Un autore deve essere simpatico?


In questi giorni mi sto chiedendo: un autore deve essere simpatico per vendere i propri libri, per avere successo?

Certo che no, direte. La risposta sembra scontata, perché non c'è, anzi non deve esserci, alcun legame tra l'opera e chi l'ha creata. Leggiamo libri perché ci interessano, ci immergiamo nelle storie perché qualcosa ci ha attratto; trama, copertina, tema, recensioni, ecc. E ne facciamo un'esperienza più o meno piacevole a prescindere da chi lo ha scritto. Eppure secondo me la questione non è così lineare come sembra.

Se vi chiedo in che misura vi fate influenzare dall'autore nello scegliere o meno un libro, la risposta cambia? Spero mi risponderete nei commenti, intanto provo a ragionarci su.

L'autore ai tempi di Internet

Rifletto sul fatto che alcuni decenni fa, prima del boom di Internet, non si sapeva molto degli autori di narrativa. Certo, c'erano altri mezzi di comunicazione e capitava di conoscere più da vicino gli scrittori in occasione di presentazioni, trasmissioni televisive, radio, interviste sui giornali, ecc. Però oggi è senz'altro più facile. Tanto che appena scopro la passione per qualche nuovo autore, subito mi fiondo su Wikipedia per scoprire tutto di lui/lei, vedere che faccia ha o aveva, leggere qualche aneddoto sulla sua vita, e così via.

Per i piccoli autori la faccenda è più complicata. Sappiamo bene quanto sia necessario esporsi per far conoscere i propri libri. Il che comporta che, con o senza pseudonimo, un autore circoli tra i social o tra i blog. In pratica i social e la rete in generale ci rimandano in continuazione un'immagine degli autori, più o meno precisa, più o meno autentica. Quasi sempre si tratta di specchi fallaci, perché quanto emerge non è la vera realtà, perfino nel caso di un autore estroverso che racconta tutto di sé. Sarebbe ridicolo pensare che l'immagine di una persona che viene fuori dalla rete rispecchi la verità.

Non vorrei però essere fraintesa. Sono del parere che in primo piano dovrebbe essere sempre il libro, non l'autore. Detto in altri termini, si dovrebbe promuovere il prodotto, presentandone le caratteristiche, le qualità, ecc. Eppure, in tempi come i nostri, questo succede solo in parte, perché la realtà concreta è che la fiducia in chi ha scritto il libro o in chi l'ha pubblicato è essenziale. Quindi se esce un nuovo romanzo di un autore famoso, ci affidiamo al nome, e lo stesso vale per l'editore.

Per conquistare questa benedetta fiducia, gli autori che non hanno un nome o una casa editrice conosciuta, devono necessariamente esporsi, metterci la faccia o perlomeno provare a creare il famoso brand, insomma qualcosa che li identifichi. In pratica, tutti noi che pubblichiamo siamo obbligati a crearci un'immagine, una reputazione.

Il peso di simpatie e antipatie nell'acquisto e nella lettura

Proprio questo specchio della rete condiziona secondo me i potenziali lettori, nel bene o nel male. Mi è capitato di acquistare libri dopo essere entrata in contatto con un autore che mi ha fatto una buona impressione. E al contrario di essermi ripromessa di non leggere mai e poi mai niente di un odioso sbruffone che tratta i suoi lettori come degli idioti.
Sì, mi capita di essere a contatto con autori che solo per il loro approccio risultano respingenti e mi fanno passare la voglia di leggere i loro libri. Proprio dall'istintiva antipatia nata su Facebook verso alcuni autori, nascono queste mie riflessioni. Antipatia che si traduce prima o poi in sfiducia sulle capacità scrittorie.

Quello che sto cercando di dire è che secondo me il modo di porsi di un autore, il presentarsi all'esterno, ha un notevole peso, più di quanto ci piace pensare. In pratica chi di noi non reagisce male all'arroganza, alla negatività, al disfattismo, al continuo lagnarsi, alle parole sempre acide e polemiche, alla boria, ecc.? Sono tutti atteggiamenti respingenti che si estendono ai libri. E magari è un vero peccato.

Certo, è tutto soggettivo. Simpatia e antipatia sono relative e non si può essere simpatici o antipatici a tutti. E che dire delle maschere che le persone indossano, più o meno consapevolmente?

Chiaro poi che non si può piacere a tutti. Ne ho parlato anche tempo fa, di quanto la smania di consenso sia un male dei nostri tempi, in questo post: Piacere è tutto ciò che conta?

Potremmo spingerci ancora oltre in questa riflessione. Se di un autore non condivido alcune idee, per esempio, ciò mi condiziona? E se vengo a sapere che nella sua vita privata non è proprio uno stinco di santo, come reagisco? Mi domando se siamo sempre consapevoli dei pregiudizi.

Alla luce di questi possibili preconcetti, non sarebbe meglio che l'autore risultasse invisibile? Non sarebbe auspicabile un totale, neutro anonimato in modo che a parlare fosse davvero il prodotto? Forse sì, ma temo che questo potrebbe accadere solo in un mondo ideale.

Aspetto le vostre riflessioni!

Commenti

  1. Se Dostoevskij fosse vivo, lo leggeremmo? Visto il suo (molto probabile) appoggio a Putin? Chissà. Io lo leggerei, ma in molti ne starebbero alla larga.
    Di certo tutti noi abbiamo il bisogno di apparire in un certo modo per promuoverci, per non "spaventare" i possibili lettori. Quindi smussiamo gli angoli per apparire presentabili. Ma forse possiamo dirottare il nostro "autentico pensiero" nelle opere...
    Chissà cosa pensi di me! E soprattutto: cosa penso di te? ;)

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    1. Dici bene, di certo non è il caso di "spaventare" i lettori. L'ideale sarebbe trovare un buon compromesso tra essere se stessi e una presentazione diciamo "politicamente corretta". Dostoevskij magari è vissuto in un'epoca in cui si guardava meno all'autore e più all'opera. O almeno credo :)
      Di te posso pensare solo bene, per quanto ne so, è ovvio ^_^

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  2. Se si tratta di nomi celebri, non mi baso molto sulla simpatia o l'antipatia anche perché è meno probabile che possa incontrarli di persona, ed è altrettanto improbabile che possa diventare loro amica intima, ad esempio di un Murakami (anche se mi piacerebbe!). Penso di non farmi influenzare nemmeno dalle loro idee politiche. Cito un caso esemplificativo, Fred Vargas, di cui amo moltissimo i gialli e in special modo la prima produzione.

    Diverso è il rapporto con gli autori che ho occasione di conoscere di persona. Qui ammetto che la simpatia o l'antipatia di una persona hanno un peso notevolissimo, e sono fonte di pregiudizio sulla loro produzione. Ci sono autori che non mi piacciono d'istinto, perché li ritengo fasulli, oppure troppo sgomitanti e presenzialisti. Quelli che si avvicinano solo per farsi un selfie con te, ad esempio, e ti invitano esplicitamente all'acquisto della loro opera. In questi casi mi faccio un punto di principio nel non acquistare i loro libri, al limite, se fossi curiosa, potrei leggerli dalla biblioteca. Capisco che gli autori meno noti devono farsi conoscere, ma tutto quanto si può fare con garbo.

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    1. Esatto, la pensi come me. C'è differenza tra gli autori noti e quelli che non lo sono, è inutile negarlo. E' un po' il discorso che si fa per le copertine. Chi ci fa caso per un autore famoso? E invece se l'autore non è conosciuto, ecco che anche l'occhio vuole la sua parte.
      Si fa una distinzione meno netta, insomma. E' un dato di fatto.

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  3. Domande interessanti, le tue. Però bisognerebbe capire se si vuole rispondere in qualità di lettori o in qualità di autori. Come lettore non leggerei mai e poi mai un libro come quello di Fabrizio Corona, nemmeno se fosse divertente e piacevole: quello che mi frena è l'idea di dare soldi a un tipo del genere.

    Come autore il discorso cambia. Sono dell'idea che la storia deve venire prima dell'autore e che una storia deve piacere (o non piacere) a prescindere. Certo: è un'idea utopistica. Però se una storia merita, merita indipendentemente da chi l'ha scritta.

    Il discorso "pseudonimo" è un discorso del tutto ininfluente perché ciò che fa la reale differenza è la presenza social: se esprimo apertamente le mie idee politiche o le mie convinzioni religiose, che lo faccia con il mio nome reale o con il mio pseudonimo non cambia nulla: il lettore rimane influenzato.
    Come dicevo sul mio blog, sono del parere che la presenza social vada opportunamente diversificata: con lo pseudonimo mi attengo a tutto ciò che riguarda il mio micromondo narrativo (lettura/scrittura) interagendo con contatti interessati a questi aspetti, con la presenza social legata alla mia identità reale gestisco tutto il resto (se proprio devo). Anche se, nel mio caso specifico, non manifesto apertamente le mie convinzioni nemmeno con la mia identità reale perché preferisco parlarne, se fosse necessario, faccia a faccia quando ne ho occasione. Nella realtà, infatti, trovo i confronti molto più proficui e sinceri... ;-)

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    1. Sì, capisco cosa vuoi dire. Ci sono molti autori che usano pseudonimi e che risultano comunque respingenti. Io penso poi che certi argomenti vadano proprio evitati, tipo la politica o altri temi delicati. Se ci fosse rispetto per le idee altrui, non sarebbe necessario, ci si potrebbe confrontare in modo proficuo. Ma così non è, anzi i social sono diventati un campo di battaglia per certi aspetti. E come autori si rischia ancora di più...

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  4. La fregatura sta nel conoscere prima l'autore e farsi guidare dal pregiudizio. Perché magari il suo libro era otttimo ma se lui ci risulta indigesto ...
    Hai ragione un tempo non accadeva, l'autore indossava la maschera del giusto atteggiamento e ammiccava dallo schermo della tv o dalla foto sul giornale, e mai ci si sarebbe immaginato di seguirne la giornata su instagram. Oggi tutto si è modernizzato e no se non mi aggrada l'autore rischio di non leggere ciò che ha scritto.

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    1. Hai detto bene, è una fregatura conoscere prima l'autore, perché nel bene o nel male scatta comunque un pregiudizio. Io penso che sia un peccato, ma siamo esseri umani!

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  5. Questione interessante. Forse conoscere l'autore, non si dovrebbe... ma se si fanno recensioni di contemporanei, diciamo per professione o per passione, ecco che il problema si pone.

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    1. Sì, il problema si pone proprio con i contemporanei. Si fa poco caso all'autore di un'altra epoca, anche quando si conoscono i dettagli della sua vita. Benché anche in quel caso potrebbe risultare deludente venire a sapere qualcosa che non ci piace.

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  6. Non credo sia una mera questione di simpatia, anche perché la giornata storta capita a tutti e magari ci capita di incontrare l'autore proprio quando gli hanno appena notificato un divieto di sosta! Credo che la differenza la faccia il rispetto e la buona educazione, che per conto mio influiscono nella buona impressione molto più della simpatia. Infatti tu scrivi appunto: "...non leggere mai e poi mai niente di un odioso sbruffone che tratta i suoi lettori come degli idioti." Come si fa a mancare di rispetto proprio ai lettori? Al di là che la buona educazione non dovrebbe fare distinzioni, ma come fai a trattare male proprio il tuo maggior cliente?!
    Da lettore mi faccio certamente condizionare da questo. Come dice Darius, non darei nemmeno un centesimo a Fabrizio Corona perché in varie occasioni si è espresso alla maniera di "io sono io e voi non siete un xxxxx" (cit. Il Marchese del Grillo). Leggo invece con soddisfazione Mauro Corona, anche se qualcuno lo prende in giro per la bandana e la birretta omnipresenti. :D
    Ho letto Outlander prima di sapere chi fosse Diana Gabaldon, e forse avrei continuato a leggerla comunque. Ma sono arrivata dopo 20 anni dalla sua prima uscita e tutte le vecchie fan (siamo alla terza generazione: le sue prime lettrici sono nonne, come lei) lo dicono: ha un enooooooorme rispetto per le sue lettrici, hanno fatto la sua fortuna in fondo! E lei dopo tre ore di firmacopie, riceve l'ultima fan con lo stesso sorriso e interesse con cui ha accolto la prima. E' solo lavoro? Non direi, stando a quello che leggo di certe presentazioni di autori italiani che già dopo mezz'ora sono stanchi.
    Ci sono scrittori che passano per i salotti del giornalismo che mi fanno venire l'orticaria e non perdo nemmeno tempo a leggere la quarta di copertina per la supponenza con cui trattano non solo i loro lettori, ma il popolo italiano per intero. Anche no. Scrivere un libro e pubblicarlo non li rende Dio. Le loro opinioni non sono migliori delle mie, a parità di conoscenze tecniche s'intende.
    Fabio Volo invece vende per la simpatia che sprizza da tutti i pori. Non vanno alle presentazioni per acquistare il libro, ma per scherzare con lui. Potrebbe vendere anche l'elenco telefonico (e in effetti, quel libretto pieno di domande e pagine bianche... :D)
    Allora se uno non ha una propensione sociale, è meglio che si nasconda del tutto? Non credo. Certo una grossa differenza la fa il marketing della casa editrice, ma credo che in questo momento l'autore sia parte importante lo stesso. Non credo che avremo un altro caso Elena Ferrante (pure se per lei la strategia di marketing è stata proprio di giocare la carta dell'autrice brava che si nasconde sotto pseudonimo, e via con "la caccia alla Ferrante").
    Questo va a scapito del prodotto libro? Dipende. Non sono convinta che l'autore riesca a distaccarsi completamente dalle proprie convinzioni di vita quando scrive. Per cui se un autore è antipatico, saccente, pretenzioso, dispotico con gli altri lo si sentirà anche in quel che scrive. E difficilmente raggiungerà un vasto pubblico.

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    1. Senza dubbio un approccio educato sarebbe auspicabile, anzi proprio il minimo. In certi casi non c'è neppure quello, quindi più che di antipatia si dovrebbe proprio parlare di maleducazione o di delirio di onnipotenza.
      Probabilmente hai ragione nel dire che l'autore mette qualcosa di sé nei suoi libri, anche non volendo. E questo "qualcosa" si sente a pelle leggendo.
      D'altra parte i casi che hai citato confermano che l'approccio giusto può risultare vincente. Io penso che anche la stima del lettore sia importante, di pari passo con la fiducia. Se Diana ti avesse delusa incontrandola, poi avresti letto ancora qualcosa di suo? O avresti avuto un pregiudizio in più?

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  7. Parli di simpatia, e fai bene. La simpatia è proprio una delle leve di persuasione indicata da Cialdini ne "Le armi della persuasione".
    Che poi è una delle leve meno sfruttate nel marketing o, meglio, sfruttate male. Simpatia non vuole dire essere tutti Ceres o Taffo. Vuol dire essere piacevoli, gentili, gradevoli, ma sempre in linea con la propria personalità.
    Oggi, che come dici tu, siamo super esposti e visibili, diventa un aspetto molto difficile da tralasciare.
    Del resto, come dice Cialdini, la simpatia è una chiave per arrivare alla fiducia e, nel nostro campo, dove spesso per i potenziali lettori siamo degli sconosciuti, è importante saper conquistare la fiducia del pubblico.

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    1. Esatto, proprio la fiducia mi sembra il tema centrale del discorso. Perché è abbastanza umano che se una persona risulta sgradevole, questa sensazione si trasmetta anche a ciò che propone/vende. Sarà un problema dei nostri tempi, ma dobbiamo farci i conti. Quindi ben vengano anche certe "armi di persuasione" se aiutano :)

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  8. In effetti io non mi interesso dell'autore/autrice prima di comprare. Leggo il libro, poi se ne leggo molti dello stesso autore magari un po' di curiosità mi viene. Credo che l'autore ideale sia Elena Ferrante che scrive sotto pseudonimo e non ha account social, non ha un blog. Sarebbe ideale. Scrivi e la gente legge la tua storia senza sapere di te. Punto.

    Di solito, quando invece conosco l'autore perché leggo il suo blog o lo seguo su un sociale, mi viene di meno la voglia di leggerlo se non è un capolavoro, se non mi suscita emozioni mentre leggo. Infatti dopo aver conosciuto vari autori e il loro modo di porsi ho smesso di leggerli, magari anche perché nel frattempo ho scoperto chi scrive meglio e facendo un confronto mi sono deciso a cambiare letture.

    La questione di dover per forza essere simpatico me la sono posta spesso. Non so cosa pensino le persone di me, ma una mezza idea ce l'ho.

    Credo che molti leggano una persona o non la leggano più se è un autore self-publisher proprio in virtù della simpatia o del feeling che sentono o non sentono verso di lui/lei. Il che è sbagliato, ma secondo me è proprio così, con le dovute eccezioni, ovviamente.

    Io, al di là di tutto, ci sono autori di cui leggo alcuni articoli di blog, tweet su Twitter e continuo ad attendere raccolte di racconti e romanzi se ne verranno, poi con tutto ciò che ho ancora da leggere nel Kobo e nel Kindle potrei non comprare altro e restare 3 anni a leggere sempre, però mi capita sempre di dare priorità all'ultimo acquisto.

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    1. Diciamo che la simpatia, o anche il feeling come lo definisci, può avere un peso notevole all'inizio, quando non sai come un autore scrive, non hai mai letto niente. Quindi in quel caso, se un minimo la storia ti interessa, ci provi. Poi è chiaro che per i libri successivi entrano in gioco altri fattori, la simpatia non c'entra più niente. Però all'inizio, soprattutto per gli autori self, il contatto con i lettori vuol dire tanto. Anche perché chi non ha un editore alle spalle deve necessariamente farsi conoscere.

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  9. Non sono d'accordo che non debba esserci alcun legame tra l'opera e chi l'ha creata. Se per qualche motivo non sopporti un autore, ti compri e leggi i suoi libri? Io no.

    Avevo comprato un libro famoso, ma non conoscevo l'autore se non di nome. Poi ho visto sui social quello che scriveva e non ho più letto il suo libro, anzi l'ho messo in vendita.

    Stesso discorso, per me, con gli attori. Se c'è un autore che non sopporto, non vedrò alcun film in cui è presente.

    Come hai detto alla fine, tutto è soggettivo. Un autore che io non sopporto può risultare meraviglioso per te e viceversa.

    Riguardo alle idee, dipende. Ho letto autori di cui non condivido le idee politiche, ma non leggerò loro opere scritte per divulgare quelle idee. Se sono romanzi senza politica in mezzo, nessun problema. Se un autore però fa anche politica, allora dipende dalla sua politica :D

    Non li reputo preconcetti né pregiudizi. Ognuno ha le proprie idee e le proprie simpatie e antipatie e è giusto che agisca secondo la propria coscienza.

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    1. Esatto, è come dici tu anche per me. Se per qualche motivo non sopporto l'autore, può essere anche geniale ma comunque non mi va di leggere i suoi libri. Anzi, per quanto mi riguarda certe antipatie scattano anche nel caso di libri eccessivamente osannati, chiacchierati, troppo esposti. Avere sempre sotto gli occhi qualcosa, ha un effetto respingente per me. Tutto è soggettivo, appunto!

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  10. Ciao Maria Teresa,
    sempre argomenti interessanti e stimolanti, complimenti davvero.
    Da lettore direi di no! Mi interesso dell'autore solo alla fine del libro. Il problema nasce non solo da internet ma anche e soprattutto dalla TV. Molto spesso autori più o meno noti vengono invitati a trasmissioni televisive per pubblicizzare il loro libro, e il/la conduttrice/ore di turno ne decanta la fine trama e l'impareggiabile scorrevolezza del testo. E lui/lei, l'autore/trice, spesso fa la parte del 'piacione', o dell'incorreggibile monello.
    Mi ricordo di aver seguito l'intervista a Pennacchi sul suo primo romanzo 'Canale Mussolini'. Fu definito da una certa critica: arrogante, presuntuoso, nervoso ecc. A mio parere aveva ragione ad arrabbiarsi, volevano farlo passare per fascista solo perché non aveva criticato aspramente il regime. Ho letto il suo libro anche perché parla la nascita della zone dove ho vissuto per ben quindici anni e di storie ne avevo sentite molte. Indipendentemente dal comportamento dell'autore, il libro mi è molto piaciuto.

    Da raccontastorie dire di sì! Se si vuole far leggere il proprio lavoro, bisogna piegarsi alle leggi di mercato e scendere a compromessi col proprio carattere e stile di vita. Perché sono stati scritti manuali che spiegano la tecnica per la stesura di un romanzo? Perché chi scrive si affanna nella ricerca del materiale su cui è incentrata la sua storia? Perché si affanna a ricercare la parola giusta che esprime compiutamente il sentimento, il quadro necessario al racconto? Si affanna affinché riesca a trasmettere ai lettori il pathos per farlo arrivare fino in fondo al libro? Perché, penso, sia insito in chi scrive la volontà di essere letto, Non è soltanto pura vanità o venalità, ma solo perché, credo, voglia che i lettoriiiiiii apprezzino il suo lavoro non sempre semplice, non sempre facile. Chi si auto pubblica, penso, sarebbe disposto a scendere a compromessi per una ospitata in un programma televisivo per pubblicizzare il proprio lavoro. Sì, è vero, non tutti sono così accondiscendenti, io per primo ho dei forti dolori addominali quando si tratta di compromessi. Ma penso anche che un "Buscopan" mi farebbe accettare compromessi pur di parlare del mio lavoro con toni che non mi appartengono (Forse).

    Per chi auto pubblica il proprio lavoro e quindi non ha ha alle spalle una famosa casa editrice disposta a tutto pur di vendere il libro, siamo in qualche modo costretti a fare i simpatici per accattivarsi la benevolenza di lettori, perché in fondo (ripeto) scriviamo per loro e non solo per noi, per il nostro piacere.
    Grazie, e scusa il prolisso
    Rosario

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    1. Probabilmente una buona dose di compromessi è necessaria, sia come autori self che con editore più o meno famoso. Anzi, immagino che più si vada in alto, peggio sia, perché il contatto con il pubblico si allarga.
      Essere se stessi sempre e comunque sarebbe l'ideale, ma ci sono molti casi in cui è deleterio. Me ne vengono in mente così tanti di esempi che ci si potrebbe fare un post a parte.
      Alla fine la questione si riduce proprio a quello che hai detto: se vogliamo che il libro venga letto, servono lettori che si interessano al libro e quindi anche a noi.

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  11. Poni un quesito molto interessante, io come autrice vorrei essere come Elena Ferrante, in incognito e vendere tanti libri, e dici niente! Comunque ti dico cosa penso io, ci sono degli autori che sono simpaticissimi, per esempio Luca Bianchini e di lui ho letto due libri, uno l'ho comprato alla sua presentazione, la sua simpatia traspare anche in ciò che scrive; di lui potrei leggere anche altri libri molto volentieri (non l'ho ancora fatto per questione di tempo). Altri autori che mi piacciono sono Daria Bignardi e Gianrico Carofiglio (quest'ultimo non fa il simpatico a tutti i costi, ma è molto coerente e lo stimo per questo) la Bignardi mi è sempre piaciuta e comunque mi piace come scrive. Gli esempi possono continuare, c'è però da dire che ho sempre scoperto prima i libri e poi l'autore, finora. Dovessi conoscere un autore antipatico però molto probabilmente non comprerei un suo libro...

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    1. Mi sa che il caso Elena Ferrante resterà unico :)
      Vedi, hai fatto esempi di autori che ti piacciono al di là di quello che scrivono. Quindi è proprio inevitabile che ci si faccia influenzare, sia in positivo che in negativo.
      Anche la stima ha un grande peso per me. Autori che se la tirano troppo per esempio, tendo subito a escluderli.

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  12. Siamo d'accordo che simpatia e antipatia siano passibili di soggettività;
    la stessa soggettività che mi fa "odiare" Jules Verne in quanto padre e marito pessimo e ciononostante non mi impedisce di amare le sue opere;
    la stessa soggettività che mi fa dire che qualora 20000 leghe sotto i mari (romanzo con il quale ho un legame privilegiato) fosse stato scritto dal sopracitato (Darius) Corona non lo avrei usato nemmeno per dare fuoco al medesimo.

    Concordo con Daniele nell'affermare che non è questione di pregiudizi o preconcetti.

    E non potrei essere più d'accordo con te, Maria Teresa, quando auspichi un totale neutro anonimato, che traducendo con un simonimo le ultime parole della chiusa definisco pura utopia.

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    1. Eh sì, Calogero, è pura utopia pensare che autore e opera siano slegate. D'altra parte quello che hai detto mi fa pensare ancora di più che il problema sia collegato con la contemporaneità, perché del pensiero dell'autore morto e sepolto non ci importa affatto. Ci può dare fastidio venire a sapere idee o comportamenti odiosi, ma ciò non cambia il giudizio sul libro.

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  13. Il motivo per cui Elena Ferrante è uno pseudonimo è proprio questo: chi si cela (o celava) dietro il nome finto voleva far parlare solo il libro e non creare una ovvia commistione con chi lo ha scritto. Perché una fortunosa combinazione "libro/autore" c'è sempre e le case editrici giocano su questo.
    Io purtroppo, mi faccio condizionare, lo ammetto: se uno scrittore non mi piace, non lo leggo. Forse, oggi più che un tempo, certi meccanismi non aiutano: i blog, spesso, sono un'arma a doppio taglio, conosci un autore anche tramite quello che condivide nei social, adesso tutto è esposto in vetrina ed è più facile fasi un'idea dello scrittore prima ancora di arrivare alla sua opera. Ma come fai, da autore che vuole emergere, a farti conoscere se mantieni l'anonimato?
    Alla fine, è un rischio che bisogna correre.

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    1. Sì, è un cane che si morde la coda, in pratica la visibilità è un'arma a doppio taglio. D'altra parte ti puoi permettere l'anonimato solo in specifici casi, e noi non ci rientriamo. Anche chi sceglie uno pseudonimo, ha bisogno di crearsi un pubblico, molto difficilmente il libro va avanti da solo. O almeno all'inizio è così, poi secondo me i libri hanno tutti una vita propria. Ma prima di arrivare a quel punto...

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  14. Trovo molto interessante il tuo post, Maria Teresa: la realtà, vedi è complessa e non tutto è così semplice. Un autore o un artista in genere può avere un pessimo carattere e magari è solo nella scrittura o comunque nel suo prodotto artistico, che riesce ad esprimere il proprio messaggio più profondo, quello che vale la pena di vedere ed ascoltare. Ma... la notorietà dell'autore è sicuramente una variabile che condiziona fortemente l'interesse del pubblico e dell'editoria, anche quando questa notorietà il suddetto autore se la è conquistata facendo altro, come politica o spettacolo (che al giorno d'oggi sono sempre più difficili da distinguere, ndr). Tutto poi dipende se uno vuole cogliere il proprio successo da vivo o se lascia la sua opera ai posteri, che potranno riscoprirla e valorizzarla magari tra centinaia di anni. Molti dei classici che noi leggiamo non hanno poi raccolto queste grandi soddisfazioni in vita. Invertiamo la domanda: l'autore scrive per amore della sua opera o per piacere al pubblico? C'è differenza naturalmente. L'identità virtuale è diversa da quella reale, ma contiene una parte di verità sulla persona, che può non essere rivelata dalla conoscenza diretta. In fondo anche l'identità virtuale è una creazione.

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    1. Hai ragione, la questione è complessa e le variabili sono tante, sia guardando il problema dal punto di vista dei lettori che da quello degli autori. E di certo, come hai sottolineato, si potrebbe allargare il discorso all'arte in generale. Molti artisti del passato erano tutt'altro che tipi simpatici, eppure hanno lasciato opere di valore e di indubbia bellezza. E' giusto quindi chiedersi a cosa si stia puntando.
      E comunque sì, l'identità virtuale è senz'altro una creazione. Contiene parte della verità, ma non tutta.

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  15. Mah, su questo tema mi divido. Credo che i nuovi autori sentano un po' tutti l'esigenza di mostrare il proprio volto, il proprio nome, farsi conoscere e attraverso questo portare potenziali lettori verso il proprio tomo, ma non sarebbe del tutto necessario, anzi a volte si rivela deleterio.
    Anche qui però ci sono eccezioni. Attraverso il Recalcati televisivo si può sentire il desiderio di comprare i suoi libri, oppure conoscere da vicino l'autrice vincitrice del Premio Campiello ci fa forse capire sotto una luce diversa il suo romanzo. Sulla simpatia... non so. Scrittori come Bukowski erano detestabili, eppure...

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    1. Sì, alcuni scrittori erano detestabili, eppure li si è apprezzati lo stesso. Di certo però hanno lottato a lungo per far conoscere le proprie opere. Al giorno d'oggi la visibilità è ancora più necessaria, perché l'oblio è dietro l'angolo per tutti. Quindi sì, sono d'accordo che la simpatia non deve essere prioritaria, ma di fatto l'esporsi può rivelarsi un'arma a doppio taglio, come sottolineava Marina.

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  16. Non c'è dubbio che la simpatia / antipatia può giocare un ruolo importante. Se un autore mi suscita antipatia, ci sono molte meno possibilità che lo legga. Tuttavia vale il principio che hai detto che il libro viene prima di tutto. Molti autori ormai classici, di cui conosciamo perfettamente la vita proprio per il loro essere entrato nella storia della letteratura, non erano esattamente dei simpaticoni. Però mentre leggiamo le loro opere pensiamo solo a quanto siano straordinarie. In generale penso che se un libro piace ma l'autore sta antipatico, si finisce comunque col leggerlo ancora pensando "Ok, è antipatico, però sa scrivere bene".

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    1. Sì dovrebbe fare così con tutto, non solo i classici. Mi pare di capire che valga un po' per tutti questo discorso: se l'autore non è più vivo, conta l'opera. Sarà questa la discriminante?

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  17. Chiedi se un autore deve essere simpatico? Certo che sì! Meglio simpatico che scorbutico e respingente, ovvio! Amo chi si fa consocere nella sua interezza e senza veli. Sono sempre stata curiosa delle biografie degli autori che ho amato proprio perché cercavo tratti di similitudine o ispirazione per la mia vita. Capisco operazioni commerciali come la Ferrante, ma mi oriento altrove.
    Diciamo che di un autore mi piace comprare il pacchetto completo :D

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    1. A volte essere "anime affini" conta molto, sono d'accordo. Anche per me è così, però ci sono molti autori di cui non sapevo nulla e dei quali ho adorato le loro storie. Solo dopo ho saputo di più, scoprendo magari che mi piaceva anche il loro approccio alla vita. Eppure con autori poco noti, il discorso cambia... è tutto un pacchetto come hai detto tu!

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  18. La faccenda ha varie facce. Se un autore non ha una vita specchiata non è un pregiudizio, io non do i miei soldi a chi ad esempio sostiene certe teorie o filoni politici, ci sono tanti altri bei libri i giro. Non si può piacere a tutti, dici, giusto, ma qui è un discorso che va oltre, coinvolge l'etica. Poi ci sono scrittori più simpatici e capaci di interagire, questo di sicuro li favorisce alle presentazioni.

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    1. Sì, a volte il discorso coinvolge l'etica. Non è un aspetto da sottovalutare, neppure per me.
      Per il resto, la simpatia, la spontaneità, ecc. possono essere strumenti utili nel contatto diretto come appunto le presentazioni. Quando non c'è questo contatto diretto, forse dovrebbero essere altri aspetti a parlare.

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  19. L'assenza dell'autore sarebbe meglio, in effetti. Ma come dici, può avvenire solo in un mondo ideale. Qualunque sia il tipo di pubblicazione, sarà sempre opportuno o richiesto esporsi in prima persona, cosa che può diventare controproducente. Infatti sono colpevole di tutti i pregiudizi che hai citato.

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    1. Sono pregiudizi umani, direi. Siamo condizionati da tante cose, quando veniamo a sapere di un libro, e non ultimo l'autore stesso. Io dico "peccato", perché magari ci perdiamo qualcosa...

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  20. Leggevo di Elena Ferrante. Ma in che modo è riuscita ad affermarsi se non è mai comparsa in pubblico? La spiegazione è abbastanza semplice. Il nome iniziò a circolare non per i libri ma per il film, L'amore molesto, tratto da un suo libro. E poi alla fine è diventato personaggio anche se non si sa il suo vero nome. Il personaggio quindi si discosta dalla persona. Ma il personaggio è parte integrante del successo di un libro, di un'opera. Quanti guardano i film solo perché c'è un attore che piace? Ricordo che all'inizio, i primi film erano riprese di scene di vita reale. Nessuno li guardava. Poi si creò il fenomeno del divismo, del personaggio appunto. E nacque così il fenomeno del cinema. La televisione è lo stesso. I libri anche. Il personaggio sponsorizza il testo per cui molti comprano sulla fiducia e la simpatia di chi lo ha scritto. Poi questa fiducia può essere tradita, è normale. Ma è il motore che spinge l'azione. Quindi in tutto la simpatia o piuttosto direi l'empatia con l'autore è fondamentale.

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    1. Ecco, vedi, quindi anche per Elena Ferrante c'è stato un motivo scatenante per la sua fama, il film. Quanti scrittori sono diventati famosi proprio grazie a una trasposizione sullo schermo? Chissà come sarebbe andata, altrimenti...
      Mi piace quello che hai detto sull'empatia con l'autore, direi che è proprio vero.

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  21. Di recente ho avuto un incontro-scontro con un autore che mi ha scritto una filippica - ma davvero! - su di sé e sul fatto che non ha mai avuto nessuno che lo sostenga eccetera eccetera, e già quello mi ha fatto passare voglia di leggere qualcosa di suo: odio i mugugnoni che si pongono a vittime. E poi tendo a evitare, lo ammetto, chi dimostra boria o troppa alterigia. E' più forte di me: potresti aver anche scritto un capolavoro, ma se ti poni male, come se fossi Dio, scusami ma me ne vo' da un'altra parte.

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    1. Mamma mia, quanto ti capisco! Io pure ho in antipatia quelli che si lamentano in modo eccessivo o che sembrano arroganti. Non c'è niente da fare, scatta in automatico la voglia di girare alla larga. Dobbiamo fare i conti con questa realtà: il modo di porsi di un autore ha un peso enorme.

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  22. Post molto interessante, cara Maria Teresa. Anch'io degli autori di cui leggo le opere mi piace conoscere i particolari della vita e del carattere, e spesso rimango un po' delusa. Tempo fa ho letto cose molto spiacevoli del grande Philip Roth e devo dire che quando leggo qualcosa di suo ora ne sono un po' condizionata. Più che di antipatia e simpatia forse si tratta di sintonia con l'autore sul modo di percepire la vita;)

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    1. Grazie Rosalia. E' capitato anche a me di scoprire dettagli di autori che avrei preferito non sapere. Poi ci si fa condizionare, è inevitabile.
      Per quanto sia vero che chi scrive mette molto di sé nei testi, non tutto viene direttamente dall'autore. Però è bello quando ci si sente "anime affini", no?

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  23. Questione interessante, mi chiedo per caso, se leggerei romanzi di autori come Shelley o Byron senza conoscere niente delle loro storie i vite. O di Shakespeare se conoscessimo di più delle sue idiosincrasie. Probabilmente no. Credo che la risposta stia nel mezzo...e questo vale anche per l' eventuale simpatia dell' autore.

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    1. Sì, c'è da chiederselo. Forse nel caso di grandi classici scatta la fiducia a prescindere da ciò che sappiamo degli autori. Anzi, probabilmente la vita che hanno vissuto e le loro specifiche idee non ci condizionano più di tanto, proprio perché ormai ciò che conta è l'opera. Ma ovviamente è tutto molto soggettivo.

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  24. Di recente mi sono ripromesso di non leggere più nulla di un famoso autore americano di SF perché universalmente noto come un grandissimo stronzo, sia verso i colleghi che verso i lettori. Ma è anche vero che molti concordano che si sopravvalutasse anche. Io di norma non mi lascio condizionare da queste cose, però alla fine credo che tendiamo tutti a evitare le opere di chi ci è antipatico. Un po' come evitiamo un certo film se quell'attore non ci piace.
    Comunque magari sullo scrittore famoso pesa poco, mentre l'esordiente o il piccolo autore... Ah, tizio, fa così sul suo blog, mai e poi mai leggerei un suo libro...

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    1. Eh sì, credo che il paragone con i film e gli attori sia molto calzante. Credo sia umano avere simpatie e antipatie che poi si riflettono nelle nostre scelte. D'altra parte è proprio come dici: per gli scrittori famosi si tende a non far caso a ciò che dice o fa, conta solo il libro. Triste ma vero, abbiamo tutti bene o male dei pregiudizi...

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