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Piacere è tutto ciò che conta?


Immaginate una realtà in cui tutto quello che fate e dite, tutti i vostri comportamenti sociali, anche il più piccolo, siano sottoposti al giudizio delle persone, con un punteggio che va da una a cinque stelline. Immaginate che ciò accada non solo per la vita virtuale ma anche per quella reale, e che quando interagite con il vostro prossimo, che si tratti di amici o di perfetti sconosciuti, questi vi assegnino un voto con una App.
Provate a immaginare, inoltre, che la media dei voti che ottenete quotidianamente determini la qualità della vita che potete permettervi, il tipo di quartiere in cui vi è concesso vivere, il livello più o meno alto di cure sanitarie che vi vengono fornite, i servizi di cui potete usufruire, le possibilità economiche, e così via. Un mondo in cui il prestigio sociale e il gradimento che suscitate sono tutto quello che conta e che dà valore alla vostra umana esistenza. Un mondo in cui chi ha un punteggio basso è un reietto della società, punito con l’isolamento e non meritevole di alcun supporto.

Un mondo terribile, vero?

È lo scenario proposto dal primo episodio della terza stagione di Black Mirror, serie tv che offre una serie di squarci su un possibile futuro legato allo sviluppo tecnologico. Trovo che questo episodio (intitolato Nosedive) sia un piccolo capolavoro che tutti noi dovremmo vedere.

La popolarità come valuta

La storia è quella di Lacie, che vive in una realtà dove lo status sociale ed economico è dettato dalla valutazione del prossimo. Lacie è ossessionata dal proprio punteggio e fa di tutto per compiacere chi incontra, al fine di ottenere una buona valutazione. Il suo unico desiderio è migliorare ulteriormente il suo stato sociale e grazie a questo ottenere uno sconto per un appartamento di lusso. 
Ma per conquistare un punteggio migliore ha bisogno dell’appoggio di qualcuno che conti, insomma di un influencer. E così contatta un’amica d’infanzia con un punteggio vicino alle cinque stelline e riesce a convincerla a diventare damigella d’onore al matrimonio. Lacie punta tutto sul discorso che farà in quell’occasione, certa del successo che riscuoterà. Tuttavia, durante il viaggio verso il luogo delle nozze una serie di coincidenze la porteranno a una costante e ineluttabile diminuzione del rating, finché... Ovviamente non vi racconto il proseguimento né il finale, che di per sé basterebbe a fare di questo episodio un piccolo gioiello.

L’episodio porta all’esasperazione le tendenze attuali di ossessione per l’immagine e la popolarità, il desiderio di piacere e compiacere gli altri, ma anche la mania di condivisione del quotidiano sui social media, dove tutto ma proprio tutto passa attraverso il vaglio degli altri. Tendenze che possono pericolosamente varcare i confini del virtuale, con un impatto terrificante sulla realtà di tutti i giorni, come sottolinea la storia di Lacie.

Al centro dell’episodio c’è a mio avviso soprattutto l’ipocrisia, la falsità e l’opportunismo che contraddistinguono spesso i rapporti sociali, quei legami malati che legano talvolta le persone. L’episodio infatti pone anche l’accento sui cosiddetti influencer e su chi non fa altro che cercare il riconoscimento di chi conta, spinto dall’ambizione e dal desiderio di emergere.

Ma non solo. Inizialmente infatti nella storia di Lacie sembra che il nodo cruciale sia l’ambizione, per poi comprendere che in fondo a muoverla è solo il bisogno di essere accettata, di essere parte di una comunità.

Quanto conta il giudizio degli altri?

Tuttavia, dovremo chiederci: quanto peso hanno le valutazioni delle persone nei nostri confronti? Quanto conta il giudizio degli altri per noi? Pensiamo solo ai like di Facebook, che sono diventati il metro della popolarità virtuale. Cosa ridicola ovviamente, perché come ha detto qualcuno, essere popolari su Facebook è come essere ricchi a Monopoli.

Nella vita reale un mi piace non ha nessun valore, è vero. Ma se questo potesse invece averlo e determinare la qualità della nostra vita? Se fosse una sorta di valuta?

A me sembra che dal mondo tratteggiato da Black Mirror non siamo poi così lontani, anzi.  In parte siamo già immersi in dinamiche malsane, con un attaccamento morboso ai riconoscimenti del prossimo. O alla semplice attenzione. Basta pensare a certe persone che pur di farsi notare sono pronte a dar battaglia a chiunque, insomma i cosiddetti troll.

La smania di consenso è già una realtà. Siamo già alla ricerca di una continua perfezione di facciata, quella che ci fa apparire belli, bravi, di successo. E d'altra parte mi viene tristemente da pensare a quelle coppie che litigano ogni giorno ma che sui profili Facebook appaiono sempre sorridenti e pieni di smancerie, perfetti esempi d’amore.

Il problema ovviamente non sono solo i social network. Se proviamo a ipotizzare che tutto questo si riversi dal virtuale al reale, non si può che restarne inorriditi.

È verso questo tipo di società che stiamo andando? Certo, l’episodio di Black Mirror porta volutamente all’eccesso simili tendenze, ma non si può fare a meno di notare come queste inclinazioni siano già presenti, soprattutto nella mentalità comune. Di fatto siamo già in una realtà che premia l’estroversione e al contrario penalizza l’introversione. Alla meritocrazia si va sostituendo il prestigio sociale o l'appoggio di chi conta.

Chi ha letto il mio ultimo romanzo sa come la penso sul conformismo, sulle maschere che si indossano per compiacere la società e il prossimo. Forse pensiamo di esserne immuni, spiriti liberi, ma fino a che punto lo siamo realmente?

E nella scrittura?

E come non riportare il discorso all’ambito specifico che ci riguarda, quello della scrittura? Avere un blog di successo significa avere un rating alto su Google, tanti commenti, tante condivisioni. Essere bravi autori significa ottenere tanti like sulla pagina fan, tante stelline nelle recensioni, essere in cima alle classifiche, comparire in ogni angolo della blogosfera. E delle premiazioni basate sui mi piace ne vogliamo parlare? Altro che valore del libro. I più furbi lo hanno già capito.

Cos’è la felicità? Avere un punteggio di cinque stelline?


Commenti

  1. Quando scrivi "A me sembra che dal mondo tratteggiato da Black Mirror non siamo poi così lontani", è proprio ciò che stavo pensando nel leggere la trama.
    Non conosco questo telefilm, ma in realtà mi hai acceso un certo interesse.
    Purtroppo nella vita di tutti i giorni bisogna stare attenti a ciò che fai, stare attenti a ciò che dici perchè le nostre azioni potrebbero in qualche modo addirittura rovinarci la vita. Ma la cosa bella è che molte volte non facciamo altro che essere noi stessi e sinceri, facciamo cose che in realtà non sono nemmeno cattive, diciamo cose che servono per far aprire gli occhi, ma non veniamo capiti.
    E allora altro che like, altro che amicizie... Vieni scartato o comunque giudicato. E poi ci sono persone alle quali non gliene frega nulla di essere guardato male (e alle volte devo essere sincera un pò le invidio) e altre che purtroppo ci soffrono e cambiano per piacere agli altri. Che cosa triste, ma è la pura e cattiva realtà...
    ANTONELLA AEGLOS ASTORI

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    1. Dici cose vere, purtroppo. La sincerità è quella che meno viene capita, in molti ambiti. Eppure, se ci pensi bene in qualsiasi modo ti comporti sei soggetto a critiche, perché ci sarà sempre qualcuno che ti approverà e qualcun altro che ti disapproverà. Quindi alla fine vale la pena di essere se stessi e basta. La lotta per l'accettazione, come dimostra questa storia di Lacie, è inutile.

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  2. Conoscevo questa puntata di Black Mirror, perché il mio compagno ha seguito tutta la serie, e me la raccontava (io non ho mai voluto vederla: mi sembra inquietante).

    Che dire? Non ho altro da aggiungere rispetto a quanto scritto da te e dalla persona che hai commentato in precedenza. L'unica cosa è questa: ipotizzando di vivere in una società che concede diritti in base ai "like", quali sono le caratteristiche che ci faranno guadagnare punti?

    Pongo questa domanda perché penso che le qualità "popolari" mi appartengano ben poco. Una persona degna di lode, nella società contemporanea, è quella che piace a tutti non per le sue qualità, ma per la capacità di essere "assorbita" dalla logica di Sistema. Prendi per esempio una grande azienda. I like, lì, li prenderebbero i baciapile, le persone servili, quelli che vivono per compiacere i capi e si sentono in debito con chi dà loro lavoro, anche se nella realtà dei fatti questo è un rapporto di scambio. E fuori? Beh. Ovvio: chi si fa le foto nei locali, chi ha tanti contatti a prescindere dalla profondità dei rapporti, chi va in palestra, chi è magro, chi è bello, chi è un bravo venditori di beni, chi è un bravo venditore di se stesso, chi NON LEGGE. Ebbene sì, anche questo oggi è un vanto per molti, gente che non vuole perdere tempo, gente convinta che la cultura non paghi, che non "sistemi" (e, purtroppo, hanno ragione).

    Quindi, se essere popolare significa rinunciare a tutto ciò in cui credo, sono lieta di non piacere a nessuno. ;)

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    1. Ogni puntata di Black Mirror è un pugno nello stomaco perché va a colpire una verità possibile ma scomoda. Questa in particolare non è tra le più inquietanti (la prima stagione è decisamente peggio), però dà molto materiale per riflettere.
      La tua domanda comunque è più che lecita. Di fatto le qualità popolari sono quelle più superficiali, quindi chi ha un approccio non superficiale alla vita è automaticamente penalizzato. E sono più che mai d'accordo con te, se la popolarità è data da certe caratteristiche, noi non lo saremo mai.

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  3. Non conosco la serie tivù di cui parli ma mihai messo i brividi. SE fosse realtà, e in piccola parte forse lo è già basta pensare ai social, ci sarebbe da spararsi.
    Dovrebbero preparare un lunghissimo elenco di cosa va bene e osa no, di cosa piace e cosa no ma sarebbe vita?
    Come ti ha scritto Chiara sopra, se devo omologarmi in tutto e per tutto non ci sto. La libertà individuale innanzitutto fino a quando non lede la libertà altrui.

    Per rispondere alla tua domanda, felicità non è avere un punteggio 5 stelle dato dagli altri. E essere se stessi e soddisfatti di come si è, sempre se non si è delinquenti in senso lato

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    1. La realtà presentata da questa puntata è volutamente esasperata, però come hai detto è in parte già così, tanto sui social quanto fuori. Io credo che essere se stessi fino in fondo comporti sempre un prezzo molto alto. Però hai detto una cosa importante: la libertà personale non deve mai ledere quella altrui. Anche questo è un aspetto su cui dovremmo riflettere.

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  4. Che dire di più? Forse che in modi diversi anche nel passato il compiacimento della comunità era essenziale. Non c'era la tecnologia ma i linguoni sì, e una diceria, che dico, un giudizio negativo poteva compromettere non solo la stabilità lavorativa, ma anche la normale convivenza all'interno della comunità.
    Ciò detto, nel telefilm citato (ma su che canale lo danno?) io sicuramente sarei ai margini della società. :-P
    Ma l'altro giorno ho ricevuto un bellissimo complimento da un lettore, riferito al mio ultimo romanzo: "Certo che hai avuto un grande coraggio ad affrontare il tema della Chiesa a quel modo!". Ecco, non ho molti lettori al mio seguito e nessuna stellina su Amazon, ma se ciò è dovuto alla libertà di esprimermi, ne sono orgogliosissima!

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    1. Sì, è un discorso che riguarda tutte le epoche. Tutti vogliamo essere accettati, far parte di una comunità, i social non fanno altro che portare a galla queste esigenze. E sono sempre esistiti anche gli emarginati, magari per ragioni diverse.
      Purtroppo anche affrontare temi scomodi nei nostri libri non aiuta, è proprio vero. Ma meglio essere se stessi anche in questo ambito piuttosto che adeguarsi a mode e affini!

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    2. Dimenticavo, Black Mirror è una serie attualmente di Netfix, ma l'hanno trasmessa anche su Rai4 tempo fa.

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  5. Non conosco il telefilm e né tanto meno ne ho sentito parlare. Una cosa però la so di certo: se la vita dovesse essere guidata dalla considerazione di un ipotetico pubblico, io andrei a vivere su un'isola deserta nel Pacifico.
    So anche che oggi, come tu dici, siamo schiavi dei like sui social a cui non ho mai aderito, ed è anche vero che la moderna tecnologia ci ha classificati inserendoci in liste promozionali e di pubblicità. Tuttavia non riesco a tollerare l'ingerenza o se vuoi il giudizio della gente che mi sta intorno ficcanasando sulle mie decisioni e come vivo la mia vita. Questo privilegio, per essere chiaro, lo concedo solo ed esclusivamente alla mia famiglia e a qualche amico.
    Nella scrittura, penso che la situazione sia diversa. Il pubblicare un libro o mantenere attivo e seguito un blog significa mettersi in mostra e va da se che si devono accettare critiche buone e meno buone o farsi seguire da più fan possibili proprio in funzione dell'esibizione della nostra intimità (a volte camuffata o romanzata) o da quello che pensiamo.
    La mia impressione però è che questo mondo di guardoni e di giudici sputasentenze si fa sempre più reale. Mi vengono in mente quelle ragazzine e donne che per avere dei like sui social hanno postato foto "intime" e poi qualcuna ha tentato o è riuscita nel suicidio quando i post sono diventati "virali" tanto da riconoscerle anche per strada. L'intimità è una cosa delicata, e la vita è fatta di intimità con cui giocare diventa pericoloso.
    Scusa la serietà del post, l'argomento non mi ha dato possibilità di una battuta di alleggerimento.
    Grazie
    Rosario

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    1. Sì, Rosario, sono situazioni delicate e l'argomento è serio per le sue implicazioni nella vita reale. E' inutile dire che i social restano nel virtuale, perché non è esattamente vero, soprattutto per i più giovani. Penso solo al cyber bullismo, una cosa che fa davvero paura.
      E' anche rilevante quello che hai detto a proposito dell'essere autori e sulla necessità di esporsi. Chi può permettersi di non farlo? Dovrebbero essere i nostri libri a parlare per noi, eppure oggi i lettori vogliono conoscere l'autore, sapere cosa pensa, essere in prima linea a promuovere i suoi prodotti, quindi va da sé che un autore che si isola non vende. Che tristezza.

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  6. Conosco la serie perché mio figlio la segue e me ne parla. E' molto triste il mondo tratteggiato, forse rappresenta il triste epilogo di questa società o forse è un grido di allarme che spero ci metta sull'avviso. Più che fb, penso che il pericolo sia Instagram dove ormai anche i bambini hanno accesso postando di tutto (ora c'è anche stories che ti permette di essere in diretta quando vuoi e senza alcun filtro). La piattaforma è un'enorme babele dove l'immagine e l'apparenza hanno sostituito la sostanza. E' di pochi giorni fa la notizia che una giovane donna americana ha perso tutto e si indebitata fino al collo per vivere una vita da Instagram, con viaggi, ristoranti e abiti firmati. Sembra incredibile, eppure è la realtà :(

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    1. Soddisfatto che ti sia risultato utile il suggerimento su di una più appropriata scelta del termine, nel post precedente. Non mi sono mai iscritto a un cosiddetto social network e, di conseguenza, non vi ho mai partecipato, ma mi sono fatto un'idea precisa di come funzionino. E il modo in cui lì si espone la propria vita privata in pubblico mi pare, con una sola parola, osceno. Tranquilla, non possiedo la verità, io non so nulla, e la mia opinione vale quanto le parole che la sostengono, le argomentazioni che possono essere accolte da chi le ascolta. La felicità, e la sua ricerca, fanno parte delle riflessioni sul senso della vita, non l'ha certo inventata la Costituzione americana; e comunque sono argomenti troppo complicati per un post. Tuttavia, in breve, mi sento di dire: conosci te stesso e, quindi, realizza te stesso in questa vita (l'unica disponibile) cercando di rimanere dentro il metro, la giusta misura, perché ognuno di noi ha i suoi limiti e dovrebbe essere abbastanza saggio da conoscerli e perciò evitare di varcarli.
      Infine, per gli amanti degli aforismi, ne lascio uno di Seneca: non egere felicitate, velicitas vestra est, non aver bisogno della felicità, è la vostra felicità.

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    2. @Rosalia
      Non conoscevo questa vicenda, veramente allucinante fino a che punto si può arrivare. Caspita, anche il fatto che Instagram non abbia filtri è davvero grave. Pensa a quanti input sono esposti i più giovani... Spero davvero che a un certo punto si prenda coscienza di quanto sia sbagliato tutto questo e si faccia marcia indietro, perché le conseguenze altrimenti non possono che essere spiacevoli.

      @Anonimo
      In effetti il discorso della felicità è troppo delicato e importante per essere fatto su un blog. Penso che la citazione di Seneca che hai fatto alla fine dovrebbe essere una guida per tutti. La smania di cercare una gratificazione nell'egocentrico esporsi sui social è malsana e non porta da nessuna parte, se non a essere ancora più insoddisfatti.

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  7. Il discorso è complesso. Io non demonizzerei i mezzi tecnologici attuali. Essi sono il prolungamento di un qualcosa che è sempre esistito. L'approvazione altrui è fondamentale, in ogni cultura, anche nelle più arcaiche. Un detto maori ripreso poi da un individuo che personalmente detesto (Marchionne) recita così: "Sei un uomo se gli altri te lo riconoscono".
    Il mezzo tecnologico amplifica quindi una caratteristica umana ovvero la consapevolezza del se. Se io mi guardo allo specchio so che è la mia immagine riflessa, non un qualcosa di esterno. Perchè ne ho consapevolezza. Se ho consapevolezza di me in quanto individuo, ho consapevolezza che ci sono anche gli altri. Gli altri, ci piaccia o no, recitano un ruolo fondamentale nell'accettazione del se, nell'autostima. Il mi piace di facebook o il ramking di goole riduce a punteggio, a linguaggio macchina, un elemento essenziale dell'esistenza umana. Ma lo fa per il semplice motivo che è la strada più semplice per un computer, che ragioni in binario, con 0 e 1. Se traduci 0 e 1, il risultato è lo stesso del giudizio che cerchiamo sempre, inconsapevolmente o consapevolmente, nel mondo esterno. Sei un uomo se gli altri te lo riconoscono. Se, esisti, se pensi (cogito ergo sum). Sei, esisti, se anche gli altri lo pensano. Non so se essere del tutto daccordo, ma l'evidenza dei fatti ci dice questo. Nonostante tutto, va accettata.

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    1. Sono d'accordo che non è la tecnologia a dover essere demonizzata. Come dicevo su, i social, la rete in generale non fanno altro che portare a galla un bisogno interiore, ovvero quello di emergere o anche solo di essere accettati. Non c'è nulla di male in questo, se non che le strade che si seguono portano solo a un vuoto interiore ancora più grande. Quello che è sbagliato è indossare delle maschere per dare un'immagine "giusta" agli altri o cercare la continua approvazione di ciò che facciamo. Per il resto hai ragione, siamo parte dell'umanità, dobbiamo fare i conti con il prossimo in continuazione, nel bene e nel male.

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  8. C'è un pericoloso interesse al "mi piace" ai follower che se sono pochi non conti nulla, alla popolarità che oggi con i social sembra essere alla portata di tutti (questa per me è la vera differenza) mentre un tempo toccava passare dalla tv e quindi non era accessibile a tutti. Io, e ne ho parlato più volte, punto più all'autenticità sebbene abbia sofferto parecchio in passato nel cercare gratifiche esterne, era una fragilità mia, quella richiesta di consensi che poteva significare "vali qualcosa, vai bene così". Il mio uso dei social è noto, ho solo un blog e abuso un po' di whatsApp ma con una cerchia davvero ristretta di persone, in rubrica ho meno di 80 contatti per dire e ci stanno pure quelli chiamiamoli "utili" come l'idraulico, e insomma nel complesso mi sento abbastanza sana e fuori da certi meccanismi malati.

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    1. Siamo tutti fragili, ovvero cerchiamo tutti gratifiche esterne, chi più chi meno. Arrivare al punto di essere noi stessi sempre e comunque sarebbe meraviglioso.
      Fai bene a tenerti fuori da certi meccanismi malati, vivi di sicuro molto più serena... Io mi sono stancata parecchio di certe dinamiche.

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  9. Il tuo post mi ha depresso, io ho un blog che rispetto ad altri ha meno like e visite eccetera eccetera, dunque sono un'autrice mediocre, diciamolo pure :). Lo sarei di certo nel mondo di Black Mirror che non conoscevo ma che dubito riuscirò a vedere, causa tv a pagamento che non ho. Ma come al solito capita con i fantasy, l'ispirazione viene dalla realtà. E la nostra realtà è questa: captatio benevolentiae ma non solo per ottenere uno sconto o più popolarità Per tenersi un lavoro, essere riconosciuti, contare qualcosa. Quando il valore non viene da noi stessi ma dalla misura del riconoscimento degli altri, questa decadenza dilaga. Guardandomi in giuro, vedo che molti ne sono travolti

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    1. Mi dispiace di averti depressa, Elena. Non era certo questo il mio intento. La realtà è già questa, purtroppo. Il valore dovrebbe essere un fatto assoluto, in ogni campo, non dovrebbero essere dei meccanismi viziati a decidere chi vale e chi no. Io non credo affatto in questo tipo di popolarità, soprattutto perché vedo come si forma, con quali assurdi presupposti. La mediocrità di un autore/blogger sta nella bassa qualità di ciò che scrive, e non è certamente il tuo caso. Tutt'altro. Chi se ne frega di come gira il mondo, a un certo punto!

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  10. L'ho vista: devastante perché non è poi così lontana dalla realtà. Guardandola capiamo che è una versione esagerata di noi stessi, ma non poi così inverosimile: questo non la rende divertente, ma al contrario inquietante perché ci ritroviamo e ne comprendiamo il disastro. In cuor mio spero che in qualche modo i social perdano influenza sulle nostre vite, ma purtroppo ho i miei dubbi.

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    1. Ciao Carlo, benvenuto e grazie per il tuo intervento.
      Mi fa piacere che qualcuno abbia visto questa puntata :)
      Sì, non c'è nulla di divertente, il grottesco non fa che mettere ansia, ma essere consapevoli di ciò che sta succedendo secondo me è molto importante. Non so se i social perderanno importanza nelle nostre vite, temo che sia proprio il contrario. Magari però è solo un giocattolo nuovo per noi, dobbiamo ancora capire come rapportarci con esso in modo sano. Insomma, spero che prima o poi troveremo l'approccio giusto.

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  11. Non conoscevo questa serie, però mentre leggevo il post pensavo davvero che siamo già immersi in una realtà molto simile. Prima ancora che ci fosse facebook, nella nostra realtà quotidiana, essere accettati dalla nostra piccola cerchia di amici, dalla famiglia, dalla società, dal mondo del lavoro, già costituiva un modo di ricevere delle "stelline". I condizionamenti li abbiamo sempre vissuti e, a seconda dell'importanza che noi stessi gli attribuiamo, siamo più o meno felici e soddisfatti. Con il mondo social tutto è portato all'esasperazione e la finzione diventa quasi la regola. Sembra che se non sei su facebook non vivi, invece è proprio fuori dai social che c'è la vita vera. Bisogna stare attenti a non farsi coinvolgere da questo meccanismo assurdo, per esempio c'è un mio amico che posta su facebook ogni momento della sua vita, week end di vacanza, piatti del ristorante, feste e quant'altro, è un continuo. L'altra sera ero fuori a mangiare e stavo per postare un piatto, poi presa dalla conversazione me ne sono dimenticata. Quando ho riguardato la foto della pietanza sul cellulare mi sono resa conto dell'influenza di certi meccanismi perversi. Postare foto della propria vita per ottenere dei "mi piace" è un meccanismo assurdo, è a me che deve piacere la mia vita non agli altri. Raggiungere questa consapevolezza però non è facile, io ci sono arrivata dopo un lungo percorso...

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    1. Dici delle cose molto giuste. Il punto è proprio non lasciarsi contagiare da certi meccanismi. E' un po' è come quando si va in giro, si viaggia, e si pensa solo a fare foto per postarle, finendo così per non vivere il momento. Per il resto la penso proprio come te, questo bisogno di avere un'immagine perfetta da mostrare agli altri è sempre esistito, non l'hanno inventato i social o internet. Anche l'ipocrisia, il compiacere gli altri sono tutte cose esasperate dalla rete ma presenti da sempre.

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  12. Anch'io, come qualcuno sopra, penso che i meccanismi non siano creati dai mezzi ma semplicemente nei mezzi trovano applicazione.
    Nel marketing una delle leve di persuasione utilizzata più di frequente è proprio la rivalsa sociale, che è quella che poi si applica nei social con i like. Ma non ne siamo immuni nel mondo esterno ai social. Gli influencer nella pubblicità ci sono sempre stati: pensiamo per esempio alle pubblicità in cui vengono utilizzati i personaggi famosi. Quello che cambia con i social è che questo meccanismo si estende a tutto e a tutti. Cioè ognuno di noi può essere colui che influenza o colui che è influenzato.
    Sì, può essere rischioso. Casi estremi di persone travolte da questo sistema, purtroppo, ci sono. La soluzione dovrebbe arrivare attraverso la conoscenza e l'educazione ai mezzi che utilizziamo, cosa difficile per la diffusione che hanno avuto.
    Io però sono dell'idea che col tempo torneremo "più umani", quando cioè avremo imparato a possedere questi mezzi e non a farci possedere. Speriamo presto.

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    1. Lo spero anche io. Dopotutto si tratta di strumenti nuovi, il progresso è arrivato molto in fretta, forse abbiamo ancora bisogno di capire come gestire i nuovi mezzi a disposizione. Come dicevo su, siamo un po' bambini alle prese con un nuovo giocattolo. E forse il nocciolo è proprio quello che hai sottolineato, cioè che possiamo essere tutti parte di questo gioco, mentre un tempo non era così. Questo è esaltante ma molto pericoloso.

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  13. Ecco devo inserire un mi manca anche io. Questa serie non la conosco proprio e sono più che curiosa di colmare la lacuna. Da quel che scrivi pare illuminante.
    Io sono piuttosto stufa di piacere o fare le cose che gli altri si aspettano per questo motivo, mi piace piacere se davvero è così. Sono sempre stata una ribelle e di certo non intendo cambiare a 44 suonati, anche se sembra io sia l'emblema del va tutto bene. Sto ben attenta a non mettere sui social quel che ritengo personale e da proteggere e mi spiace vedere quanta poca attenzione in generale ci sia. Il mi piace altrui è davvero di poco conto quando non è sincero, inutile se è solo merce di scambio deperibile, assurdo nel mondo veloce e istantaneo che subito dimentica. Io il mi piace a volte lo considero una spunta tipo l'ho letto, niente di più. Come possa girarci una vita intorno non me lo spiego, anzi sì. É perché uno una vita non ce l'ha.

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    1. C'è una sfera da proteggere, dici bene. I social poi mostrano solo una parte di noi, trovo assurdo che si venga giudicati solo per quella piccola parte. Per esempio nella storia che ho raccontato, il marcio è anche nel fatto che si possa essere votati da chiunque. Ma può avere il diritto di giudicarci chi non ci conosce? Non credo proprio.
      Forse è proprio vero che il mi piace ha più che altro il valore di un "ho letto". Come tale andrebbe considerato, non per forza un consenso.
      Impareremo forse a prendere le distanze da tutto ciò, un giorno.

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  14. Non conosco la serie, certo a prima vista/lettura sembra interessante. Poi però penso che ci stiamo focalizzando troppo sui social e ci stiamo dimenticando come eravamo anche prima della tecnologia.
    Quand'ero alle superiori io, se vestivi Naj-Oleari, Think Pink, Camomilla, Timberland, Moncler, El Charro, Best Company, Americanino, Converse, Dr.Martens eri qualcuno, avevi il "Mi Piace" sempre addosso, eri "popolare", altrimenti rimanevi un pezzente. Non c'erano i social e la bacheca era il tuo abbigliamento a scuola o il sabato e domenica pomeriggio quando facevi "le vasche" in centro. E nemmeno i nostri genitori ne erano immuni: ricordo il periodo in cui per il quartiere si faceva a gara a chi poteva permettersi la seconda auto (oggi a chi può permettersi un suv) o la moglie con una o ben due pellicce, la corta e la lunga (meno male che quest'orrore non c'è più...) Perché vogliamo piacere? Non è solo una questione di "accettazione" ma di sopravvivenza. Preferite la compagnia di una persona solare, entusiasta, che vi regali un'energia positiva, che vi trasmetta un sorriso oppure una persona lamentosa, malaticcia, irascibile, inopportuna, invadente? La prima, e per questo motivo inseguiamo quel modello e ci attorniamo di "cose" e "situazioni" che ci aiutano verso quel modello, perché così come noi lo cerchiamo, lo cercano anche gli altri e si vive meglio in compagnia che in solitudine, perché ci sono più opportunità (pensiamo a quelle lavorative). Ma i social non hanno cambiato nulla di tutto questo.
    Oggi la famiglia Kardashian può chiedere per un post mezzo milione di dollari. Una delle figlie si fotografa con una borsetta e -pam- nel giro di poco quella borsetta vende in tutto il mondo, perché molti dei Like diventano acquisti. Ma non è nulla di diverso di quando Pepsi sponsorizzava i tour milionari di Michael Jackson, perché aveva un enorme ritorno di lattine vendute. Cambia il mezzo, non la sostanza.

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    1. Non ci si deve focalizzare troppo sui social, sono d'accordo con te. Queste tendenze sono portate in primo piano dalla tecnologia, ma sono sempre esistite. Penso faccia parte anche del normale egocentrismo umano volersi mettere in evidenza o semplicemente essere parte di un gruppo.
      Sì, a volte è semplice sopravvivenza, d'altra parte anche nella storia di cui ho parlato alla fine di questo si tratta: se non si ha un certo livello di punteggio, si rischia grosso.
      Qualche giorno fa ho incrociato per strada un gruppo di adolescenti e mi è venuto da ridere perché erano vestiti tutti in modo simile, facevano impressione. Semplice emulazione o esigenza per non essere emarginati? Temo la seconda.

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  15. Non si può essere spiriti liberi al cento per cento, perché il contesto ci influenza sempre, ma faccio il possibile per riuscirci, assecondando la mia tendenza a stare un po' da una parte. Forse per questo mi preoccupo meno di dove stiamo andando. Non mi tuffo abbastanza nella mischia per averne un'idea precisa.

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    1. E' senz'altro un atteggiamento sano il tuo. Anche se non si può essere spiriti liberi in tutto e per tutto, dovremo almeno provare a non farci troppo influenzare.

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