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Rileggersi a distanza di tempo

B.C. di Johnny Hart

Oggi avevo in mente di riprendere con la serie di post sulla revisione, infatti avevo cominciato a scriverne uno, quando mi sono resa conto che avevo voglia di raccontarvi altro, di natura più personale.

Tutto nasce dal fatto che quest'estate, terminato un romanzo, ho pensato di non buttarmi subito a capofitto su un altro progetto di scrittura, ma di riprendere in mano il romanzo finito due anni fa per dargli un'aggiustatina. Ho aperto il file e... sorpresa! Altro che aggiustatina, avevo quasi voglia di riscriverlo interamente. Mi sono messa le mani nei capelli e ho provato un certo sconforto. Non che mi saltassero all'occhio grossi errori o che la storia non filasse, ma lo stile non mi sembrava più il mio.

La cosa mi ha un po' mandato in crisi, soprattutto se penso che quel romanzo era completato, revisionato ed era stato persino spedito ad alcuni editori (una decina in tutto). Considerando, però, che nessuno di loro si è mai fatto vivo, l'esigenza di rimettere le mani su questa storia si è trasformata subito in realtà e ho cominciato da poche settimane a lavorarci, analizzandola a fondo per capire come migliorarla. Resto abbastanza sicura in linea di massima della trama e dei personaggi, ma le possibilità di editing sono tante.

Le modifiche che sto facendo non sono radicali, per fortuna, ma riflettono qualcosa che mi ha dato molto da pensare. Possibile che da due anni in qua, io abbia cambiato così tanto il mio modo di vedere la scrittura? Possibile che quel testo ora mi sembri scritto da un'altra persona, che ai miei occhi sia terribilmente infantile e immaturo? Mi sono persino vergognata all'idea di averlo inviato ad alcuni editori, augurandomi che non lo abbiano mai letto!

Eppure, il dato di fatto è che l'esperienza fatta in questi due anni con l'altro romanzo, le tante cose scritte su questo blog e lette su altri, il confronto con vari scrittori, le letture fatte in modo più consapevole, e così via, hanno contato moltissimo. E di tutto questo non me ne ero resa conto finché non ho aperto il file e mi sono detta: "Ma questo chi l'ha scritto? Scrivevo così male?".

La stessa cosa mi è accaduta anche con il primo romanzo pubblicato, scritto circa sei anni fa. Anche in questo caso della storia non cambierei nulla (forse), ma quando mi è capitato di sfogliarlo, sono stata tentata di metterci le mani, per valorizzare delle parti, approfondirne altre, cambiare lo stile, correggere qua e là. Questo bisogno lo terrò a freno, perché c'è un contratto che mi impone di lasciare il testo così com'è, ma la sensazione è forte: non lo riconosco più.

La distanza che mettiamo tra noi e quello che abbiamo scritto in passato è qualcosa di bizzarro, come se a un certo punto un testo non ci appartenesse più. Dopo tutto è anche per questo che si raccomanda di revisionare dopo aver lasciato passare parecchio tempo, per assumere un punto di vista disincantato e obiettivo.

Guardando al positivo, devo dire che la sicurezza che provo nell'affrontare quest'attuale revisione è impagabile, come se l'esperienza e lo studio si siano trasformate in un certo "fiuto" nel capire al volo se qualcosa suona o no, se c'è da arricchire o tagliare, se devo soffermarmi o sorvolare. Insomma, sono grata di avere la possibilità di mettere a frutto quello che ho appreso nel tempo.

Ma mi chiedo se sarà così anche in futuro. Mi guarderò indietro e continuerò a provare le stesse spiacevoli impressioni con i testi del passato? Ciò che oggi mi sembra abbastanza buono, domani mi sembrerà da rifare?
Insomma, siamo condannati a rimettere le mani sui testi scritti in tempi più o meno lontani, perché eternamente insoddisfatti di quanto abbiamo creato?

Il tempo passa, noi cambiamo il nostro modo di vedere le cose e cambia anche la nostra scrittura, si spera in meglio. Ma la sensazione di non riconoscersi non è affatto bella.
Voi l'avete mai vissuta? E come la affrontate?

Commenti

  1. Qualche anno fa mi rubarono il computer e quindi tutta la mia produzione antecedente al 2006 è persa per sempre. Forse è meglio così, perché le miei prime prove erano terribilmente imbarazzanti. Invece con i miei testi più recenti, ho un rapporto altalenante. Li scrivo, li odio, poi li rileggo e mi rappacifico con loro. Certo, mi specchio nella mia io passata. Riconosco che oggi non scriverei più questo o quell'altro e tuttavia, se l'ho scritto, un motivo allora c'è stato.
    È come riguardare un vecchio filmino. Per quanto imbarazzante, quella sono io e non posso che accettare questo fatto...

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    1. "Imbarazzante" è la parola chiave! Hai detto una cosa saggia, bisogna accettarsi, anche quando a distanza di tempo il rapporto con i testi è cambiato e non ci rispecchiamo più in essi.
      Tra parentesi, che brutta cosa perdere tutto. Un furto, poi, penso ti faccia rimanere davvero male...

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  2. Mi riconosco molto nelle tue parole. Per la mia esperienza personale direi che sì, si continua a non riconoscersi a distanza di tempo, ma il divario è sempre minore e il lasso di tempo necessario a creare estraneità è sempre più lungo. Non so se si arriva al punto in cui ci sente a proprio agio con i lavori presenti come con quelli passati, almeno i più recenti, ma io non ci sono ancora arrivata. Dopo i primi anni ho proprio smesso di lavorare sui miei primi romanzi e scrivo sempre cose nuove, perché correggere il già scritto non è come scrivere ex novo. Ho l'impressione che il cordone ombelicale vada tagliato per progredire. Fino a che punto funzioni, ancora non lo so!

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    1. Quello che dici mi conforta :) In un certo senso è vero che correggere il già scritto è diverso da creare qualcosa di nuovo, forse dipende da quanto c'è da cambiare. Nel caso specifico, credo ancora che la storia sia buona, quindi la fatica di migliorarlo spero sia ben ripagata dal risultato.

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    2. Non sono mai riuscita a correggere qualcosa di già scritto, anche se continuo a ritenere la storia buona (e lo stile pessimo). Ti auguro di riuscire :)

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    3. Grazie, Giordana! Andando avanti in questo lavoro, mi sto rendendo conto che non c'è molto da stravolgere, solo molte aggiunte da fare per arricchire la storia. D'altra parte, se non avessi tentato, non mi sarei sentita a posto con me stessa :)

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  3. Non mi ricordo dove, ma ho letto tempo fa un'intervista a Camilleri per cui anche lui, nonostante sia uno scrittore affermato e di riconosciuto talento, faccia una fatica immane a "licenziare" un testo finito. Credo che tutti gli artisti siano gran perfezionisti, per natura stessa, però prima o poi bisogna lasciarle andare queste opere, per lasciare spazio ad altre.
    Anche perchè certe volte è meglio lasciare corso all'ispirazione che ai tecnicismi. Personalmente, alcuni libri troppo studiati e programmati a tavolino mi danno fastidio. Un esempio: dei tanti libri di Agata Christie letti in gioventù, uno in particolare me lo ricordo perchè mi ha lasciato l'amaro in bocca, "L'assassinio di Roger Ackroyd". Scritto in prima persona, un medico racconta il rinvenimento del cadavere e di come lui stesso diventa l'assistente di Poirot nelle indagini. Nel finale la Christie scopre le carte: l'assassino è lo stesso narratore che, nel raccontare, si era bene visto di riferire i particolari per ammettere di essere il colpevole. Io, da lettore, mi sono sentita presa per i fondelli. Bel trucco, non c'è che dire, ma è l'unico libro che non mi sono goduta appieno.

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    1. Riflessione interessante, condivido che a furia di limare si possa arrivare alla sensazione che ci sia qualcosa di artificioso. L'ho visto in alcuni romanzi letti, tra l'altro con un primo capitolo eccessivamente curato e il resto così così.
      Io che tendo alla pignoleria, poi corro di certo il rischio di esagerare e di non riuscire a lasciare andare quello che ho scritto.
      In merito ad Agatha Christie, visto che ho letto tutti i suoi romanzi, anche i peggiori, posso confermare quello che dici: a volte la trama lascia l'amaro in bocca. Credo che soprattutto nei gialli un autore dovrebbe evitare certi trucchetti con i lettori. Per fortuna non tutti i suoi romanzi sono così... :)

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  4. Quando mi è capitato di rileggere i miei vecchi testi, subito dopo aver deciso di ricominciare a scrivere, ho avuto la reazione esattamente opposta: per quanto si trattasse di bozze apparentemente senza struttura, senza alcuna progettazione o studio dei personaggi, mi piaceva la mia capacità di espressione, quella freschezza che ora si è un po' arrugginita. Mi è sembrato uno stile molto più libero e sincero rispetto a quello che ho adesso. Per carità, alcuni termini e alcune riflessioni erano decisamente ingenue, però non avevo più di 25 anni quando ho scritto quella roba. Quindi, forse, è normale.
    Pian pianino, vincendo le mie censure, sto recuperando quella libertà. Aggiungendo allo stile la competenza tecnica che un tempo non avevo, ed una maturità inevitabile a causa del quasi-decennio trascorso, forse in futuro potranno venire fuori delle belle cose. Staremo a vedere :)

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    1. Nel tuo caso, visto che era passato tanto tempo senza scrivere, ritrovare del buono in ciò che avevi creato è stata sicuramente una bella botta di incoraggiamento. In fondo, è giusto imparare a essere obiettivi, nel bene e nel male. Vero è anche che l'allenamento in questo campo conta molto e non bisognerebbe mai stare troppo senza scrivere.

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    2. Già... il problema è che non sempre riesco a vedere il buono in ciò che sto facendo adesso :)

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  5. Riflettevo in questi giorni su qualcosa di simile. Ora che mi sto avvicinando al traguardo sono sempre più convinto che la lunghezza dei tempi di revisione a cui mi ha costretto il mio romanzo io la debba in gran parte all'avere maturato il mio stile proprio nel corso della revisione. Dopotutto, anche se prima di iniziare il romanzo, nel dicembre 2010, avevo già molti anni di scrittura alle spalle, era sempre stato un discorso tra me e me e quindi senza particolari esigenze di stile. Il che fa capire quanto sia importante rivolgersi a un pubblico diverso da se stessi per essere motivati a offrire il massimo possibile.

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    1. Penso anche io che liberare i nostri scritti e affidarli alla lettura di qualcuno aiuti molto. Quando è un discorso tra sé e sé si corre il rischio che dici tu. Visto che la scrittura continua a maturare (si spera) e si acquista uno stile e una voce propria, il lavoro di revisione diventa potenzialmente infinito.

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  6. La revisione è davvero potenzialmente infinita, e ognuno di noi è il critico più severo di se stesso. Visto che il mio primo romanzo è illeggibile, per il secondo tentativo ho utilizzato il metodo usato da Susanna Tamaro, come lei spiega in un'intervista (su youtube). Lei scrive 100 pagine di getto, poi le mette in un cassetto per qualche settimana, fa altro, non ci pensa, poi un giorno TAC, si sente pronta e riparte da zero scrivendo il romanzo definitivo. Io ho scritto 100 pagine, le ho messe in un cassetto, poi ho fatto le schede personaggi, le mappe degli ambienti, ho arricchito la trama, e adesso... non so come procedere, ho più dubbi che certezze, non ha più senso nulla. Ho perso l'entusiasmo iniziale dell'idea, mi sembra un libro già letto. Spero che mi passi, a volte quando leggo un libro molto bello mi demoralizzo perché penso che non saprò mai scrivere così (oggi ho finito "The Universe versus Alex Woods", sigh... mi mancherà!)

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    1. Il metodo che citi sembra interessante, sarebbe da capire se riscrivendo tutto di nuovo si usa un approccio diverso. Comunque perdere l'entusiasmo iniziale mi sembra normale, a me capita quasi sempre verso metà, e devo prendermi una pausa prima di ricominciare con nuovo slancio. Forse hai solo bisogno di farlo anche tu... di far lavorare un po' l'inconscio per farti venire nuove idee. Non arrenderti!!

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  7. Io ho un libro umoristico scritto nel 2004, ma mai presentato a nessuno perché necessita di oltre 60 illustrazioni, che ho iniziato a fare in quel periodo ma che ora, se mi decidessi a riprenderlo, devo rifare da capo, perché non disegno più come 10 anni fa.

    Il testo quindi sarebbe da rivedere tutto, ma nel mio caso, non essendoci una storia, ma solo capitoletti a sé stanti, il lavoro è senz'altro minore.

    Ho comunque provato a rileggere un romanzo in forma di diario scritto 20 anni fa: una schifezza immonda su cui non vale proprio la pena metterci mano.

    Purtroppo cambiamo col tempo, è normale e anche meglio: significa che siamo migliorati. Avevo comunque in mente di scrivere qualcosa in proposito. Ti citerò nel post.

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    1. Hai ragione, l'idea che ci sia stato un miglioramento in effetti dovrebbe incoraggiarci e non deprimerci :)
      L'esempio che fai sul disegnare calza bene. Credo che lì le differenze di stile siano ancora più evidenti, molto più che nella scrittura.
      Comunque, grazie per la citazione!

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  8. Se pensiamo che Alessandro Manzoni ha trascorso tutta la vita a lavorare al suo romanzo, possiamo dire di essere in buona compagnia! Se poi pensiamo anche che, come esseri umani, siamo in costante trasformazione, e che oggi non siamo quelli di ieri, è naturale che non ci si riconosca a distanza di molto tempo.

    Per quanto mi riguarda devo dire che la forbice nell'accettare quello che scrivo si è andata riducendo col tempo, forse perché si cambia più lentamente, non so... e quindi ci si riconosce di più, nel bene e nel male.

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    1. Personalmente credo di essere cambiata molto come stile di scrittura in questi ultimi due anni, sto dando importanza ad aspetti che prima sottovalutavo. Forse come dici tu con il tempo i cambiamenti saranno meno radicali.
      Poi l'esempio di Manzoni è emblematico... se non era soddisfatto lui... !! Io però non lascerei mai in giro le prime stesure :D

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