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È il nome la sola cosa che conta?

Not to Be Reproduced, René Magritte (1937)
Ospite di oggi è Giancarlo Rosati, che forse conoscerete su queste pagine come Gierre13. Con il post che segue ci invita a riflettere su un fenomeno che ha un forte impatto nel mondo dell'editoria e in generale in quello dell'arte. 
Fateci sapere cosa ne pensate!

Quando si parla di scrittura e di narrativa in particolare, mi viene sempre a mente un vecchio episodio accaduto molti anni fa. Si tratta del ritrovamento delle famose “teste di Modigliani”, pietre gettate in un canale e ritrovate durante dei lavori di scavo. Chi ricorda la storia sa bene a cosa mi riferisco. Le famose teste altro non erano che uno scherzo ideato da alcuni studenti che gettarono delle pietre scolpite in maniera molto dozzinale, con un comune trapano, apposta per farle ritrovare.

E subito dopo tutto il mondo colto, la critica, i docenti universitari, gridarono al miracolo dicendo che si trattava di opere originali del Modigliani. Quando arrivò poi la smentita e lo scherzo si palesò in tutta la sua ilarità, le reazioni furono le più assurde. Ma l’effetto principale era stato soltanto uno: quello di dimostrare che l’arte è comunque un fattore molto soggettivo, legato ed influenzato da molti elementi primo fra tutti il nome dell’artista.

In fin dei conti se quelle pietre le avesse davvero scolpite Modigliani, per la critica erano opere d’arte. Se invece erano state prese a colpi di martello e di trapano da tre persone qualunque, si trattava di reperti privi di valore. Questo senza nemmeno aggiungere che lo stesso Modigliani, prima della sua consacrazione come artista, fu palesemente vessato dalla critica e tenuto sempre in scarsa considerazione.

Sarebbe quindi interessante capire il perché di tutto questo. Forse perché l’oggetto d’arte è il coronamento di un percorso, un qualcosa che non ha un significato recondito se non lo si abbina con il nome di chi o ha prodotto, di chi lo ha ideato al culmine della sua attività artistica e di pensiero: questa potrebbe essere una spiegazione, non la sola, ma comunque una spiegazione.

Ma torniamo invece ai libri, visto che anche per loro in certi casi è così. In fin dei conti un libro, in particolare se si tratta di narrativa, è un oggetto artistico, una creazione. Se si entra in libreria e si trova il libro di un grande scrittore, di una persona già nota, quel libro è comunque un bel libro, anche senza aprirlo. Perché lo ha scritto lui, il nome per l’appunto. E se quel libro fosse pessimo? Se non rientrasse affatto nel periodo d’oro che aveva consacrato lo scrittore o la persona come degna di attenzione, ma è invece un testo mediocre, forse anche brutto? Questa è un’eventualità che accade molto spesso eppure il nome la fa da padrone. Il nome dell’autore è un marchio, una garanzia. Quasi un brand commerciale, in una società che vive sul marketing e sul commercio. La bellezza intrinseca dell’arte è appunto molto soggettiva, e se la si vuole quantificare per poi rivenderla occorre trovare un elemento che possa ricondurla a dei criteri di misurazione.

Cosa si fa allora? Ci si affida al nome, all’elemento di notorietà che il nome contiene.  E si rischia sempre molto poco.

Pubblicare un esordiente non è impresa rischiosa come molti invece vorrebbero far credere. L’autore affermato se ha venduto 2000 copie come media per i suoi titoli precedenti è molto probabile che non si distaccherà mai da quelle cifre. Al contrario il destino di un esordiente è totalmente imprevedibile ovvero a un migliaio di copie comunque ci arriva e le spese quindi vengono recuperate però, e non è un evento improbabile, il fenomeno letterario potrebbe anche esplodere, creare il caso che tutti gli addetti del settore si aspettano sempre. Cosa che invece con l’autore già affermato di sicuro non succederà più.

Eppure le grosse case editrici non puntano mai sugli esordienti, hanno paura. Temono che le librerie non accetteranno il nome di uno sconosciuto, ma questa è soltanto una scusa. Una libreria di fronte al grosso gruppo editoriale si inchina perché la sua sopravvivenza deriva soltanto da quel tipo di rapporto. Se la casa editrice decide di puntare su di un autore, sia questi uno sconosciuto oppure no, la libreria non si tirerà indietro, ma glielo metterà comunque sugli scaffali, e anche in bella vista.

Cosa dire dunque… Sei famoso ? No. Difficile che qualcuno ti prenda in considerazione. Sei conosciuto? Sì, allora puoi diffondere tutti i messaggi che vuoi. Con la speranza ovviamente che ciò che dici sia qualcosa di interessante, anche di bello. Perché poi, alla fine, la gente non è mica stupida. E per quanto indotta da mille altri fattori a valutare le cose, un giudizio veritiero saprà comunque darlo. E sarà un giudizio impietoso, senza possibilità alcuna di appello.

In sostanza, voi cosa ne pensate a riguardo ? È il nome dell’autore che fa il libro per i meccanismi editoriali di oggi oppure conta in qualche maniera anche il contenuto? E se è vero che il nome fa il libro, è giusta una cosa del genere?

Giancarlo Rosati

L'AUTORE DI QUESTO GUEST POSTVivo in provincia di Venezia. Ho studiato Scienze Politiche con indirizzo Politico-Internazionale avviato ad una carriera diplomatica che però non è mai iniziata.
È iniziata invece una passione per i computer che nei primi anni 80 cominciavano a diventare non più un oggetto riservato solo alla scienza ed alla ricerca ma che si apprestavano invece a diventare patrimonio di tutti, simbolo di una tecnologia nuova che avrebbe portato lavoro ed occupazione. E così è stato, almeno per me.
Ho lavorato e lavoro ancora nel settore informatico dove ho sempre cercato di dare tutto me stesso. Ultimo approdo per chi ama conciliare programmazione e grafica è stato ovviamente il web dove ho lavorato sia per grandi aziende che per singoli clienti con la stessa grande ed infinita passione che ho sempre messo nel mio lavoro.
Oltre ad occuparmi di informatica scrivo anche dei libri. Ho collaborato per alcune testate giornalistiche a livello nazionale e ho scritto saggi, romanzi e alcuni racconti.
Nel mio blog (www.giancarlorosati.it) c'e' una vetrina dei miei libri che possono essere acquistati sia in tutte le librerie on-line che sul sito stesso.

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Commenti

  1. Buongiorno Giancarlo, hai scritto un post molto interessante. Penso che il panorama editoriale rispecchi il funzionamento del mondo del lavoro, e della società intesa in senso lato. Lungi da me essere complottista, ma faccio parte di una generazione (30 - 35) che è stata tagliata fuori da ogni gioco. Lavoro in un'azienda con 150 dipendenti solo negli uffici, sono la quinta persona più giovane (ho 34 anni, non 20!), ma nonostante questo non ci si predispone a un inevitabile ricambio generazionale. Non c'è spazio per le nuove idee. Il mio ruolo è quello di mantenere lo status quo seguendo la scia di chi è qui da più tempo. Il "si è sempre fatto così" è una parola pericolosissima: persino le email sono standard, perché se nessuno si è mai lamentato vuol dire che vanno bene.
    Nell'editoria vale lo stesso principio: c'è una casta di autori che non sa rinnovarsi ed evolvere, ma mantiene i numeri, quindi perché rischiare? Siamo un paese vecchio, è questa la verità.

    P.S. oggi andrò a vedere il tuo blog. Ti faccio sorridere: leggo i tuoi commenti da tempo, e prima che mettessi una foto nel profilo, ero convinta che fossi una donna...

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    1. Giancarlo Rosati19 febbraio 2016 14:01

      Ciao Chiara. Spero ti piaccia anche il mio blog che tra l’altro è ancora in costruzione, diciamo che è nello stato “lavori in corso”. No, non sono donna. Il nickname Gierre13 è quello che utilizzo di solito nel web perché il 13 mi porta fortuna e Gierre sono le mie iniziali.
      Capisco perfettamente cosa vuoi dire perché anche io lavoro in un’azienda così. Per la scrittura a volte vedo degli autori già affermati i cui libri sembrano l’ombra di quello che hanno scritto in precedenza. Ma non sarebbe meglio dare spazio agli altri allora ? Magari scrivendo la prefazione per un nuovo autore ma non scrivendo un libro se non ne hanno più la voglia e l’ispirazione. Ti faccio il caso di Alessandro Baricco, autore che ho amato. Bellissimo il film “La leggenda del pianista sull’oceano” che è tratto da un suo libro altrettanto bello. Eppure la sua ultima opera mi ha deluso profondamente, sembra proprio la classica operazione commerciale fatta solo per vendere (è un mio giudizio ovviamente, potrei anche sbagliare). Io sinceramente non credo sia giusto, sia per i lettori ma nemmeno per lui.

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    2. Sono andata a vedere il tuo blog: l'aspetto grafico è molto bello, leggerò volentieri anche gli articoli. Tienimi aggiornata, se ti va.

      Non ho letto le ultime opere di Baricco, ma ho apprezzato molto Seta, e Oceanomare, che tu citi. Un autore sempre uguale a se stesso secondo me è Andrea De Carlo. Lo amavo molto quand'ero "piccola", ma ora mi è scaduto parecchio.

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  2. Ciao Giancarlo,
    chi mi conosce sa che sono molto critico nei confronti dell’editoria, ma riguardo al puntare agli scrittori esordienti non posso farne una colpa al sistema editoriale.
    Io credo che il paragone fra pittori e scultori, rispetto agli scrittori non sia comparabile, pur ragionando di brand.
    Un quadro di Van Gogh o le fantomatiche teste di Modigliani appartengono al principio di scarsità del bene. Questi artisti morti non potranno mai più realizzare opere (esemplari unici). Pertanto qualunque opera scoperta, entrerebbe nel meccanismo dell’unicità del bene. Più un artista è famoso, più quell’opera vale. Per avere quel bene scenderebbero in campo tantissimi, anche i ricconi della terra e il prezzo salirebbe a cifre impensabili.

    Lo scrittore famoso invece non gode della scarsità del bene. King o uno scrittore non vivente, può essere acquistato da chiunque a poco prezzo. Però come ben evidenzi, anche nei libri, come per qualsiasi altra professione che suscita interesse (musica, sport, architettura) il brand di chi si è affermato ha un suo peso a prescindere da quel che scrive.
    Ma dobbiamo fare attenzione a non pensare che il brand sia un dato acquisito e immutabile. Se un cantante famoso, non scrive più pezzi degni, presto entrerà in declino. Ci sarà sempre meno fiducia incondizionata da parte dei fan. L’artista potrebbe anche scomparire e perdere ogni credito. La fama col suo brand è un ottovolante.

    Altro punto interessante è la nascita del brand. Prendiamo l’esempio classico: Fabio Volo. La maggior parte degli snob, degli intellettuali, degli scrittori mai decollati o quelli decollati ma che vendono poco, lo detestano.
    Perché? Perché Volo vende tanto a ogni nuovo libro.
    In genere questi tizi pensano che Fabio Volo si trovi lì per i poteri magici del marketing.
    Sorrido sempre quando sento queste “robe”. Non sanno di cosa parlano.
    Basta dire che Fabio Volo, per quel che ricordo io, era un semplice inviato della trasmissione le Iene. La risposta immediata ai complottisti del marketing è: quanti inviati delle iene sono passati in questi anni? Un centinaio. Quanti hanno venduto milioni di libri? Nessuno.
    Eppure l’editoria sforna continuamente libri di gente dello spettacolo. Perché col magico e potente Marketing gli editori non creano altri casi letterari come lenticchie?
    Mondadori è forse stupida che pur possedendo i mega poteri, non li applica ogni mese per avere sempre casi letterari che la arricchiscano?
    La verità semplice è che Volo si è fatto da sé. Ha scritto libri che piacciono a una fascia ampia di lettori ed è diventato un brand. Il marketing certo, poi lo ha aiutato. Il marketing accentua le vendite di un prodotto già vendibile. Nessun genio del marketing riuscirebbe a vendere un prodotto che non interessa a nessuno.

    Concludo sul brand degli scrittori e gli esordienti.
    Perché gli editori investono poco sugli esordienti? Tu dai delle risposte che hanno una validità, però non puoi valutare la scelta degli editori di non puntare sugli esordienti perché non sei editore. Non vesti i loro panni, le difficoltà pratiche del mestiere.
    Io sono imprenditore in un altro settore. E so perfettamente le difficoltà dell’imprenditoria.
    Puntare su di un prodotto che è un azzardo commerciale si può fare. Ma se gli azzardi diventano troppi, se ogni azzardo si rivela un flop… beh.. l’imprenditore, la casa editrice, chiude.
    Forse è meglio puntare sul sicuro e azzardare solo quando il possibile successo è più probabile.

    Ma tutto questo rientra sempre e comunque nell’equilibrio di mercato. Questo è un momento in cui gli esordienti non decollano, quindi gli editori non hanno voglia di rischiare di rimetterci la pelle.
    Qualche anno fa, ci furono esordi in serie promettenti: Giordano, la Avallone, e gli editori tutti cominciarono a infervorarsi per gli esordienti.

    A mio giudizio il sistema imprenditoriale è una nave malconcia e che sfrutta gli scrittori (tutti) solo per rendiconto economico. Ma sugli esordi poco azzardati, non riesco a fargliene una colpa. E’ il mercato, che piaccia o no.

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    1. Giancarlo Rosati19 febbraio 2016 14:03

      Sì, sull’unicità del bene ti do ragione. Questa è una differenza evidente tra l’arte scultorea e quella letteraria di cui avevo tenuto poco conto. Sul caso di Fabio Volo invece, io ho un’opinione personale. Sinceramente a me non piace il suo genere però rispetto il fatto che venda tanto e che ci sia gente a cui piace. Sicuramente il suo caso letterario non è stato ideato a tavolino perché è vero che nessun gruppo editoriale, per quanto potente possa essere, è in grado di farlo. Di certo Fabio Volo sa scrivere, nel suo genere sa scrivere. Però è indubbio che se non avesse avuto la notorietà televisiva e il fatto che i suoi libri siano diffusi quasi ovunque non so se avrebbe venduto davvero tanto. In rete vi sono molti altri libri che ricalcano il suo modo di raccontare le storie ma lui resta sempre e comunque una spanna sopra. Io penso che sia partito avvantaggiato, come quando in formula uno si parte dalla pole position anziché dall’ultimo posto. E’ ovvio che se non sai guidare bene, anche se parti primo arrivi ultimo. Ma se sai guidare, parti primo e resti primo.
      Tu dici che l’editoria non deve rischiare poi troppo, del resto è pur sempre un’attività commerciale. Questo è vero però la propensione al rischio dovrebbe essere l’elemento stimolante di ogni imprenditore. A volte gli editori piangono miseria, dicono che intorno al mondo dei libri non girano più tanti soldi … ti dirò, non sono del tutto convinto di questo. Di soldi ne girano ancora secondo me e una maggiore propensione al rischio, da parte degli editori, sarebbe auspicabile. Del resto è solo rischiando e mettendosi in gioco che si vince. Si perde anche, questo è vero ma in tutto è così.

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  3. Trovo delirante, oso dire, il meccanismo per cui si pubblica e si diffonde solo ciò che è il prodotto di autori già noti. Autori stranoti che in molti casi non hanno più nulla da dire, premi letterari organizzati dalle solite cricche che si auto celebrano e se la cantano e suonano da soli ecc... Per fortuna gli esordienti hanno la piccola editoria che rischia, tenta, sperimenta. A me è accaduto di inviare un romanzo a quattro grandi nomi del panorama editoriale, non mi hanno nemmeno risposto. Dopo un brevissimo periodo di scoramento, sono molto tenace per cui mi riprendo in fretta, ho inviato il manoscritto a quattordici case editrici che sapevo non-eap. Mi hanno risposto tutte, tre con elogi e proposte editoriali. Il valore del mio romanzo è sicuramente opinabile, ma non è in discussione il valore di molti editori "a margine" che spianano la strada per nuove proposte letterarie. Poi il discorso della distribuzione e della diffusione capillare aprirebbe un altro capitolo, e qui stendo un velo di compassione. Oggi c'è uno strumento nuovo (per modo di dire), che è quello dell'auto pubblicazione, una nuova speranza.
    Una possibilità in più.

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    1. Giancarlo Rosati19 febbraio 2016 14:06

      Purtroppo è vero, le grandi CE non fanno quasi più attività di scouting e si affidano soltanto alle agenzie. Le agenzie a loro volta vogliono andare sul sicuro per cui il cerchio si chiude. Però hai perfettamente ragione, esistono anche le case editrici più piccole. Basta solo far attenzione quando si tratta con loro e cercare di ottenere le condizioni più convenienti possibili. Ed ovviamente fare sempre attenzione al fatto che non chiedano soldi.

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  4. In qualsiasi attività avere già un nome affermato è importante. Infatti chi vende un'impresa già ben avviata farà pagare l'avviamento, una specifica voce commerciale. Anche noi da consumatori ci fidiamo di qualcosa, andiamo insomma sul sicuro, dai biscotti, al detersivo, al ristorante, al cantante. Brutto che non si tenti nell'editoria di inserire una novità, osando, questo sì.
    Sandra

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    1. Giancarlo Rosati19 febbraio 2016 18:45

      Dietro al marchio si nascondono spesso insidie ... Comunque penso che ci sia gran voglia di novità in campo letterario e forse il self-publishing e il digitale riusciranno a smuovere le acque.

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  5. Triste a dirlo, ma secondo me il brand conta più che l'effettivo valore, per molti. Il nome, quindi, ma anche i mezzi di promozione per farlo diventare un brand. Un esempio piuttosto semplice è "cinquanta sfumature di grigio". Non ho mai visto qualcuno dell'ambiente letterario lodarlo, eppure è diventato un caso letterario. Questo è successo perché in breve il nome dell'autrice è diventato un brand, grazie anche a grandissimi mezzi promozionali. Triste, ma vero, purtroppo :( .

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    1. Giancarlo Rosati19 febbraio 2016 18:48

      Sono pienamente d'accordo con te. Inoltre il famoso "cinquanta sfumature di grigio" io l'ho letto e devo dire la verità non mi ha per niente esaltato.

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  6. Be' per rispondere alla domanda no, non è solo il nome che conta ma, come ci viene fatto notare, il messaggio che si vuole mandare e il modo in cui vogliamo influenzare i nostri lettori.
    Un autore noto potrebbe avere poco da dire dopo molti anni, mentre un esordiente invece potrebbe essere molto più entusiasta e avere uno sprint che all'autore navigato, per cui scrivere è anche un vero e proprio lavoro, non ha più.
    Purtroppo per le case editrici conta moltissimo, invece, il nome. Dal punto di vista economico, tuttavia, credo che investire in nuovi autori sia redditizio, quindi non saprei dire come mai quest'importanza quasi sacrale ai nomi già noti!

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    1. Giancarlo Rosati20 febbraio 2016 15:01

      Le storture e le anomalie dell'editoria italiana sono sin troppo evidenti. Dico italiana perchè purtroppo è un fenomeno tutto nostro. Pochi colossi che tra l'altro si stanno anche unendo tutti tra loro, e che prendono anche contributi statali, e una galassia di migliaia di piccole case editrici tagliate fuori dalla distribuzione. Le librerie si lamentano che chiudono ma a volte ci credo che avviene questo: se la qualità lascia a desiderare è normale che ne facciano le spese proprio le librerie.

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  7. Uhm...il discorso è complesso. E' il nome la sola cosa che conta? Si, ma dipende come si è fatto quel nome.
    Se il nome se l'è fatto a suon ci elogi della critica, una casa editrice sarà ben contenta di pubblicarlo, ma in realtà sembra che i grandi nomi siano in perdita. Sembra perchè le case editrici tengono ben nascoste i rendiconti effettivi e le classifiche di vendita pubblicate sono una proiezione ortogonale basata solo su alcune librerie. Sapendo quali sono quelle librerie sono anche facilmente falsabili (senza contare l'errore statistico poi).
    Se invece il nome se l'è fatto a suon di vendite per passaparola (come Cinquanta sfumature, dove è evidente che c'è stato un effettivo picco di letture per lo più femminili - difficile che quel libro piaccia ad un maschio), il motivo di quello stesso successo è uno solo: il divertimento. Le signore si sono divertite a leggerlo, chi per prurigine, chi per il romanticismo, ma l'hanno letto. E se lo sono consigliato. E per quanto scritto male possa sembrare, non è noioso come alcuni altri testi decantati dai critici (che ti viene sempre il dubbio di quanto lauta sia stata la mazzetta).
    Idem per Volo, solo che lui prima ha creato il nome, poi ha pubblicato. Si, era una Iena nel 98, ma già dal 96 lavorava con Cecchetto (non un pirla qualsiasi...). Ed in radio è un intrattenitore nato. Il primo libro è arrivato dopo 4 anni di radio nazionale, avete presente? Se lo ascolti tutte le mattine e ti piace, magari anche il libro ti piace. Senza contare poi le trasmissioni per MTV, da Spagna, Parigi o on the road per gli Stati Uniti. Ed è bravo. Soprattutto non annoia. Io ho letto due libri suoi, non mi piacciono, ma vedo attorno a me persone che lo divorano perchè diverte. Il fatto è che anche la lettura dev'essere divertimento (sennò si fa altro, televisione e giochini scemi) se si vuole vendere al grande pubblico. Sennò si scrive per la nicchia (critici compresi), e ci s'accontenta.
    E le librerie chiudono perchè la gente fatica a trovare libri divertenti e continua a passare il messaggio che leggere è noioso e faticoso. Dal canto mio, preferisco acquistare online piuttosto che spiegare io al commesso com'è fatto il libro che gli è arrivato da una settimana e che ha anche preso in mano ma non ha letto il titolo (è il tuo lavoro, sii competente).

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    1. Giancarlo Rosati20 febbraio 2016 22:53

      E’ vero, bisogna leggere anche per divertirsi, condivido pienamente. Qualunque messaggio un libro voglia dare deve saper coinvolgere e perché no anche divertire. Altrimenti il messaggio, seppur esiste, non arriverà mai. Una volta provai a leggere qualcosa di narrativa sperimentale e devo dire la verità non sono riuscito a superare le prime venti pagine. Su wikipedia ad esempio alla voce narrativa sperimentale viene citato il romanzo (introvabile) Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne. Basti dire soltanto che in questo libro compaiono improvvisamente pagine interamente nere: rappresentano la tristezza dopo la morte di un personaggio. E’ una sorta di miscuglio tra grafica e narrativa dove a volte le parole vengono sostituite da elementi grafici e viceversa. In pratica è quasi illeggibile, con tutto il rispetto per l’autore. Secondo me è vero, la narrativa deve essere diretta, immediata. La passione per la lettura deve essere stimolata anche da una semplicità che consenta di capire in maniera appropriata quello di cui si sta parlando. Altrimenti arrivare alla fine di un libro diventa un’impresa e non un piacere.
      Per quanto concerne il fatto che le case editrici alterino molto spesso i resoconti delle vendite dei nomi famosi su questo non avevo alcun dubbio :-)

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  8. Credo che nella valutazione dell'opera scritta il nome dell'autore sia meno determinante che in altre forme d'arte. Capita di leggere romanzi scarsi di autori famosi, ma difficilmente editori e critici esaltano delle vere schifezze, mentre succede che i critici osannino i concetti altissimi espressi da qualche schizzo di vernice su un foglio o da una pietra con un bicchiere di carta sopra. Con tutto questo, è vero che gli editori non vogliono rischiare niente, si tengono il poco per non rischiare il niente, e in questo modo perdono tutto o quasi. Grazie del post, all'autore del post e alla blogger! :)

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    1. Giancarlo Rosati20 febbraio 2016 23:12

      Quando un libro è brutto la critica di solito non lo dice mai apertamente: il più delle volte ignora. Se ci fai caso sui libri brutti i critici di mestiere non parlano mai male ma preferiscono ignorarli. Non so perché funzioni così ma è una cosa che ho notato. Poi è vero anche quello che dici tu, ovvero difficilmente esaltano ciò che non è difendibile. Del resto ci sono anche le recensioni degli utenti e su quelle è difficile barare. Diciamo che secondo me se non si innesca un effetto di passaparola allora il libro non è piaciuto, non ha incontrato il favore del pubblico. Invece per le opere d’arte a volte si arriva anche al paradosso. Ricordo una volta alla biennale di Venezia dove due operai misero a posto una porta che non chiudeva bene perché tutta sbilenca. Peccato che quella porta non era una vera porta ma una delle opere in catalogo ed era stata fatta apposta in quel modo. Chissà che fine fecero i due operai troppo zelanti … l’artista comunque pare che la presa con ironia (è un fatto realmente accaduto).

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    2. Mi viene in mente la "merda d'artista" di Manzoni. :)

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  9. Rispondendo al titolo, no, assolutamente no, certo conta, da un vantaggio, ma non basta.
    Che poi noi siamo più propensi vrso ciò che conosciamo piuttosto che all'ignoto è naturale, è una questione sociologica, ci fidiamo del membro del branco, non di uno sconosciuto, e l'autore che abbiamo già letto è in qualche modo membro del branco.
    Va detto comunqu che anche gli autori noti e acclamati sono stati esordienti, nessuno nasce con dieci libri di successo già pubblicati, e il nome prima di averlo bisogna farselo.
    E non è neanche vero che le case editrici grandi non pubblicano esordienti, pensate solo alle aste che si svolgono dopo la premiazione del Calvino, per esempio, e in ogni caso non penso sia il loro ruolo, hanno tanto di quel materiale a disposizione tra autori già noti e successi stranieri. Comunque più o meno ogni casa editrice grande pubblica un esordient all'anno. Poco? non credo, anzi.
    Io penso che gli autori debbano farsi le ossa, partendo dal basso, dalle case editrici piccole ed indipendenti. Siate sicuri che le grandi tengono d'occhio le piccole e sanno se è il caso di puntare su qualcuno.

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    1. Giancarlo Rosati22 febbraio 2016 08:48

      Partire dal basso è sempre un bene, ed è vero che le grandi tengono sempre d'occhio internet. Anche tra le case editrici indipendenti e molto piccole c'è però una distinzione da fare. Alcune sono visibili, rientrano nel novero della "casta" editoriale (vedi Minimum Fax ad esempio). Altre purtroppo no. Per cui a volte pubblicare con loro è irrilevante. Forse è meglio affidarsi all'autopubblicazione che ti da maggior visibilità. Certo se riesci con il self-pubblishing a vendere un buon numero di copie non vedo poi perchè impegolarsi con un editore e perdere così anche i tuoi diritti. Ultimamente anche io sto apprezzando molto la scelta dell'autopubblicazione e credo che in futuro sarà una delle scelte preponderanti.

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