poco. Uno è stato addirittura gratuito. In particolare questo costa 100 euro per 12 lezioni di 2 ore l'una.
Frequentare un corso di scrittura creativa permette di:
  • avere un coach sempre a disposizione
  • scrivere, scrivere, scrivere, semplicemente
  • affinare le tecniche e acquisirne di nuove
  • trovare amici coi quali condividere la passione, e confrontarsi
  • scrivere sotto pressione con compiti e scadenze (può risultare molto stimolante!)
  • capire quali siano le nostre reali capacità raggiungendo una vera consapevolezza
  • scoprire nuovi autori
  • avere la scusa per non impigrirsi sul divano, davanti al pc o alla tv
  • trovare tanti imput e idee che daranno il via a nuove storie
  • capire quali siano i nostri limiti, imparare a superarli, o a gestirli 
La classe e l'insegnante, nel mio caso - un esperienza che dura da 15 anni - hanno saputo far emergere un talento in bozzolo, elogi, critiche, ma anche veri rimproveri mi hanno fatta crescere acquisendo un'autostima come autore che difficilmente da sola avrei raggiunto.

E voi, pensate di iscrivervi a qualche corso di scrittura creativa, o ne avete mai frequentati?
O siete più del tipo autore maledetto che scrive da solo in soffitta?

Sandra Faé

L'AUTORE DI QUESTO GUEST POSTQuesto articolo è stato scritto da Sandra Faè, scrittrice e autrice del blog I libri di Sandra e precedentemente di "Frollini a colazione", chiuso ma ancora visibile qui, che prende il nome dal suo romanzo "Frollini a colazione (ma io volevo la brioche...)”.
Sandra è nata e vive a Milano dove si occupa di adempimenti fiscali. Scrive da sempre e ha frequentato numerosi corsi di scrittura creativa. Il marito Emanuele, per 3/4 greco, è il suo primo fan e l'aiuta a districarsi nei deliri informatici quando scrive. Nel poco tempo libero che le rimane ama gli hobby creativi, fare gite, leggere, andare al cinema e a teatro. Non sopporta il calcio, la liquirizia, e i librucoli. Ha una splendida casa ordinata piena di libri e colori, e un divano sfondato dove si svacca troppo raramente cercando di riacquistare sembianze umane. Sogna di avere un parrucchiere personale, un cuoco e un autista a disposizione 24 su 24!
Per sapere di più su di lei potete anche leggere questa intervista di Anima di carta.
Blog: I libri di Sandra

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LEGGI TUTTO
La scrittrice e blogger Sandra Faé è l'autrice di questo post, che ringrazio per il suo intervento. Potete scoprite di lei nel riquadro finale.

A febbraio è cominciato il 7° corso di scrittura creativa che ho deciso di frequentare, un incontro stimolante per cui la mia scrittura non potrà che giovarne, oltre a farmi trascorrere 2 ore a settimana in pieno relax.

Sì, sette! Più uno di criminologia, uno di sceneggiatura e uno di cinema (comunque utili per scrivere)!. Ho la fortuna di abitare a Milano dove questi corsi vengono spesso patrocinati dal Comune, sponsorizzati dalla Regione e costano davvero poco. Uno è stato addirittura gratuito. In particolare questo costa 100 euro per 12 lezioni di 2 ore l'una.
Frequentare un corso di scrittura creativa permette di:
  • avere un coach sempre a disposizione
  • scrivere, scrivere, scrivere, semplicemente
  • affinare le tecniche e acquisirne di nuove
  • trovare amici coi quali condividere la passione, e confrontarsi
  • scrivere sotto pressione con compiti e scadenze (può risultare molto stimolante!)
  • capire quali siano le nostre reali capacità raggiungendo una vera consapevolezza
  • scoprire nuovi autori
  • avere la scusa per non impigrirsi sul divano, davanti al pc o alla tv
  • trovare tanti imput e idee che daranno il via a nuove storie
  • capire quali siano i nostri limiti, imparare a superarli, o a gestirli 
La classe e l'insegnante, nel mio caso - un esperienza che dura da 15 anni - hanno saputo far emergere un talento in bozzolo, elogi, critiche, ma anche veri rimproveri mi hanno fatta crescere acquisendo un'autostima come autore che difficilmente da sola avrei raggiunto.

E voi, pensate di iscrivervi a qualche corso di scrittura creativa, o ne avete mai frequentati?
O siete più del tipo autore maledetto che scrive da solo in soffitta?

Sandra Faé

L'AUTORE DI QUESTO GUEST POSTQuesto articolo è stato scritto da Sandra Faè, scrittrice e autrice del blog I libri di Sandra e precedentemente di "Frollini a colazione", chiuso ma ancora visibile qui, che prende il nome dal suo romanzo "Frollini a colazione (ma io volevo la brioche...)”.
Sandra è nata e vive a Milano dove si occupa di adempimenti fiscali. Scrive da sempre e ha frequentato numerosi corsi di scrittura creativa. Il marito Emanuele, per 3/4 greco, è il suo primo fan e l'aiuta a districarsi nei deliri informatici quando scrive. Nel poco tempo libero che le rimane ama gli hobby creativi, fare gite, leggere, andare al cinema e a teatro. Non sopporta il calcio, la liquirizia, e i librucoli. Ha una splendida casa ordinata piena di libri e colori, e un divano sfondato dove si svacca troppo raramente cercando di riacquistare sembianze umane. Sogna di avere un parrucchiere personale, un cuoco e un autista a disposizione 24 su 24!
Per sapere di più su di lei potete anche leggere questa intervista di Anima di carta.
Blog: I libri di Sandra

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martedì 26 febbraio 2013

Teatrogiornale: un esperimento di scrittura

In questo guest post Arianna Musso espone il suo progetto di teatrogiornale. Per conoscere l'autrice, leggete il riquadro in fondo all'articolo.

Il teatrogiornale è una forma di azione teatrale.
Sono rimasta molto colpita nel trovare, nella grande collezione di testi di burattinai del mio maestro Remo Melloni, articoli di giornali ritagliati e sottolineati. Questi articoli risalenti, quelli che ho visto io almeno, all'inizio del secolo scorso, erano gli spunti per i canovacci che gli artisti sarebbero andati a scrivere.
Successivamente ho avuto l'occasione di conoscere Roberto Cavosi che, agli inizi degli anni duemila, era responsabile dell'omonima trasmissione su radio3.

Da qui ho iniziato a compiere qualche riflessione: già nell’antica Grecia i testi, soprattutto quelli comici, avevano come argomento notizie di attualità. In Cina, compagnie di teatranti seguivano l’esercito popolare per informare, in maniera drammatizzata, la popolazione cinese degli sviluppi della guerra. Il padre del teatro giapponese all’occidentale, Kawakami, utilizzava il teatrogiornale con fini simili. Negli anni sessanta/settanta il teatrogiornale viene utilizzato in Italia sia da gruppi di teatro informale sia dal neonato DAMS, sotto la direzione del professor Scabbia. Anche il Teatro Dell’Oppresso utilizza questa denominazione per indicare la lettura in forma drammatizzata delle notizie dei quotidiani.
Quindi a Genova, dal 2006 al 2010, la Compagnia Coseacaso ha praticato dei laboratori teatrali di Teatrogiornale con attori non professionisti, il cui fine era la realizzazione di un breve spettacolo.

Questo esperimento vuole trasportare questo modo di leggere la realtà in maniera creativa sul web. Abbandonando quindi la specificità teatrale e aprendo a tutte le forme di scrittura.
A scadenza settimanale, chi vorrà, potrà pubblicare un breve racconto o un piccolo testo teatrale o poesia sulle notizie dei quotidiani on-line del giorno fino alle ore 24.
Si possono usare anche immagini, video, musiche, canzoni o qualunque cosa venga in mente.
Chiunque può partecipare all’esperimento chiedo solo di citare e linkare la notizia presa in considerazione.
Non è importante che la notizia sia esemplificativa del giorno, che la notizia vi stia a cuore o che il racconto sia perfetto.

Questo vuole essere un blog collettivo, un guest posting. Mandatemi le vostre produzioni su info@coseacaso.org. L’esperimento si effettuerà tutti i venerdì su http://teatrogiornale.wordpress.com

Buona lettura e buona scrittura.

Arianna Musso


L'AUTORE DI QUESTO GUEST POST Mi chiamo Arianna Musso. Classe 1979. Sono laureata al DAMS di Bologna e diplomata alla Scuola D’Arte Drammatica Paolo Grassi. Nella vita ho sempre fatto teatro e scritto, sopratutto per il teatro. Vista la crisi ho deciso di dedicare questo tempo alla scrittura, e vedere se posso farla crescere e guarire da raffreddori linguistici che a volte prende (non sono una madre premurosa ma voglio diventarlo).

Scrivo su:
http://coseacasoblog.wordpress.com
http://mammaliturchidotorg.wordpress.com

Se vuoi scrivere anche tu un post per questo blog, leggi qui le linee guida per inviare il tuo contributo.


LEGGI TUTTO
In questo guest post Arianna Musso espone il suo progetto di teatrogiornale. Per conoscere l'autrice, leggete il riquadro in fondo all'articolo.

Il teatrogiornale è una forma di azione teatrale.
Sono rimasta molto colpita nel trovare, nella grande collezione di testi di burattinai del mio maestro Remo Melloni, articoli di giornali ritagliati e sottolineati. Questi articoli risalenti, quelli che ho visto io almeno, all'inizio del secolo scorso, erano gli spunti per i canovacci che gli artisti sarebbero andati a scrivere.
Successivamente ho avuto l'occasione di conoscere Roberto Cavosi che, agli inizi degli anni duemila, era responsabile dell'omonima trasmissione su radio3.

Da qui ho iniziato a compiere qualche riflessione: già nell’antica Grecia i testi, soprattutto quelli comici, avevano come argomento notizie di attualità. In Cina, compagnie di teatranti seguivano l’esercito popolare per informare, in maniera drammatizzata, la popolazione cinese degli sviluppi della guerra. Il padre del teatro giapponese all’occidentale, Kawakami, utilizzava il teatrogiornale con fini simili. Negli anni sessanta/settanta il teatrogiornale viene utilizzato in Italia sia da gruppi di teatro informale sia dal neonato DAMS, sotto la direzione del professor Scabbia. Anche il Teatro Dell’Oppresso utilizza questa denominazione per indicare la lettura in forma drammatizzata delle notizie dei quotidiani.
Quindi a Genova, dal 2006 al 2010, la Compagnia Coseacaso ha praticato dei laboratori teatrali di Teatrogiornale con attori non professionisti, il cui fine era la realizzazione di un breve spettacolo.

Questo esperimento vuole trasportare questo modo di leggere la realtà in maniera creativa sul web. Abbandonando quindi la specificità teatrale e aprendo a tutte le forme di scrittura.
A scadenza settimanale, chi vorrà, potrà pubblicare un breve racconto o un piccolo testo teatrale o poesia sulle notizie dei quotidiani on-line del giorno fino alle ore 24.
Si possono usare anche immagini, video, musiche, canzoni o qualunque cosa venga in mente.
Chiunque può partecipare all’esperimento chiedo solo di citare e linkare la notizia presa in considerazione.
Non è importante che la notizia sia esemplificativa del giorno, che la notizia vi stia a cuore o che il racconto sia perfetto.

Questo vuole essere un blog collettivo, un guest posting. Mandatemi le vostre produzioni su info@coseacaso.org. L’esperimento si effettuerà tutti i venerdì su http://teatrogiornale.wordpress.com

Buona lettura e buona scrittura.

Arianna Musso


L'AUTORE DI QUESTO GUEST POST Mi chiamo Arianna Musso. Classe 1979. Sono laureata al DAMS di Bologna e diplomata alla Scuola D’Arte Drammatica Paolo Grassi. Nella vita ho sempre fatto teatro e scritto, sopratutto per il teatro. Vista la crisi ho deciso di dedicare questo tempo alla scrittura, e vedere se posso farla crescere e guarire da raffreddori linguistici che a volte prende (non sono una madre premurosa ma voglio diventarlo).

Scrivo su:
http://coseacasoblog.wordpress.com
http://mammaliturchidotorg.wordpress.com

Se vuoi scrivere anche tu un post per questo blog, leggi qui le linee guida per inviare il tuo contributo.


lunedì 25 febbraio 2013

Riprendere a scrivere

Dopo svariate settimane di forzata lontananza dal blog e dalla scrittura, riprendere queste attività non è affatto facile come speravo.
La mente e le emozioni sono tuttora rivolte ad altre cose, ma a un certo punto ho cominciato ad avvertire il bisogno di tornare a "raccontare". Ho sentito pian piano affiorare dal profondo di me stessa questo impulso e non ho potuto far altro che seguirlo, ben lontana dalle tante scuse per non scrivere che un tempo mi inventavo. Ma non è facile, soprattutto dopo una lunga interruzione. Mi trovo in difficoltà a riprendere il filo, a concentrarmi sul romanzo che ho ripreso in mano, ad andare avanti con la storia...
Per affrontare questo problema ho provato a fare queste cose:
  • Rileggere tutto quello che ho scritto fino a questo momento.
  • Cercare di pensare alla storia in modo ampio, al disegno globale.
  • Pormi delle domande, come farebbe un lettore man mano che legge. 
  • Concentrarmi sui personaggi, chiedendomi cosa vuole ognuno di loro.

Eppure, ancora non ci siamo... Nonostante la mia voglia di scrivere sia di nuovo forte e mi sia imposta di ritagliarmi nella giornata un po' di tempo da dedicare esclusivamente alla scrittura, riprendere il filo interrotto è una sfida ardua.
Avete suggerimenti?

Spero per il prossimo futuro, comunque, di tornare a dedicarmi anche al blog, nei limiti del possibile. Nei prossimi giorni pubblicherò tutti i guest post che mi avete invitato (nell'ordine di arrivo), e in proposito ringrazio tutti per la pazienza...

A presto

Anima di carta
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Dopo svariate settimane di forzata lontananza dal blog e dalla scrittura, riprendere queste attività non è affatto facile come speravo.
La mente e le emozioni sono tuttora rivolte ad altre cose, ma a un certo punto ho cominciato ad avvertire il bisogno di tornare a "raccontare". Ho sentito pian piano affiorare dal profondo di me stessa questo impulso e non ho potuto far altro che seguirlo, ben lontana dalle tante scuse per non scrivere che un tempo mi inventavo. Ma non è facile, soprattutto dopo una lunga interruzione. Mi trovo in difficoltà a riprendere il filo, a concentrarmi sul romanzo che ho ripreso in mano, ad andare avanti con la storia...
Per affrontare questo problema ho provato a fare queste cose:
  • Rileggere tutto quello che ho scritto fino a questo momento.
  • Cercare di pensare alla storia in modo ampio, al disegno globale.
  • Pormi delle domande, come farebbe un lettore man mano che legge. 
  • Concentrarmi sui personaggi, chiedendomi cosa vuole ognuno di loro.

Eppure, ancora non ci siamo... Nonostante la mia voglia di scrivere sia di nuovo forte e mi sia imposta di ritagliarmi nella giornata un po' di tempo da dedicare esclusivamente alla scrittura, riprendere il filo interrotto è una sfida ardua.
Avete suggerimenti?

Spero per il prossimo futuro, comunque, di tornare a dedicarmi anche al blog, nei limiti del possibile. Nei prossimi giorni pubblicherò tutti i guest post che mi avete invitato (nell'ordine di arrivo), e in proposito ringrazio tutti per la pazienza...

A presto

Anima di carta

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