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4 insegnamenti sulla scrittura da “Il cigno nero”


Era da parecchio tempo che mi riproponevo di vedere il film “Il cigno nero”, incuriosita dalle tante recensioni lette, in modo particolare da quella fatta da Elisa Elena Carollo sul suo blog. Un pomeriggio di qualche giorno fa, complice la stanchezza di una notte insonne, mi sono decisa e non me ne sono affatto pentita.

Qui non vorrei però parlarvi di questo splendido e intenso film. Chi non l'ha mai visto troverà con facilità in rete svariate informazioni, sia sulla trama che sul significato psicologico. Vorrei piuttosto condividere con voi le riflessioni che mi ha scatenato e che ho riportato d’istinto alla scrittura. Infatti, anche se “Il cigno nero” è la storia di una ballerina classica, si può ricondurre per alcuni temi trattati a qualsiasi manifestazione artistica.

Trama del film
A New York una compagnia di balletto sta allestendo ‘Il lago dei cigni’ e il regista Thomas Leroy decide di sostituire la prima ballerina Beth con Nina. Ne ‘Il lago dei cigni’ sono previsti i ruoli dell'innocente cigno bianco, adatto a Nina, e del sensuale cigno nero, più adatto a Lily. La rivalità tra le due ballerine, porterà Nina ad esplorare il suo lato oscuro senza la certezza che Lily sia una vera nemica, ma solo frutto della sua mente, facendo nascere in lei un'ambigua ossessione.

Disciplina e dedizione non bastano

Fin dal principio del film, è evidente che la protagonista Nina Sayers ama profondamente la danza, al punto da compiere grossi sacrifici per inseguire il suo sogno. La vediamo esercitarsi a lungo con dedizione e impegno, incurante della fatica e della stanchezza, assistiamo alle prove fino a tarda sera che la costringono a tornare a casa col buio in metropolitana; vediamo i suoi piedi sanguinare, la ammiriamo mentre esegue con zelo le coreografie, mentre si esercita davanti allo specchio, inseguendo la perfezione dei movimenti, l'armonia delle figure.
D'altra parte ci rendiamo anche conto del costo che tale determinazione ha per lei: Nina non ha amici, non ha un ragazzo, l'unico rapporto della sua vita è quello con una madre soffocante e iperprotettiva, che la sprona a fare sempre di meglio ma che la tratta come una bambina.
Tutto questo la porta comunque ad eccellere nella danza, infatti è lei la candidata più promettente a diventare il primo cigno nel balletto. Eppure, come rileva Leroy, il direttore artistico, non è abbastanza, perché la rappresentazione non prevede solo l’innocente ruolo del cigno bianco, ma anche quello del cigno nero, per il quale Nina non sembra essere tagliata. Intravedendo il suo potenziale, Leroy le assegna comunque la parte. Ma a questo punto la ferrea disciplina non basta più per sostenere la sfida.

Vi ricorda nulla tutto questo? Quanto tempo spendiamo alla ricerca della parola giusta da inserire in una frase? Quanto impegno profondiamo nel creare le nostre storie? Facciamo un mucchio di sacrifici nel nome della scrittura, investiamo su di essa moltissimo a livello emotivo, energetico, a volte anche economico. Mettiamo tanto amore nelle nostre storie, passiamo ore a revisionare, tagliare, correggere, modificare, curare i dettagli, ma questo non ci garantisce un livello di qualità superiore, né la vera perfezione. Tanto meno l'agognato successo. In sintesi, si può dire che esercitarsi con costanza non significa raggiungere la grandezza in una determinata arte.

La tecnica deve sposare l'istinto

Ho sentito un mucchio di autori affermare che conoscere le regole di scrittura creativa non li ha resi scrittori migliori, ma al contrario ha bloccato la loro creatività, ha frenato l'ispirazione.
Il desiderio di migliorare, di raggiungere la perfezione ci spinge giustamente a studiare regole e tecniche, a inglobarle nelle nostre creazioni. In fondo, se qualcuno si è preso la briga di metterle a punto è proprio per dare alla scrittura della narrativa una struttura valida, una solida base. Ma l'ossessione per regole e tecniche rende schiavi, paralizza perfino. Anche a me è capitato di attraversare una fase di attaccamento eccessivo alla tecnica. A ogni frase, a ogni scena mi fermavo a chiedermi se fosse il momento di mostrare o raccontare, se stessi usando il punto di vista giusto, se fosse o meno il caso di usare questo o quell'espediente per tenere il lettore sulle spine... Tutto questo è necessario, ma è importante ancora di più superarlo, metabolizzare la tecnica, farla nostra, al punto che non si sostituisca all’ispirazione ma la sostenga. Al punto che diventi istinto, fiuto.

A tutto questo mi ha fatto pensare il film e in modo particolare il passaggio quando Leroy indica a Nina la sua collega ballerina Lily, meno brava da un punto di vista tecnico, imperfetta, ma in grado di mettere nella danza passione, cuore, anima, di esprimere il suo essere più autentico.
Là dove Nina appare perfetta ma rigida, Lily è invece imprecisa, ma disinibita, sicura di sé, seducente.


Riportiamo tutto questo al nostro mondo. Anche un lettore più o meno consciamente si accorge di una scrittura troppo tecnica, rigida, fredda, e non l’apprezza. Pensiamo a quanto successo abbiano certi romanzi commerciali per nulla ineccepibili, eppure coinvolgenti. Con ciò non voglio dire che la tecnica sia inutile, tutt’altro. Ma intendo che forse dovremo smettere di concentrarci sulla forma e sulla teoria e far sì che le regole sposino pienamente la creatività istintiva, come una ballerina conosce alla perfezione la sua arte e non presta più attenzione ai gesti, ma li interpreta con scioltezza, senza sforzo.

Liberati dei freni per far volare alta la scrittura

Nina ha una personalità fragile, insicura, autolesionista e fortemente autocritica. Gli accidentali errori nell’esecuzione non fanno che inasprire questi suoi aspetti e debilitare ancora di più la sua sicurezza. A tutto ciò si aggiungono la repressione della sensualità e il controllo eccessivo, incarnati dalla madre.

Avete mai letto un testo forse ineccepibile, eppure freddo, quasi manierato? E dunque in definitiva noioso? A volte è oggettivamente difficile dire cos'è che non va, eppure non riusciamo a identificarci con i personaggi, non proviamo nessuna forma di empatia. A me è capitato molto spesso, soprattutto con quegli autori esordienti che si impegnano a cesellare ogni frase e a seguire con scrupolo tutti i dicktat della scrittura creativa. Ho letto testi (imperfetti o perfetti che fossero) dove avevo la sensazione che mancasse qualcosa, in cui percepivo istintivamente che l'autore non fosse andato abbastanza a fondo, che non avesse avuto il coraggio per sviscerare la storia e i personaggi.
E anche a me è accaduto. Di recente sto rileggendo il mio primo romanzo e ho proprio quest'impressione: ho tenuto troppo a freno la scrittura. Mi è mancato il coraggio per lasciarla andare, per liberarmi dei freni consci o inconsci che pongo ogni volta che scrivo, incapace di dare voce a ciò che avevo dentro.

Come scrittori, spesso siamo vittime di paure che ci fanno procedere con il freno a mano tirato, per esempio la paura del giudizio altrui o quella di non essere all'altezza del compito. O di svelare troppo di noi stessi. Ma per mettere l'anima in una creazione artistica occorre superare le paure, spezzare le catene che ci auto imponiamo.

Autore, esci da te stesso

Come dicevo su, Nina deve interpretare due ruoli nel balletto di Čajkovskij. Per la sua natura dolce e remissiva le riesce benissimo la parte del cigno bianco, innocente e fragile. Appare inadatta invece per la parte del cigno nero, manipolatore, oscuro e sensuale. Il regista le fa capire chiaramente cosa c'è che non va, tuttavia la consapevolezza del suo lato oscuro e di ciò che sta reprimendo sono parte di un processo lungo e doloroso, al punto da diventare una pericolosa ossessione e da condurre a una scissione insanabile. Senza fare spoiler, mi limito qui a sottolineare la bellissima scena della danza del cigno nero, dove la passione emerge pienamente e diventa tutt'uno con l'esaltazione del pubblico. Un traguardo possibile grazie alla liberazione della parte oscura e quindi della sensualità istintiva.

Uno scrittore che vuole raggiungere un livello più maturo deve necessariamente uscire da se stesso, attingere a elementi di sé che forse neppure conosce, per poter tratteggiare anche personaggi da cui si sente lontano.
Ripenso a quando stavo scrivendo l'ultimo romanzo e mio marito mi ha suggerito di scrivere un capitolo dal punto di vista della “cattiva”. Lì per lì ho pensato che non ce l'avrei mai fatta, sarebbe stato impossibile per me introdurmi nella sua testa, arrivare a capirla. Eppure, è stata una bellissima sfida, perché mi ha costretto a calarmi nei panni di una personalità molto diversa da me e a far emergere emozioni che non mi appartenevano. Alla fine posso dire che scrivere quel capitolo mi sia piaciuto molto. Penso che per diventare scrittori a 360° sia importante sforzarci anche di interpretare al meglio ruoli che ci sono estranei, se vogliamo che i nostri personaggi siano sempre credibili.

Avete mai visto questo film? Vi vengono in mente altri parallelismi con la scrittura?

Trailer de “Il cigno nero”



Commenti

  1. La tecnica a volte può uccidere il talento. Sono pienamente convinto di questo. E' altrettanto vero che il talento senza l'affinamento della tecnica, perde di potenzialità.
    La scrittura è in fin dei conti una forma espressiva, comunicativa, e rientra a pieno diritto nelle attività artistiche. Le attività artistiche, per definizione, sono destrutturate. Ecco perchè sorrido quando vedo le scuole di scrittura creativa. Ma a cosa servono ? A portare soldi nelle tasche di autori ormai fuori mercato. La creatività, in quanto destrutturata, non ha strutture che possono essere trasmesse: o c'è oppure non c'è.
    Certo Leonardo era andato anche lui a bottega eppure ricordiamo i suoi quadri e non quelli degli altri dieci o venti ragazzi che lavoravano con lui. E poi c'è la fortuna, ovvero creare qualcosa nel momento giusto in cui qualcuno avrà modo di apprezzarlo. Anche questa è una cosa destrutturata, tanto destrutturata da essere appunto "bendata". La fortuna, per definizione, è bendata.
    Non ho una conclusione particolare se non che bisogna mediare. La tecnica non deve uccidere la creatività e la stessa creatività ha comunque bisogno della tecnica. E' un gatto che si morde la coda. Quando riesce a morderla per davvero, allora nasce il capolavoro.

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    1. Sì, una mediazione è necessaria. Io credo che scuole e corsi servano a tirare fuori il potenziale che c'è in noi, ma questo potenziale deve appunto esserci. E devono esserci buoni insegnanti. Un eccesso di tecnica è nocivo, così come la creatività selvaggia.
      E' anche giusto come dici parlare di fortuna, di occasioni. Ma questa è un'altra questione ;)

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  2. Visto questo film, due volte, molto intenso. Il finale, beh, non te l'aspetti, anche se pensandoci... è già scritto, anche nel trailer. ;)
    Il parallelismo funziona in tutti gli ambiti della creatività, per il concetto stesso che essa si porta. Se la creatività è libertà, ricerca di nuove forme d'espressione, come può essere imbrigliata dentro regole? Nina ha tecnica, ma non è libera; Lily è imperfetta, ma disinibita (ovvero priva di condizionamenti, di schemi, di regole). Il risultato migliore è quando si riesce a stare nel mezzo.

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    1. Eh sì, in un certo senso il finale era già implicito. Lascia male, ma d'altra parte forse non poteva esserci una conclusione diversa.
      Sicuramente è importante stare nel mezzo, ma io credo che l'ideale sarebbe andare ancora oltre e cercare una fusione tra tecnica e creatività, ovvero non pensare più alla tecnica ma inglobarla in noi.

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  3. Il film non l'ho visto e ora dopo il trailer devo correre ai ripari. La frase contenuta: "L'unico vero ostacolo al tuo successo sei tu." credo dica tutto.
    La tecnica è indispensabile ma senza la creatività nulla traspare e arriva. Per tutto il tempo dell'articolo non ho pensato ad altro.

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    1. Sì, devi rimediare! Sappi che come film è abbastanza inquietante e non c'è un lieto fine, però è comunque bello e intenso.
      La tecnica fine a se stessa fa molti danni secondo me, è importante non lasciare che tarpi le ali alle creatività, anche se all'inizio non è una cosa facile.

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  4. Mi rivedo pienamente in tutti e quattro questi punti, ma il secondo mi sta calza a pennello più degli altri. Penso che la tecnica sia l'alibi di chi non sa ascoltarsi. L'arte è un'altra cosa, richiede innanzi tutto connessione interiore. Intuizione, ecco. Io parlerei di questo, piuttosto che d'istinto. Perché l'istinto mi fa pensare a un meccanismo di stimolo e risposta, un automatismo, mentre l'intuizione è quella voce che ci vibra dentro e che può dare origine a opere meravigliose, se teniamo a bada quel "mentale" che ci impedisce di sintonizzarci sulla sua frequenza.

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    1. Mi trovi d'accordo sull'importanza dell'intuizione e della connessione interiore. Sull'istinto, invece, io intendevo proprio la conoscenza istintiva che si acquista quando una tecnica l'hai fatta tua. Penso per esempio a quando si comincia ad andare in bicicletta e devi prestare attenzione a quello che fai, poi arriva un momento in cui il corpo acquista sicurezza, impara cosa fare, e la mente non ci pensa più. Ecco, questo penso. Il "mentale" nella scrittura è secondo me il troppo concentrarsi sulla tecnica, magari perché ancora non l'abbiamo fatta nostra.

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  5. So che ci stiamo confrontando entrambe con la nostra scrittura diciamo primigenia e dunque credo di cogliere in pieno Il senso di questo post. Il film l'ho visto, crudo se vuoi come la vita. Credo che la ricerca del manierismo e della così detta perfezione stilistica sia un errore piuttosto comune agli scrittori esordienti. Il mio primo romanzo era girato in una catena di lettura su Anoobi. Sai qual'è stato il commento più ricorrente, oltre ai complimenti? Lasciati andare. Credo avessero ragione. Oggi scrivo tenendo a mente questa indicazione...

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    1. Capisco quello che dici, di solito quando si inizia si è sempre un po' ingessati o al contrario troppo selvaggi, a seconda forse anche del carattere. Riuscire a conoscersi in questo è un'esperienza importante, secondo me.
      E' bello comunque ricevere un suggerimento così prezioso da una catena di lettura :)

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  6. Credo che entrambe le metà della scrittura debbano fare la loro parte. Imparare le tecniche è come imparare l'aspetto artigianale dello scrivere, che però non può bastare a creare un'opera d'arte, in assenza di idee e dell'istinto giusto. Per me è stato ugualmente molto utile, perché mi ha resa più consapevole di come reagisce la mia sensibilità a ciò che leggo. Metabolizzare la tecnica, hai detto, giustamente; farla diventare tutt'uno con l'istinto. Che le conoscenze possano diventare un guinzaglio non dipende dalle conoscenze stesse, ma dalla nostra propensione ad attribuire loro un valore quasi magico, che non possono avere.

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    1. Sì, hai ragione. Forse ci aspettiamo troppo dalle conoscenze o attribuiamo a esse proprietà che non hanno. In questo campo esistono tante scuole di pensiero, c'è anche chi le rifiuta totalmente e non capisco perché. Sarebbe un po' come pretendere che una ballerina classica danzasse senza preparazione.

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  7. Il film l'ho visto proprio di recente e mi è piaciuto moltissimo, anche se mi ha lasciato addosso un forte turbamento. Concordo con quello che scrivi, spesso bisogna lasciarsi andare perché troppa tecnica può nuocere all'intensità della storia. È importante riuscire a rendere veri i personaggi, farli vibrare di passione nel bene e nel male. Non è per niente facile, ma calarsi nei panni dei vari personaggi anche agli antipodi da se stessi è un esercizio molto importante, perfino liberatorio e può dare alla storia una grande intensità.

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    1. Già, il film lascia addosso molte sensazioni particolari, non te ne scrolli facilmente.
      Vero, calarsi in panni diversi dai nostri è anche liberatorio, sicuramente è un'esperienza da fare per crescere come scrittori. Per me è stata una sfida non facile, però alla fine ero contenta di averci provato.

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  8. Ho visto il film, ma devo ammettere che non mi è venuto in mente di paragonare la protagonista a uno scrittore e per questo il tuo post mi è piaciuto moltissimo. Di certo, però, non vorrei fare la sua stessa fine entrando troppo in un personaggio...

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    1. Eh no, infatti! Questo è un altro aspetto che avrei voluto rilevare, l'eccessiva identificazione, ma mi sembrava di spoilerare troppo sul film. Però è vero che il rischio esiste, ovvero farci ossessionare in modo morboso dai nostri personaggi. Grazie per aver apprezzato :)

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  9. Il parallelismo che hai fatto è molto bello. Non ho visto il film, ma non mancherà occasione. Da tempo rifletto sulla ricerca di equilibrio tra tecnica e istinto. Credo sia un'alchimia non facilmente raggiungibile, quando ci si riesce la scrittura diventa arte.

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    1. Grazie, Rosalia :) Credo anche io che quest'alchimia non sia facile da raggiungere, mi auguro comunque che già tendere a essa possa aiutarci a essere scrittori migliori. Di certo è già un passo avanti rispetto al totale rifiuto della tecnica o all'eccesso di quest'ultima.

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  10. Ah, ti ho contagiato! Come ben sai, quel film mi ha colpito e mi ha scatenato moltissime riflessioni, simili alle tue ma riportate nel campo della recitazione.

    Ma guardarlo dopo una notte insonne non mi sembra un'idea così buona, dato che non è un film per nulla rilassante... sei riuscita a dormire la notte successiva?

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    1. Il tuo post mi aveva colpito molto, in effetti. Non so perché poi ho rimandato tanto di vedere il film, si vede che in questi giorni era arrivato al momento giusto ;)
      Comunque hai ragione, la notte dopo non ho dormito tanto bene, continuavano ad affiorare immagini del film... di certo una storia che ruba parecchio.

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  11. Condivido in pieno il tuo punto di vista e di altri che qui hanno espresso la loro idea. Ho sperimentato la tecnica con la creatività nell'ascoltare un brano per solo pianoforte eseguito da pianisti diversi. Ebbene ho potuto costatare le differenti esecuzioni in una classifica dalla più tecnica alla più espressiva dove la struggente melodia veniva portata alla massima espressione. Tuttavia questo è stato possibile perché il pianista aveva nelle mani la tecnica facendo però prevalere il sentimento, l'interpretazione che l'autore aveva nascosto nel pentagramma.
    L'analogia con le varie arti è assoluta e solo la giusta combinazione dei due componenti può mostrare il reale valore dell'opera. Il difficile è proprio la combinazione dei due elementi: l'una non può prescindere dall'altro, o almeno penso che sia così.
    Grazie
    Rosario

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    1. Grazie Rosario per questo tuo contributo. L'esempio che hai portato incarna perfettamente il discorso che intendevo fare. C'è qualcosa di quasi sfuggente nell'interpretazione di un brano musicale, eppure che viene avvertito molto bene da chi ascolta, soprattutto se dotato di una certa sensibilità. E' un "qualcosa" di difficile classificazione e che di certo non si impara nelle scuole, eppure c'è. E lo stesso vale per qualsiasi altra arte.

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