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Ciò che conta davvero in una storia (secondo la scienza)


Ci sono tanti motivi che ci portano ad amare la lettura e più in generale le storie, alcuni condivisibili, quasi universali, altri personali che magari affondano le radici nell'infanzia o nel nostro personale modo di essere. Tuttavia, secondo la scienza sembra che la cosa davvero importante abbia a che fare con l'empatia che proviamo nei confronti dei personaggi.

Secondo una ricerca (che potete leggere in modo più approfondito in quest'articolo), il motivo per cui amiamo le storie è legato alle reazioni che esse scatenano (o in alcuni casi non scatenano) nel nostro cervello. Due fattori, in particolare, sono stati individuati, quando si segue una storia con interesse: l'attenzione e l'empatia.

Attenzione


Catturare l'attenzione è il primo obiettivo di chi crea una storia. Di fatto le nostre capacità (e la voglia) di concedere attenzione a qualcosa sono parecchio scarse, basti pensare ai ritmi di oggi e alla fretta che abbiamo sul web di passare da un testo all'altro. Creare personaggi e situazioni interessanti non è sufficiente, se l'autore non riesce a trascinare il lettore-spettatore dentro questa realtà alternativa.

Raccontare quindi significa prima di tutto attirare l'attenzione e continuare a trattenerla per un tempo abbastanza lungo. Ed è questo il motivo per cui sono stati messi a punto vari trucchetti e tecniche da parte di romanzieri e sceneggiatori, per cui si usano ganci ed esche per mantenere vivo l'interesse. Un compito che, tra parentesi, si rivela sempre più difficile, data la mole di input che si ricevono da tutte le parti e considerata l'enorme concorrenza.

Come scrive l'autore dell'articolo citato:
Dal punto di vista narrativo, il modo per mantenere l'attenzione del pubblico è quello di aumentare continuamente la tensione nella storia.

Una volta che una storia ha sorretto 
abbastanza a lungo la nostra attenzione, possiamo cominciare a risuonare emotivamente con i personaggi della storia. I narratologi lo chiamano “trasporto”...

Empatia


Una volta che è scattata l'identificazione, non importa più che la storia sia frutto di fantasia, che sia interamente una finzione o prenda spunto dalla realtà, perché reagiamo proprio come se ci trovassimo davvero nei panni dei personaggi o come se fossimo emotivamente coinvolti nelle loro vicende. Un po' come ci capita quando una persona a noi cara vive in una situazione spiacevole o piacevole e noi proviamo dolore o gioia per lei. I personaggi diventano nostri amici o addirittura noi stessi.

Quando arriviamo a questo punto il cervello risponde rilasciando ossitocina. Non a caso questa molecola è la stessa che entra in gioco quando siamo innamorati. A volte serve del tempo per riuscire a sintonizzarci con la storia e i suoi personaggi, a volte scatta un non-so-che fin dall'inizio. D'altra parte anche in amore accade così. Grazie a questo ormone, diventiamo più sensibili e pronti a “vibrare emotivamente” con i personaggi.

E infatti il legame che spesso ci lega ai personaggi è spesso simile all'infatuazione, come ha rilevato Cristina M. Cavaliere nel suo recente articolo Lo scrittore è innamorato!

Però la ricerca in questione ha anche rilevato l'importanza di costruire un arco drammatico perché questo coinvolgimento venga attuato. In pratica, dopo un inizio in grado di catturarci, la tensione deve crescere in modo proporzionale alle difficoltà che i protagonisti si trovano ad affrontare, fino a un punto culminante della crisi che conduce alla loro trasformazione e poi alla risoluzione della storia. Conosciamo tutti questa struttura, e se viene adottata il motivo è proprio che ha la capacità di suscitare le appropriate reazioni e portare alla produzione di ossitocina.

Sarà quindi a causa di queste sensazioni che proviamo piacere a leggere o seguire una storia? Vero è che l'immedesimazione si può scatenare a prescindere dal modo in cui ci viene raccontata: narrativa, film, serie tv, fumetti, ecc.

In conclusione


Se amate scrivere quanto leggere e guardare film o serie televisive, forse siete arrivati a questa stessa conclusione: la capacità di entrare in sintonia con i personaggi da parte del lettore-spettatore è essenziale per la riuscita di un romanzo o film. La trama e l'idea di fondo passano del tutto in secondo piano, per quanto possano essere brillanti, se non arrivano a scatenare l'identificazione.

Il primo elemento (l'attenzione) è fondamentale ma va tenuto conto del fatto che è possibile mantenere alta l'attenzione senza che scatti mai l'empatia. Questo accade in certi romanzi o film dove gli autori si sono impegnati molto a sfornare continui colpi di scena, senza però trovare il modo di coinvolgere emotivamente chi vi assiste.

Quando lasciamo il lettore indifferente abbiamo fallito completamente il nostro obiettivo, anche se abbiamo usato una prosa raffinatissima. Ne ha parlato qualche giorno fa anche Grazia Gironella nel suo post  9 scintille per accendere l'emozione.

Insomma, si potrebbe stare ore a discutere di tutti gli elementi che rendono piacevole una storia o grande un romanzo, ma è solo aria fritta se non siamo in grado di far battere il cuore ai lettori!

Voi cosa ne pensate? Per voi sono davvero questi i fattori rilevanti?


Leggi anche:
• Introduzione alla neuroestetica letteraria - di Alessio Montagner

Commenti

  1. "Scientificando" oltre, direi che l'empatia è di due tipi: diretta o indiretta. Quella diretta la viviamo nei confronti di un personaggio che potremmo anche essere noi, quella indiretta nei confronti di un personaggio che ha le caratteristiche di qualcuno che ha fatto parte o che vorremmo facesse parte della nostra vita.
    Mi capita quasi sempre di fare spontaneamente questa distinzione sia durante la lettura che durante la scrittura.

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    1. La distinzione esiste, è vero, e bravo che ne sei consapevole mentre leggi o scrivi.
      Io più di tanto non ci penso, però mi accorgo quando un personaggio mi è talmente estraneo (per tipo di vita o altro) che non riesco a "sentirlo". Scrivendo mi è più facile identificarmi nelle donne, ma spero con il tempo di riuscire a calarmi nei panni di chiunque. E tu come ti senti nella testa di Luisa?

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    2. A volte, anche se non sempre, con Luisa ho la sensazione di avere a che fare con la mia controparte femminile. Quando avevo la sua età, fatta la dovuta differenza di genere, ero più o meno come lei.
      Entrare in empatia con Giulia mi sarebbe rimasto molto più difficile, per quello fa la comprimaria XD

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    3. P.S. Si può dire "A volte, anche se non sempre"? Ahaha! Proprio vero che quando commento scrivo come parlo, cioè male.

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    4. Io neanche ci avevo fatto caso! Di solito faccio di peggio, questo è nulla :)

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  2. Resto sempre dell'idea che ciò che attira in un libro (metterei da parte i film che sono cosa ben diversa) è l'idea. Leggo in giro le trame dei romanzi, quello che manca, quasi sempre, è l'idea di fondo. Sono banali, ripetitive, identiche nella maggior parte dei casi. Oppure, ancora peggio, talmente contorte da essere assurde. La trama deve poter essere scritta nello spazio di un post-it. Se ci si riesce, ed è comunque originale, allora c'è una buona idea di fondo ed avverrà l'identificazione, il coinvolgimento. Se la trama è trabordante, già vista, almeno io i personaggi non li considero proprio: chiudo il libro e passo ad altro.

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    1. Direi che l'idea e la trama fanno da gancio per tutti. Si scelgono libri e film sulla loro base, ma non credo che un'idea originale porti in automatico il coinvolgimento. Magari è vero però che se la storia è banale o già vista, ciò impedisce l'identificazione.

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  3. Sì, sono rilevanti. Ti faccio l'esempio, anche se cinematografico - ma alla fine è la stessa cosa - del film Arancia meccanica. Dopo circa 20 minuti ho smesso di vederlo, proprio perché non entravo in sintonia col protagonista, che avrei voluto torturare per giorni e giorni. Non puoi continuare a seguire le vicende di un personaggio che inizi a odiare subito, ti pare?
    Quindi zero empatia in quel caso.
    Una storia vincente dovrebbe suscitate attenzione e empatia, ma bisogna dire che sono due elementi soggettivi: c'è chi ha amato quel film (forse la maggioranza di chi l'ha visto), c'è riesce a mantenere l'attenzione su una storia e chi no (basti pensare ai vari libri che uno abbandona e altri divorano).

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    1. Arancia meccanica è troppo pieno di violenza per i miei gusti :) Capisco comunque quello che vuoi dire. Ci sono personaggi odiosi fin da subito e, a meno che non fungano da antagonisti, non possono scatenare empatia.
      L'osservazione sulla soggettività è giustissima, tutto è relativo.

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  4. Innanzitutto grazie della citazione al mio post! :-)

    Le caratteristiche che menzioni sono molto importanti, ma la terza caratteristica che aggiungerei è sempre il "modo" di raccontare una storia, e qui entra in gioco l'originalità e la voce personale dell'autore. In fondo è già stato tutto narrato sin dalla notte dei tempi, solo che vogliamo sentircelo raccontare ancora una volta, in modo riconoscibile ma ancora diverso. Siamo un po' come i bambini che vogliono ascoltare la stessa fiaba con minime variazioni..

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    1. Bello e molto azzeccato il paragone :)
      Sì, anche per me conta molto la voce dell'autore. Forse è proprio tramite questo particolare modo di raccontare che può scattare o meno la scintilla.

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  5. D'accordissimo! Ossitocina a manetta e mi fondo con il libro. Sandra

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    1. Anche a me piace fondermi con i libri ;)

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  6. L'empatia per i personaggi secondo me è fondamentale. Io potrei abbandonare un romanzo senza remore se il protagonista mi è antipatico, se è piatto o troppo buonista.
    Ma lo stile dell'autore è fondamentale per coinvolgermi: mi piacciono le voci moderne e un po' sporche, non incasellate dentro binari prestabiliti. Se lo stile mi acchiappa la trama può anche passare in secondo piano. :)
    La mia paura per il romanzo che sto scrivendo è proprio quella di non riuscire a mantenere la tensione per così tante pagine. Ma sono ancora alla prima stesura, ho ancora tempo per modificare e tagliare.

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    1. A volte la trama passa in secondo piano, anzi direi che a volte neppure conta purché ci sia almeno un arco drammatico. Ci sono storie dalla trama esile che comunque reggono fino alla fine per la forza che hanno i protagonisti nel catturarti. Certo, lo stile è un fattore non trascurabile. E anche qui ognuno ha le sue preferenze :)

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    2. è vero. Valentina D' Urbano (se non ricordo male ti avevo consigliato "Acquanera", il più esoterico dei suoi romanzi) secondo me rientra un po' in questa categoria. Le sue storie, tranne il libro che ho citato, sono molto realistiche e prive di fatti eclatanti eccetto nel climax, però acchiappano sempre! :)

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    3. Sì, è nella mia lista di letture. Purtroppo sono in un momento critico perché il lettore mi sta abbandonando... spero che torni a funzionare regolarmente, altrimenti dovrò ritornare alla carta, a meno di comprarne un altro :(

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    4. I soldi per un lettore non sono certo sprecati: risparmi poi sull'acquisto dei libri quindi alla lunga è un vantaggio :)

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  7. Come sai io ho scritto un articolo sulla neuroestetica, su PennaBlu. Conosco la materia, ho letto molti studi, e ne sono il primo sostenitore; ma proprio per questo sono anche il primo a dire che è davvero troppo presto per formare sulla sua base una critica o una poetica.
    Ci sono dati molto interessanti, ma la loro interpretazione non è così semplice. Del cervello non sappiamo quasi nulla, non capiamo come lavora, riconosciamo che le sue funzioni sono generalizzate eppure continuiamo ad analizzarlo per aree (un vero pasticcio epistemologico).
    Ti faccio un esempio... L'idea che l'empatia sia generata in massima parte dalla simulazione di azioni ed emozioni, e che ciò porti a una "identificazione" (con la persona, col personaggio...) e a una "immersione" (si veda la poetica del romanzo embodied" è arretrata. Continuano a parlarne perché non si studiano gli aggiornamenti, ma è arretrata. Che abbiamo sopravvalutato l'importanza dei neuroni specchio è ormai chiaro: a tal proposito, si legga "Il Mito dei Neuroni-specchio".
    Se proprio vogliamo crearci un paradigma, allora, personalmente, basandomi sulla mia esperienza personale, trovo molto più realistico rifarsi al Faktor N400, o alla neuropoietica di Grunbein
    Quindi io continuo a sperare che la cosa, in futuro, porti dei risultati. La cosa migliore però, ora soprattutto, sta nel rifarsi alla propria sensibilità. Le reazioni neurali che contano, infatti, devono per forza essere quelle che influenzano la nostra percezione nella lettura (e se non possiamo sentirla, che utilità ha? Che utilità ha se l'estetica è anzitutto fenomenologia della percezione?), e quindi ascoltandoci mentre leggiamo possiamo conoscere il cervello molto meglio di quanto può dirci uno studio esterno.

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    1. Questa mattina mi sono ricordata in un flash del tuo articolo e avrei voluto ricordarmene prima. Però appena ho un attimo vado a cercarlo e almeno metto un link. Mi ricordo che era molto interessante.
      Certo, l'articolo che cito io è vecchio, tu sei senz'altro più aggiornato sull'evoluzione dell'argomento. Tra l'altro io considero il cervello solo come una manifestazione fisica di qualcosa di meno tangibile, quindi credo che ciò che avviene in esso sia solo lo specchio di qualcosa di superiore.
      Quello che mi sembra rilevante all'atto pratico è che di fronte a una storia noi esseri umani reagiamo come se fossimo davanti alla realtà e non alla finzione. Ci emozioniamo, proviamo persino sensazioni fisiche come se fossimo noi i protagonisti. Questo è affascinante.

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    2. Il "problema" per cui la letteratura, pur sapendo che è finta, crei emozioni reali, è un classico: ti ricorderai sicuramente quella poesiola di Metastasio, scritta durante la rilettura dell'Olimpiade, dove diceva che tutto è finzione, tanto il teatro quanto la realtà stessa.
      ***
      Più che il cervello come manifestazione di cose meno tangibili, sono le cose meno tangibili interpretazioni di ciò che fa il cervello - e c'è chi crede che il "dizionario mentale" debba essere eliminato in favore di un "dizionario neurale" (seguendo un poco il filone eliminativista). Ciò nonostante, considera questo: che il libro ha lo stilema X, che causa nel cervello la reazione Y, e che questo si traduce nell'effetto "poco tangibile" Z. L'esperienza della letteratura che interessa a noi, naturalmente, è Z. Ora, il problema è: perché voler conoscere Y, se, fruendo X, possiamo percepire direttamente Z, senza fare il giro lungo?
      Certo, dipende: la propria sensibilità è difficile da analizzare, è difficile capire cosa causa cosa. Ciò non toglie che molti neurologi credono che sia impossibile comprendere il funzionamento del cervello, non solo perché si adatta alle condizioni esterne, ma anche perché i cervelli, per quanto simili, possono essere anche molto diversi nelle reazioni. (non dimentichiamo poi che i neuroni, abbiamo scoperto di recente, sono un po' in tutti gli organi: e se stessimo analizzando solo una percentuale minima di ciò che siamo? Nello stereotipo il cervello ha sostituito l'anima - ma è, appunto, uno stereotipo)
      ***
      L'esperienza durante la lettura, certamente, è molto personale. Per farti capire: non mi è mai capitato, in tutte le mie letture, di sentirmi "in empatia" col personaggio. Sono abituato a leggere in modo critico, la mia mente è portata naturalmente al notare e analizzare schemi, ricorrenze, logiche, più che seguire una trama. Le trame che mi piacciono di più, per assurdo, hanno personaggi che reputo odiosi, repellenti, che sono esattamente il mio contrario, drogati, libertini, immorali. Ecco un'altra mia caratteristica strana: io ho bisogno di lottare con il protagonista, perché mi pare che ciò causi emozioni più forti del semplice essere in empatia.

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    3. Leggere in modo critico e analitico non significa però che non provi piacere per quello che segui. Anche io quando leggo o guardo una serie tv ho sempre una parte di me tesa ad analizzare, che non si lascia andare alla storia, ma questo non mi impedisce di provare empatia. Da quello che racconti, mi pare che anche per te sia così, o no?
      Sui personaggi odiosi ci sarebbe molto da dire. Anche quelli secondo me possono provocare emozioni forti, anzi più degli altri. Parlando terra-terra, ci si identifica con personaggi anche molto diversi da noi, per il gusto di provare ciò che non potremmo sperimentare altrimenti.
      Comunque le cose che dici sono da approfondire, per ora ho riportato nel mio post il link al tuo articolo, ma mi propongo di leggere di più e di fare un giro sul tuo sito.

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    4. Il mio sito, attualmente, è quasi vuoto: ci trovi degli esperimenti di stile presentati come racconti, e poco altro XD
      Certo che provo piacere per la lettura, ma capirai che lettura ingenua, "partecipativa" e critica portano a piaceri diversi. Per dirti, Joyce provoca piacere se segui le idee del suo stile, non se ti sforzi di immergerti nel personaggio.
      Il personaggio cattivo che fa ciò che non potremmo fare e per questo attira è la classica catarsi aristotelica, no?

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    5. La tua pagina editing però è mitica! :) Spero che la porterai avanti.
      Vero quello che dici sui piaceri diversi, una mente razionale si emoziona per le idee.

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  8. Sì, penso sia proprio così.
    Protagonisti che spaccano, che colpiscono, per cui provare qualcosa.
    E vicende che stuzzichino curiosità, che trasportino la mente di continuo.
    E' "tutto" qui.

    Moz-

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    1. Un "tutto" però difficile da convertire in un testo :)
      Da lettori-spettatori abbiamo sempre le idee chiare su ciò che ci cattura o no, quando si scrive poi nascono mille incertezze. O per lo meno capita a me :)

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  9. L'empatia per me è fondamentale. Quando leggo un libro ho come l'occhio di un falco puntato su tutto: sorvolo su storia, ambientazione e personaggi e quando trovo le giuste "prede" le punto e mi ci fiondo in picchiata. Catturo ciò che voglio vivere leggendo. Se non trovo lo spunto per immedesimarmi o non entro in sintonia con i personaggi, la storia mi muore dentro prima ancora di nascere!

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    1. Si potrebbe dire che l'obiettivo di leggere o vedere un film sia proprio quello di vivere delle vicende senza muoversi da casa o rischiare nulla. Ognuno poi ha i suoi "tipi" di personaggi nei quali vuole calarsi. Anche io abbandono presto un romanzo se non entro in sintonia con almeno uno dei protagonisti!

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  10. Anche per me l'empatia è fondamentale, però con il tempo sono diventata più esigente. Una volta dicevo che mi bastava un personaggio riuscito per arrivare in fondo a un libro a una saga. Adesso deve convincermi anche la storia.
    Scrivendo, l'empatia con i miei personaggi è ancora più importante. Anche lì, però, adesso tendo a concentrarmi di più sull'intreccio.

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    1. La trama non si può sottovalutare, le cose direi che devono procedere di pari passo. Come scrittori dobbiamo prestare attenzione a mille cose per ottenere l'effetto finale giusto, anche perché ogni lettore guarda cose diverse.
      Anche io sono diventata (purtroppo) più esigente :)

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  11. Certamente lo sono. Un personaggio "riuscito", per quanto mi riguarda, vale come una trama ben impostata. Nel mio caso si manifesta non tanto come lettore (visto che in un libro prediligo la capacità narrativa dell'autore, indipendentemente dalla simpatia o meno dei personaggi o dalla ricchezza o linearità della trama) quanto piuttosto per la fiction televisiva. La maggior parte dei telefilm che guardo li seguo non tanto per le trame in se quanto piuttosto per l'empatia che riesco a stabilire coi personaggi (che essndo interpretati da attori in carne e ossa forse mi risultano più diretti rispetto a quelli di carta dei romanzi).

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    1. Hai ragione, anche per me è lo stesso con i telefilm. In questo caso poi non mi dà fastidio se i personaggi sono tanti, mentre nei romanzi le folle non le sopporto. Accade anche a te?

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    2. Sì, se ci sono troppi personaggi sono costretto a prendere appunti per non confonderli
      :-D

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  12. Non sono in grado di fare un commento intelligente, sono troppo cotta di stanchezza XD Ma ci tenevo a dirti che ho letto l'articolo, che mi è piaciuto un sacco e mi ha scatenato un sacco di riflessioni sul modo in cui io, Serena, mi affeziono a un personaggio. Tipo il dottor Pereira di Tabucchi: perché mi è venuta voglia di invitarlo a cena e chiacchierare con lui, non dico dalla prima scena ma quasi? Perché ho (audio)letto quel libro praticamente sempre con il fazzoletto in mano? Ci devo pensare, sono certa che comprenderlo mi aiuterà con la scrittura.
    E perché detesto Martin, mentre un sacco di gente lo ama alla follia? Sono certa che abbia a che fare con la gestione dei personaggi (e anche col fatto che mi ammazza i lupi, ma vabbè).

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    1. Prima di tutto grazie per aver lasciato il commento anche se eri cotta di stanchezza :)
      A volte l'attaccamento ai personaggi è un mistero, forse dipende da cosa cerchiamo, che tipo di emozioni vogliamo provare. Oppure è una questione "di pelle" come quando abbiamo a che fare con le persone: alcune ci piacciono subito, altre ci stanno cordialmente antipatiche senza un vero motivo. Io penso che un personaggio che ci sta profondamente antipatico è comunque un personaggio riuscito, perché lo percepiamo come vivo.

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    2. Forse è la gestione dei personaggi. Forse lo stile (Martin lo trovo spesso manierato). Forse l'atmosfera. Forse la gestione della tensione (e qui Martin fa spesso pasticci, per me). Forse semplicemente il tuo modo di porti nei confronti della materia...
      Sto pensando di scrivere un guest post su come i diversi profili di personalità (del Myers-Briggs) determinano spesso ciò che piace legge, il modo in cui si scrive, il modo in cui si legge, eccetera. Ho trovato pagine in proposito, e mi ci ritrovo molto.

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    3. Alessio, spero lo scriverai, a me interessa molto l'idea.

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  13. Empatia, mi identifico con il personaggio, è quasi sempre questo che mi lega alla lettura di una storia.
    Poi ovviamente anche una trama avvincente fa la sua parte.

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    1. Credo anche io che l'empatia vada di pari passo con una trama avvincente. Quando l'autore trova la giusta combinazione, allora non stacchiamo più gli occhi dalle pagine :)

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  14. Ciao Maria Teresa, con questo post mi susciti la voglia di poter esprimere una riflessione sulla quale ultimamente mi sto concentrando. E mi fa piacere d’inventare ospite in questa tua bella casa che profuma tanto di storie e libri, viscere della mia passione. In fondo la bellezza del commentare quando non si hanno blog da tenere vivi è proprio la possibilità di cogliere in profondità, dall’argomentare altrui, la possibilità di crescita del proprio pensiero.

    Anche secondo me, è verissimo, il fulcro di ogni buon libro è l’empatia con il personaggio. Di recente ho finito Stoner e mi son reso conto di volergli bene, come un fratello, come un caro amico.

    Però proprio dall’empatia del personaggio volevo cogliere due spunti.

    Il primo. Il protagonista anonimo. Molti scrittori spesso sono affascinati dal protagonista senza nome. Ricordo da ragazzo, la prima volta che lessi il Processo di Kafka restai affascinato da quel protagonista K. Però ultimamente sto pensando che il protagonista senza nome non va bene. Proprio perché ti allontana nell’empatia finale. Non riesci a portarlo con te, nei giorni futuri, quando hai chiuso il libro. Anche un teorico come Baricco nel suo ultimo la Sposa Giovane identifica i protagonisti con il ruolo. È bello, è affascinante, ma meno efficace empaticamente, secondo il mio modo di vedere.

    Il secondo punto è l’interazione fra i protagonisti. Cioè io adoro quando l’empatia che provi per i personaggi trova la massima espressione nel loro interagire. Una sinfonia dialettica ed espressiva. Ad esempio a me piace la serie tv Castle. Ma più che per i casi in sé, mi piace l’interagire dei protagonisti di Castle e Beckett, il modo di rapportarsi. Lo stesso mi accade in True Detective 1. Dove i mondi opposti di Rust Cohle e Marty Hart danno vita a un’empatia resa scoppiettante dall’interazione della coppia. Avverti il passaggio da un sentimento bidimensionale a uno tridimensionale. Un’altalena che ti sposta incessante da un lato all’altro. Esempi di personaggi ce ne sarebbero tantissimi. Però noto che questo tipo di trasporto riescono a darlo più i film che i romanzi. Io mi sto facendo una sorta di catalogo interiore. Per capirne un po’ di più e colmare i paragrafi della mia non paga ignoranza. :)

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    1. Per i personaggi anonimi, prova a leggere McCarthy, soprattutto La Strada.
      Considera comunque che, soprattutto in tempi moderni, soprattutto in prima persona (ma talune volte anche in terza immersa), spesso, si finisce per non indicare il nome del personaggio in quanto sarebbe innaturale farlo. E anche perché il postmoderno, spesso, ha voluto abbandonare il personaggio complesso, facendo dell'archetipo una delle sue cifre, e cercando di suscitare emozione tramite altri aspetti del testo.

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    2. La strada, lo conosco bene. Il protagonista ti entra nelle ossa tanto lo senti. Però come dicevo, quando ripensi a lui, non sai chiamarlo, non sai definirlo dentro di te. Il nome è lo scrigno di quel che siamo. Poi McCarthy è un maestro assoluto. Ma a me il dilemma mi sorge, perché nel distopico che sto scrivendo, storia narrata in prima, il protagonista è senza nome. Ma rispetto alla Strada, in cui lì il rapporto è duale tra padre e figlio, il mio è immerso nel contesto assieme ad altri personaggi. E anche se è in prima, gli altri si rivolgono a lui e lui risponde. E a quel punto diventa innaturale non avere un nome. Quasi forzato. Eppure come ben dici il mio personaggio è archetipo, quindi non avere un nome sta a simboleggiare i tutti che un giorno possono immergersi nelle sue vicende. Devo meditarmela bene la cosa.

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    3. Ciao Marco, benvenuto :)
      Le tue riflessioni sui personaggi senza nome mi hanno portato a pensare a quando alcuni autori non descrivono i loro protagonisti (ma lo fanno con quelli secondari) perché i lettori possano identificarsi a prescindere dall'aspetto. Mi sono accorta di averlo fatto anche io in un paio di occasioni in modo spontaneo. Forse anche il non attribuire un nome potrebbe quindi favorire l'empatia più che allontanare il lettore. La mia è solo un'opinione, ma credo che gli elementi per scatenare l'immedesimazione siano altri.
      Pienamente d'accordo sul discorso dell'interazione dei personaggi, anche perché hai citato due serie tv che amo molto. Il punto di forza (lo avevo scritto anche in un altro post) di Castle secondo me sono proprio i dialoghi brillanti, che sono un ottimo modo per trascinare lo spettatore in una realtà. Su True detective si potrebbe parlare per ore... senza il rapporto tra Marty e Rust sarebbe una serie tra le tante.

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    4. Dici che non avere un nome, in quel contesto, è innaturale. Però ti dico, per farti un esempio: quando ho conosciuto una ragazza con cui ho avuto "più di una amicizia", è passata più di una settimana prima che ci dicessimo come ci chiamavamo; inoltre, per tutto il periodo successivo, non credo di averla chiamata per nome neanche una singola volta. Perché? Perché non serviva. Nei gruppi di persone, io vedo lo stesso. Quando trovo uno che conosco dall'altra parte della strada personalmente non lo chiamo mai per nome, piuttosto gli dirò "AREO!", oppure "OU, MONA!", o robe del genere XD Se in un gruppo sto cercando di parlare con uno e non mi ascolta, io gli dò una pacca sulla spalla. ...ecco, nella mia esperienza di vita, usare un nome proprio è una esperienza eccezionale, e mi pare che nei romanzi avvenga più spesso solo perché è un manierismo, perché siamo abituati così, per enfasi. Ma non so, magari il mio è un caso eccezionale, magari gli altri usano il nome più spesso.
      Nella mia esperienza, non ritrovo questa esigenza di usare il nome per definire un personaggio o per chiamarlo mentalmente, per farlo "risuonare in me", così come, appunto, non sento l'esigenza dell'aspetto (anche perché, qui si, non si può non darglielo).
      Dico pure un'altra cosa però, a cui fare attenzione. Il nome può essere "parlante", può creare una atmosfera, e può dare informazioni aggiuntive in modo velato. Quando siamo innamorati di una persona, poi, il solo pronunciarne il nome è una forma di piacere (credo sia l'unico caso in cui io posso usare il nome proprio con frequenza). Bisogna vedere quindi il tipo di rapporto che il personaggio instaura col lettore. Forse con il nome lo sente più umano. Senza nome, però, lo sente più "santo", più misterioso,, e crea un effetto straniante che può essere molto piacevole.

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  15. Grazie della citazione! :) Il legame con i personaggi, e in particolare con il protagonista, per me è fondamentale. Se provo indifferenza o avversione - qualche volta succede - fatico anche ad apprezzare quanto di buono c'è nella storia, come se fossi rimasta al buio.

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    1. L'indifferenza per me è fatale, l'avversione un po' meno. Nel senso che ho letto con piacere anche romanzi con protagonisti oggettivamente odiosi, ma così ben costruiti che non si poteva fare a meno di essere curiosi di cosa combinavano. Credo che in questo ci sia molta soggettività. "Rimanere al buio" è una sensazione che capisco bene.

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  16. Uh, già... anch'io Stoner. Un altro da invitare a cena, e lasciarlo a chiacchierare con gli uomini di casa mentre io preparo. E magari mio figlio lo fa ridere. L'ho amato, profondamente.

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    1. Se lo inviti, fai il video che poi me lo giri. Non posso perdermelo. Però non essere sessista al contrario. L'immagine che la donna prepara e gli uomini se ne stanno tranquilli a parlare non va sulle mie corde. Il marito apparecchia e Stoner le racconta a tutti. Certo se proprio occorre essere sessisti Edith lasciala a casa. :D

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    2. Bravo Marco, fa un po' tristezza l'immagine di noi donne sempre rinchiuse in cucina quando ci sono ospiti :D

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  17. Arrivo un po' in ritardo (mi sto riprendendo in pari con i post)
    Quindi è l'ossitocina che mi frega!! Quei rari libri che io chiamo "croce e delizia", quelli da cui sono rilettura-dipendente e nel momento in cui li rileggo ho contemporaneamente le farfalle nello stomaco e un dolore lancinante al cuore. La più facile è innamorarsi di un personaggio, quasi sempre protagonista o co-protagonista della storia. Che se lo trovassi in carne ed ossa...non avrebbe scampo! Ed è ancora più facile se lo scrittore è donna. Ai miei amici maschi single lo dico sempre: dovreste leggere libri femminili, impararvi certe frasi del protagonista maschile a memoria e fareste strage di cuori automaticamente. Ma sono troppo pigri.... ;)
    In un paio di casi però la mia empatia è verso l'ambientazione: non mi identifico con un personaggio nè sono incantata dalle sue parole, ma vorrei essere lì, in un "sistema" che sento a me congeniale (e presumo anche allo scrittore, altrimenti non lo avrebbe creato e/o descritto). Ma dev'essere comunque qualcosa di originale, che oramai è stato scritto tutto ed il contrario di tutto.

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    1. Provo anche io le stesse cose. Condivido anche quanto dici sulla scrittura femminile, se devo essere onesta anche io la preferisco, tranne qualche eccezione. Trovo che ci sia più capacità di suscitare immedesimazione. Forse è una questione di gusti, nel senso che io prediligo quei romanzi con approfondimento psicologico. Non è così sempre, ovviamente, ci sono anche autori che ci riescono benissimo o autrici che scrivono con lo spessore della carta velina.

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