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Promozione: massima resa col minimo sforzo

Quando penso al periodo della promozione di un libro, quello che mi viene in mente è soprattutto la grande fatica che si fa. Una fatica non sempre ripagata. Ovvero, da una parte c'è il lavoro per far conoscere la propria opera, dall'altra i risultati quasi sempre inferiori rispetto agli sforzi.

Davide Napolitano presenta “Un nemico di parole”


Era da un po' che non vi proponevo una presentazione, vero? Rimedio subito.
Oggi è con noi per parlarci del suo libro Davide Napolitano, autore di 
“Un nemico di parole”, non un romanzo ma una storia che attinge a fatti realmente accaduti. Leggiamo insieme di cosa si tratta.

Sinossi

Quando la caduta è vertiginosa, risalire diventa impossibile.

La storia vera di Gerhard Kurzbach, sottufficiale della Wehrmacht, il quale durante la seconda guerra mondiale salvò la vita a duecento ebrei polacchi, nascondendoli nelle officine di riparazioni meccaniche per veicoli militari di Bochnia, città del Governatorato Generale di Polonia.
Grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, il 19 dicembre 2011, Yad Vashem, l’Ente israeliano per la Memoria della Shoah, lo insignì dell'alta onorificenza di Giusto fra le Nazioni.


“Un nemico di parole” è il mio terzo libro ma il primo autopubblicato. È basato sulla storia vera del sottufficiale tedesco Gerhard Kurzbach, riconosciuto Giusto tra le Nazioni nel 2011.  Per questo motivo, è un libro a cui tengo particolarmente.
La sua genesi risale al 27 gennaio 2017, 72° Anniversario del Giorno della Memoria, quando mi imbattei accidentalmente nella sua storia, e mi dissi subito che meritava di essere raccontata per testimoniarne la vita e l’insegnamento. Così mi accostai a lui con delicatezza, umiltà e rispetto profondo, come si confà a uomini degni di essere considerati esemplari.
Dovevo farmi testimone di vita, di un tempo e di un luogo che non conoscevo e che non avevo vissuto: un lavoro lungo e cavilloso. Nei mesi di studi e ricerche, poi, mi sono domandato più volte che cosa spinse il sottufficiale Kurzbach a compiere quella rischiosissima operazione di salvataggio. Purtroppo non è concesso saperlo, perché troppo poco si conosce di lui per poter ipotizzare un coinvolgimento di matrice politica o religiosa, due dei principali moventi che hanno avuto il peso maggiore nella resistenza al regime totalitario. Oggi si potrebbe ipotizzare che la spinta iniziale sia partita da una intensa e sincera reazione morale contro l’orrore perpetrato dai nazisti, che tentò di fare tutto il suo possibile per salvare la vita a un numero sempre maggiore di ebrei rinchiusi nel ghetto di Bochnia.
Gerhard Kurzbach operava attivamente, in modo pianificato, lucido, sfruttando il suo grado e il suo compito nell’esercito tedesco, come fosse un’alibi, diversamente da coloro che chiusero un occhio di fronte a un bambino che fuggiva durante un rastrellamento, trattarono i detenuti con umanità o avvisarono gli ebrei che erano stati denunciati alle autorità naziste.
La sua storia ci tramanda molti insegnamenti, due dei quali riguardano la fragilità dell'ideologia e la dinamicità dell’individuo: la colpa non è mai collettiva, la responsabilità è sempre individuale.
La scrittura assorbì molto tempo ed energie, nonostante sia un libro relativamente breve perché di poco superiore alle cento pagine.
Mi auguro in cuor mio di non aver commesso l’errore di condannare o assolvere, bensì contribuire, anche se minimamente, e non voglio sembrare iperbolico, ma non conosco altro modo per scriverlo, a diffondere la consapevolezza che la luce brilla più forte nella notte più buia.
«Basta che esista un solo giusto perché il mondo meriti di essere stato creato», così è scritto nella Torah Talmud.

Curiosità

Il libro ha vinto il primo premio assoluto nella sezione inediti della XXIX edizione del “Premio Belli” (2017) bandito annualmente dall'Accademia “Giuseppe Gioachino Belli” di Roma. La serata di premiazione è avvenuta in Campidoglio alla presenza della giuria, premiati e ospiti.
Una sorpresa davvero inattesa è invece accaduta la mattina del 6 giugno 2019, quando il postino mi consegnò una piccola lettera scritta a mano dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (alcuni mesi addietro avevo inviato una copia del libro al Quirinale). La lettera la custodisco con profondo orgoglio perché il Presidente non è solito rispondere di persona ai cittadini.

Alcuni estratti significativi del libro

1) Casa è dove nascono i ricordi, rimangono sempre dentro di noi.
2) Un figlio che in tenera età sopravvive ai genitori è chiamato orfano, un genitore che seppellisce un figlio non viene identificato con nessun aggettivo, rimane semplicemente un padre o una madre. Forse è impossibile usare un termine in grado di racchiudere un significato così pregno di dolore, dire addio alla parte più bella di sé.
3) Era convinto di essere affetto dalla sindrome di nanismo, o una strana malattia, rarissima, che giurava di aver letto nell’enciclopedia medica appartenuta a un lontano zio russo, chirurgo, per giunta comunista!
4) Quando parla il denaro, la verità sta zitta.
5) Non sarebbero stati gli ebrei la rovina dei tedeschi, sarebbero stati i tedeschi la rovina di loro stessi.
6) Gli uomini che camminano sul bordo della follia rischiano di caderci dentro.

Davide Napolitano

Incipit

Il futuro è la svastica,
il Reich la nostra patria,
il Führer la nostra guida:
«Sieg um jeden Preis!».
Balliamo ignari sotto la forca.

La mattina del 5 marzo 1943 la temperatura era sotto lo zero. Il sottufficiale della Wehrmacht, Gerhard Kurzbach, comandante all’officina di riparazioni dei veicoli militari (HKP) di Bochnia, città del Governatorato Generale della Polonia, distante 45 km sudest da Cracovia, chiuse la porta dell’ufficio con il morale appesantito dalla lettura di un articolo pubblicato sul Völkinscher Beobachter, il giornale ufficiale del Partito Nazista, fondato da Alfred Rosenberg, noto intellettuale antisemita.
In Baviera, la Gestapo di Monaco aveva arrestato alcuni dei membri della Rosa Bianca, studenti cristiani, poco più che ventenni, ariani: Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Willi Graf, Alexander Schmorell e il docente universitario Kurt Huber. Formalmente incriminati e processati dal Völksgerichtshof, il Tribunale del Popolo, in realtà tribunale speciale penale competente per i reati politici contro il regime nazista, erano stati riconosciuti colpevoli delle accuse di tradimento, incitamento al sabotaggio dello sforzo bellico e degli armamenti, rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista, propaganda di idee disfattive e diffamazione del Führer, prestando così aiuto ai nemici del Reich. Il giudice penale Roland Freisler, uomo di legge dall’atteggiamento aggressivo e mortificatore, li condannò a morte per decapitazione.

Cartaceo in vendita su: Amazon
Autore: Davide Napolitano - Facebook

Commenti

  1. Non tutti i tedeschi erano nazisti, credo fosse davvero difficile trovarsi immersi nell'orrore e trovare il coraggio di ribellarsi...deve essere stato un libro difficile da scrivere

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    1. Ciao Giulia.

      Sì, il libro è stato particolarmente difficile da scrivere.
      La documentazione (fotografie, testimonianze, ecc.) è un po' carente e scritta in lingua tedesca, ma un aiuto importante è arrivato da un'amica traduttrice e dal nipote del sottufficiale Kurzbach, entrambi ringraziati a fine libro. Lo studio di suddetto materiale mi ha colpito dentro, con tanta forza, perchè le emozioni sono state intense e pressanti. Anzi non ho vergogna nel confessare della commozione durante le letture delle testimonianze oculari.

      Gerhard Kurzbach ebbe uno coraggio straordinario, come giustamente scrivi. E non tutti i tedeschi erano nazisti.

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  2. Scrivere di quest'uomo "Giusto fra le Nazioni" non può essere stato facile, ma offrire ai lettori la sua storia è un gesto di grande valore.

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    1. Come ha scritto giustamente lei, non è stato affatto facile scrivere la storia del sottufficiale Kurzbach. Meritava di essere raccontata, però.
      In cuor mio mi auguro di essere stato all'altezza, perchè i Giusti tra le Nazioni sono un faro di speranza, coraggio, umanità.

      Sono molto felice di aver scritto parte della storia di Gerhard Kurzbach, quella più significativa, di averla portata finora a tante persone, anche a Gariwo, la foresta dei Giusti di Milano.

      La ringrazio per il commento, Grazia.

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  3. Penso che scrivere un libro come questo sia davvero impegnativo ma anche una piacevole sfida. E' anche bello che tu ti sia imbattuto per caso nella storia di questo personaggio e ti sia sentito spinto a farlo conoscere. Ti auguro che possa portarti tanta soddisfazione, e grazie per essere stato mio ospite!

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    1. Grazie per la tua ospitalità, Maria Teresa!

      Sei stata di una cordialità e professionalità davvero encomiabili; te ne sono debitore.

      Ricambio gli auguri per un felice e fiorente lavoro autoriale.

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  4. Come minimo che ti doveva rispondere il Presidente della Repubblica! Penso che un lavoro del genere sia non solo faticoso a livello pratico, ma intenso a livello emotivo. E soprattutto è un contributo notevole alla ricostruzione delle vicende umane, prima che vadano perdute, documenti e memorie. Perché se si può gioire delle persone salvate a quel triste destino, non si può che rimanere scioccati per tutte le altre vite perdute a quel modo. Io non riesco a leggere di questa guerra, fatico anche a vedere i film. "La vita è bella", "Schindler's list", "Il bambino con il pigiama a righe" o "Storia di una ladra di libri"... l'unico che è riuscito a farmi ridere è "Bastardi senza gloria", giusto perché i cattivi muoiono al cinema dato alle fiamme peggio che l'inferno.
    Ma sono la prima a dire che tutto questo serve, eccome se serve, per non rifare mai e poi mai lo stesso errore!

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    Risposte
    1. Ciao Barbara,

      Grazie per aver lasciato un commento.

      Sì, il lavoro è stato difficile sia a livello pratico che, soprattutto, emotivo.

      Molti libri e film sono duri, viscerali, un pungo dritto allo stomaco ("Essere senza destino" di Imre Kertész; il film è davvero d'impatto). Altri sono più leggeri perchè adatti ai più giovani oppure parlano dell'antisenitismo e, in generale, del nazismo in maniera meno invasiva ("L'amico ritrovato" di Fred Uhlman e il film Jojo Rabit).

      La memoria deve essere conservata e tramandata, come dici anche tu; l'importante è non diventare ostaggi di essa. Come scrisse Etty Hillesum: "Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest'unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero". Per me, quel tedesco è Gerhad Kurzbach.

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