giovedì 28 giugno 2012

"Fuoco che danza": faccia a faccia con il protagonista Shawnee Lee

L'autrice di oggi, Anna Maria Funari, è stata già mia ospite tempo fa con una simpatica intervista al personaggio principale del suo romanzo "L'isola dei graziati", che potete leggere qui.

Scrittrice vivace e dalle mille iniziative (è tra l'altro tra i fondatori di Nuovi Autori nel Cuore di Roma), Anna Maria ha da pochissimo pubblicato il romanzo “Fuoco Che Danza”, che ci porta a scoprire il mondo dei Nativi Americani attraverso gli occhi di un suo discendente, Shawnee Lee Jackson.

E proprio a lui mi sono rivolta per qualche domanda...

Shawnee, comincio con il chiederti qualcosa sulle tue origini Sioux, cosa rappresenta per te questa “eredità” e come la vivi?
Hihanni waste! (sorride, chinando appena la testa verso l’intervistatrice) Equivale al tuo “buongiorno” ma per noi significa “oggi è accaduto qualcosa di buono”.
Come vedi, le mie origini non le ho mai rinnegate anzi, quando ho potuto, ho sempre cercato di affermarle e di trarre da loro la forza necessaria per andare avanti senza dimenticare chi sono.
Certamente è un’eredità difficile quella di appartenere a un Popolo (si, si, con la P maiuscola) che storia e film hanno sempre rappresentato come cattivo, aggressivo e sanguinario. Basterebbe invece che la gente si documentasse un pochino per accorgersi che in realtà noi siamo gente pacifica. Comunque, per quel che mi riguarda, vivo le mie origini con convinzione e con fierezza; nulla potrebbe mai allontanarmi da quelle radici che avvinghiano il mio cuore e lo tengono ben saldo alla Terra in cui vivo.


So che le consuetudini sociali ti stanno strette e scendere a compromessi non è il tuo forte... come concili questi aspetti della tua personalità con la professione di avvocato?
Ahahah! (ride di gusto) E’ incredibile come le notizie facciano il giro del mondo. Neppure una freccia è così veloce! Scommetto che è stato Peter Daniels a fare la spia.
Si è vero… quelle che tu chiami “consuetudini” non mi calzano proprio! Non parliamo poi dei compromessi; mi ci sono giocato il posto di lavoro! Lo so, può sembrare da idioti ma quando mi sono sentito chiedere di diventare una specie di macchina da guerra, un robottino per far soldi… non ce l’ho fatta proprio. Ho un cuore, un’anima e non riesco davvero a dimenticarmene in nome di una professione che, detto tra noi, da molti è considerata solo ed esclusivamente come una vera e propria miniera d’oro.
Per assurdo, ma che non si sappia troppo in giro altrimenti un richiamo non me lo toglie nessuno… patrocino cause a volte anche senza farmi pagare perché davanti vedo solo qualcuno che ha bisogno di me. (osserva la giornalista) Se ti serve un avvocato… non fare complimenti eh!


Ne terrò conto! Comunque, ad un certo momento nella tua vita c’è stato un punto di rottura... ce ne parli?
Rottura? Ti riferisci alla splendida dentatura di Peter? (si copre il viso con una mano mentre le spalle sussultano in una risata irrefrenabile) Dio!!! Ancora mi sembra di sentire il crocchio!
Dai… scherzi a parte… è vero, sono stato messo davanti a una scelta dura proprio in funzione di quel che ti dicevo prima. Dovevo scegliere tra una sfavillante carriera, rinunciando a me stesso, o continuare a essere Shawnee Lee Jackson.
Non è stato facile credimi, perché se da una parte ero cosciente che il lavoro era importante, dall’altra c’era la mia anima, c’era il rispetto per me stesso e per i miei che con grandi sacrifici avevano fatto in modo che potessi studiare. E’ stato come tendere fino all’estremo una corda… che puntualmente si è spezzata.


E dopo questo “punto di rottura” inizia per te un percorso di ricerca, come lo hai affrontato?
Non è stato facile (il tono della voce pare diventare un po’ più cupo mentre l’espressione diventa seria). Tuttavia il vantaggio è stato quello di avere abbastanza chiare alcune cose in testa, come ad esempio il fatto di avere bisogno di confrontarmi con le persone, le uniche al mondo, che non tradiscono mai: i miei genitori.
Ho preferito lasciare la città per raggiungere la loro casa; là mio padre ha capito perfettamente la situazione in cui mi trovavo ma, al contrario di quanto farebbero altri padri, non mi ha dato la soluzione ma i mezzi per trovarla.


E come il mondo dei Nativi Americani ti ha aiutato?
Mio padre è un Manitoquat, un uomo-medicina… una sorta di sciamano, per semplificare. E’ stato lui, come ti dicevo, a darmi gli strumenti affinché io potessi trovare le risposte che cercavo. Sai, (offre una sigaretta all’intervistatrice e poi se ne accende una, visibilmente più rilassato) per noi sono ancora importanti le nostre tradizioni, le nostre usanze. Tornare a loro è stato illuminante. Non che io le avessi abbandonate ma è la vita in sé, gli impegni quotidiani che in un certo modo le hanno relegate da qualche parte nella mia anima, ma non sono mai, mai state dimenticate.

Dunque, c’è una persona che più di tutte influenza quello che sei e la tua vita, tuo padre. Che rapporto hai con lui?
Attenta (ammonisce amabilmente con un sorriso)… non ha influenzato né le mie scelte, né la mia vita. E’ stato piuttosto sempre molto presente, pur tuttavia senza essere invadente. Mi ha trasmesso fin da bambino i valori del nostro Popolo… si, si, continua a scriverlo con la “p” maiuscola… mi ha portato con sé lungo i sentieri di caccia insegnandomi ad avere rispetto per il mondo che ci circonda, ripetendomi ogni volta che non ne siamo i padroni ma lo abbiamo solo in prestito ed è nostro dovere tutelarlo e proteggerlo. (sorride) E’ riuscito perfino a spiegarmi che perfino il fuoco può essere vissuto in modo diverso… e che ognuno di noi lo porta dentro.

Ultima domanda: la tua creatrice, è notorio, è letteralmente affascinata dal mondo dei Nativi Americani e so che un suo viaggio ha segnato una tappa importante per lei in questo senso... Cosa puoi dirci?
Mmmm… si. Ho saputo di questa cosa e sono contento per lei. Mi hanno raccontato che è stata negli Stati Uniti nel 1996 e che una prozia le ha fatto una bella sorpresa portandola sempre di più a contatto con noi. In fondo conosceva già un po’ la nostra storia attraverso quelli che lei stessa definisce la “bibbia” e il “vangelo” della storia dei Nativi. Ogni tanto consiglia a qualcuno la lettura di “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e “Alce Nero parla”… testi abbastanza duri, ma pieni di verità.
Che poi a seguito di questo viaggio sia nato io mi può fare solo piacere. Detto tra noi, quel viaggio le ha rimesso un po’ la testa a posto sull’ordine da dare alle cose della vita… speriamo che continui così, perché sa bene che è il solo modo per continuare ad avere rispetto per se stessa e quindi per gli altri. E poi, egoisticamente… vorrei veder finita la trilogia a cui sta lavorando, visto pure che a questo fine ha un po’ rimaneggiato “Fuoco Che Danza”. (guarda l’orologio e fa una smorfia di disappunto) Mi spiace… devo lasciarti… il dovere mi chiama. (con eleganza e delicatezza prende la mano dell’intervistatrice e accenna un baciamano) Grazie per esserti interessata a me. Pilamaya e che Wakan Tanka, il Grande Spirito, ti mostri sempre il sentiero giusto da seguire.


Ringrazio Anna Maria per questa intervista e auguro grande successo alla sua ultima "fatica letteraria"! Per conoscere meglio e acquistare il suo libro potete visitare questo sito.

FUOCO CHE DANZA
Pi'ta Naku Owaci

di Anna Maria Funari
Montecovello Editrice

Trama
Non sempre le scelte di vita si dimostrano facili. Per Shawnee Lee Jackson, giovane avvocato Sioux, lo sono ancor meno anche a causa del suo carattere poco accondiscendente e cui, in cambio di una sfavillante carriera, si chiede di rinunciare a tutto ciò a cui è più legato e che rappresenta il suo mondo, la sua cultura d’origine e i suoi principi morali.
Davanti a questa prospettiva, Shawnee decide di prendere tempo per poter trovare la risposta seguendo le antiche tradizioni, attraverso la ricerca della “visione” che, per il suo Popolo, rappresenta il destino del guerriero che la invoca.
Sarà con l’aiuto del padre che intraprenderà un difficile cammino, non solo in senso fisico, e cogliendo i segni che gli vengono dall’ambiente che lo circonda, riuscirà a trovare i responsi che cercava e decidere in piena serenità d’animo quale via percorrere.

L'Autore
Nata a Piacenza, il 10 maggio 1961, di origini marchigiane e romana di adozione. Diplomata in Ragioneria, fin dai tempi della scuola i numeri non sono esattamente il suo mondo. Comincia, nel 1985, a scrivere piccoli racconti e a partecipare ai concorsi letterari, cogliendo qualche primo, timido riscontro nel 1997 quando il racconto “Una notte per capire” viene premiato al Concorso Nazionale di Narrativa “Spazio Donna”. Dal 1987 lavora per quello che è l’attuale Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali occupandosi, in tempi recenti, anche di attività culturali. E’ sua e di Alba Gnazi l’idea dell’iniziativa “Nuovi Autori nel Cuore di Roma”, il cui scopo è quello di dare visibilità agli autori esordienti e/o emergenti del panorama letterario italiano. Per un breve periodo ha collaborato con “L’Ortica”, periodico del litorale nord di Roma; poi la sua attenzione si concentra, oltre che sul lavoro, sui suoi scritti. Attualmente collabora con il periodico online “Roma Capitale Magazine”. Un’esperienza fatta nel 1996, durante un viaggio negli Stati Uniti, quando ha la fortuna di vivere da vicino il mondo un po’ magico dei Nativi d’America, le consente di approfondire la conoscenza delle tradizioni e della cultura di questo popolo, acquisita leggendo testi relativi alla loro storia e le biografie di alcuni grandi Capi. Nel 2010 arriva finalmente la pubblicazione de “L’isola dei graziati”, concepito nella sua trama grezza nel 1998, che aveva già trovato il suo primo riscontro solo nel 2003, risultando segnalato al concorso “Jacques Prevert”, ma sarà solo nel 2008 che vedrà la stesura definitiva e la proposta in lettura a varie case editrici, tra cui la Linee Infinite che lo ha pubblicato.
Nel 2012 ha pubblicato "Fuoco che danza - Pi'ta naku owaci" con Montecovello Editrice.
LEGGI TUTTO
L'autrice di oggi, Anna Maria Funari, è stata già mia ospite tempo fa con una simpatica intervista al personaggio principale del suo romanzo "L'isola dei graziati", che potete leggere qui.

Scrittrice vivace e dalle mille iniziative (è tra l'altro tra i fondatori di Nuovi Autori nel Cuore di Roma), Anna Maria ha da pochissimo pubblicato il romanzo “Fuoco Che Danza”, che ci porta a scoprire il mondo dei Nativi Americani attraverso gli occhi di un suo discendente, Shawnee Lee Jackson.

E proprio a lui mi sono rivolta per qualche domanda...

Shawnee, comincio con il chiederti qualcosa sulle tue origini Sioux, cosa rappresenta per te questa “eredità” e come la vivi?
Hihanni waste! (sorride, chinando appena la testa verso l’intervistatrice) Equivale al tuo “buongiorno” ma per noi significa “oggi è accaduto qualcosa di buono”.
Come vedi, le mie origini non le ho mai rinnegate anzi, quando ho potuto, ho sempre cercato di affermarle e di trarre da loro la forza necessaria per andare avanti senza dimenticare chi sono.
Certamente è un’eredità difficile quella di appartenere a un Popolo (si, si, con la P maiuscola) che storia e film hanno sempre rappresentato come cattivo, aggressivo e sanguinario. Basterebbe invece che la gente si documentasse un pochino per accorgersi che in realtà noi siamo gente pacifica. Comunque, per quel che mi riguarda, vivo le mie origini con convinzione e con fierezza; nulla potrebbe mai allontanarmi da quelle radici che avvinghiano il mio cuore e lo tengono ben saldo alla Terra in cui vivo.


So che le consuetudini sociali ti stanno strette e scendere a compromessi non è il tuo forte... come concili questi aspetti della tua personalità con la professione di avvocato?
Ahahah! (ride di gusto) E’ incredibile come le notizie facciano il giro del mondo. Neppure una freccia è così veloce! Scommetto che è stato Peter Daniels a fare la spia.
Si è vero… quelle che tu chiami “consuetudini” non mi calzano proprio! Non parliamo poi dei compromessi; mi ci sono giocato il posto di lavoro! Lo so, può sembrare da idioti ma quando mi sono sentito chiedere di diventare una specie di macchina da guerra, un robottino per far soldi… non ce l’ho fatta proprio. Ho un cuore, un’anima e non riesco davvero a dimenticarmene in nome di una professione che, detto tra noi, da molti è considerata solo ed esclusivamente come una vera e propria miniera d’oro.
Per assurdo, ma che non si sappia troppo in giro altrimenti un richiamo non me lo toglie nessuno… patrocino cause a volte anche senza farmi pagare perché davanti vedo solo qualcuno che ha bisogno di me. (osserva la giornalista) Se ti serve un avvocato… non fare complimenti eh!


Ne terrò conto! Comunque, ad un certo momento nella tua vita c’è stato un punto di rottura... ce ne parli?
Rottura? Ti riferisci alla splendida dentatura di Peter? (si copre il viso con una mano mentre le spalle sussultano in una risata irrefrenabile) Dio!!! Ancora mi sembra di sentire il crocchio!
Dai… scherzi a parte… è vero, sono stato messo davanti a una scelta dura proprio in funzione di quel che ti dicevo prima. Dovevo scegliere tra una sfavillante carriera, rinunciando a me stesso, o continuare a essere Shawnee Lee Jackson.
Non è stato facile credimi, perché se da una parte ero cosciente che il lavoro era importante, dall’altra c’era la mia anima, c’era il rispetto per me stesso e per i miei che con grandi sacrifici avevano fatto in modo che potessi studiare. E’ stato come tendere fino all’estremo una corda… che puntualmente si è spezzata.


E dopo questo “punto di rottura” inizia per te un percorso di ricerca, come lo hai affrontato?
Non è stato facile (il tono della voce pare diventare un po’ più cupo mentre l’espressione diventa seria). Tuttavia il vantaggio è stato quello di avere abbastanza chiare alcune cose in testa, come ad esempio il fatto di avere bisogno di confrontarmi con le persone, le uniche al mondo, che non tradiscono mai: i miei genitori.
Ho preferito lasciare la città per raggiungere la loro casa; là mio padre ha capito perfettamente la situazione in cui mi trovavo ma, al contrario di quanto farebbero altri padri, non mi ha dato la soluzione ma i mezzi per trovarla.


E come il mondo dei Nativi Americani ti ha aiutato?
Mio padre è un Manitoquat, un uomo-medicina… una sorta di sciamano, per semplificare. E’ stato lui, come ti dicevo, a darmi gli strumenti affinché io potessi trovare le risposte che cercavo. Sai, (offre una sigaretta all’intervistatrice e poi se ne accende una, visibilmente più rilassato) per noi sono ancora importanti le nostre tradizioni, le nostre usanze. Tornare a loro è stato illuminante. Non che io le avessi abbandonate ma è la vita in sé, gli impegni quotidiani che in un certo modo le hanno relegate da qualche parte nella mia anima, ma non sono mai, mai state dimenticate.

Dunque, c’è una persona che più di tutte influenza quello che sei e la tua vita, tuo padre. Che rapporto hai con lui?
Attenta (ammonisce amabilmente con un sorriso)… non ha influenzato né le mie scelte, né la mia vita. E’ stato piuttosto sempre molto presente, pur tuttavia senza essere invadente. Mi ha trasmesso fin da bambino i valori del nostro Popolo… si, si, continua a scriverlo con la “p” maiuscola… mi ha portato con sé lungo i sentieri di caccia insegnandomi ad avere rispetto per il mondo che ci circonda, ripetendomi ogni volta che non ne siamo i padroni ma lo abbiamo solo in prestito ed è nostro dovere tutelarlo e proteggerlo. (sorride) E’ riuscito perfino a spiegarmi che perfino il fuoco può essere vissuto in modo diverso… e che ognuno di noi lo porta dentro.

Ultima domanda: la tua creatrice, è notorio, è letteralmente affascinata dal mondo dei Nativi Americani e so che un suo viaggio ha segnato una tappa importante per lei in questo senso... Cosa puoi dirci?
Mmmm… si. Ho saputo di questa cosa e sono contento per lei. Mi hanno raccontato che è stata negli Stati Uniti nel 1996 e che una prozia le ha fatto una bella sorpresa portandola sempre di più a contatto con noi. In fondo conosceva già un po’ la nostra storia attraverso quelli che lei stessa definisce la “bibbia” e il “vangelo” della storia dei Nativi. Ogni tanto consiglia a qualcuno la lettura di “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e “Alce Nero parla”… testi abbastanza duri, ma pieni di verità.
Che poi a seguito di questo viaggio sia nato io mi può fare solo piacere. Detto tra noi, quel viaggio le ha rimesso un po’ la testa a posto sull’ordine da dare alle cose della vita… speriamo che continui così, perché sa bene che è il solo modo per continuare ad avere rispetto per se stessa e quindi per gli altri. E poi, egoisticamente… vorrei veder finita la trilogia a cui sta lavorando, visto pure che a questo fine ha un po’ rimaneggiato “Fuoco Che Danza”. (guarda l’orologio e fa una smorfia di disappunto) Mi spiace… devo lasciarti… il dovere mi chiama. (con eleganza e delicatezza prende la mano dell’intervistatrice e accenna un baciamano) Grazie per esserti interessata a me. Pilamaya e che Wakan Tanka, il Grande Spirito, ti mostri sempre il sentiero giusto da seguire.


Ringrazio Anna Maria per questa intervista e auguro grande successo alla sua ultima "fatica letteraria"! Per conoscere meglio e acquistare il suo libro potete visitare questo sito.

FUOCO CHE DANZA
Pi'ta Naku Owaci

di Anna Maria Funari
Montecovello Editrice

Trama
Non sempre le scelte di vita si dimostrano facili. Per Shawnee Lee Jackson, giovane avvocato Sioux, lo sono ancor meno anche a causa del suo carattere poco accondiscendente e cui, in cambio di una sfavillante carriera, si chiede di rinunciare a tutto ciò a cui è più legato e che rappresenta il suo mondo, la sua cultura d’origine e i suoi principi morali.
Davanti a questa prospettiva, Shawnee decide di prendere tempo per poter trovare la risposta seguendo le antiche tradizioni, attraverso la ricerca della “visione” che, per il suo Popolo, rappresenta il destino del guerriero che la invoca.
Sarà con l’aiuto del padre che intraprenderà un difficile cammino, non solo in senso fisico, e cogliendo i segni che gli vengono dall’ambiente che lo circonda, riuscirà a trovare i responsi che cercava e decidere in piena serenità d’animo quale via percorrere.

L'Autore
Nata a Piacenza, il 10 maggio 1961, di origini marchigiane e romana di adozione. Diplomata in Ragioneria, fin dai tempi della scuola i numeri non sono esattamente il suo mondo. Comincia, nel 1985, a scrivere piccoli racconti e a partecipare ai concorsi letterari, cogliendo qualche primo, timido riscontro nel 1997 quando il racconto “Una notte per capire” viene premiato al Concorso Nazionale di Narrativa “Spazio Donna”. Dal 1987 lavora per quello che è l’attuale Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali occupandosi, in tempi recenti, anche di attività culturali. E’ sua e di Alba Gnazi l’idea dell’iniziativa “Nuovi Autori nel Cuore di Roma”, il cui scopo è quello di dare visibilità agli autori esordienti e/o emergenti del panorama letterario italiano. Per un breve periodo ha collaborato con “L’Ortica”, periodico del litorale nord di Roma; poi la sua attenzione si concentra, oltre che sul lavoro, sui suoi scritti. Attualmente collabora con il periodico online “Roma Capitale Magazine”. Un’esperienza fatta nel 1996, durante un viaggio negli Stati Uniti, quando ha la fortuna di vivere da vicino il mondo un po’ magico dei Nativi d’America, le consente di approfondire la conoscenza delle tradizioni e della cultura di questo popolo, acquisita leggendo testi relativi alla loro storia e le biografie di alcuni grandi Capi. Nel 2010 arriva finalmente la pubblicazione de “L’isola dei graziati”, concepito nella sua trama grezza nel 1998, che aveva già trovato il suo primo riscontro solo nel 2003, risultando segnalato al concorso “Jacques Prevert”, ma sarà solo nel 2008 che vedrà la stesura definitiva e la proposta in lettura a varie case editrici, tra cui la Linee Infinite che lo ha pubblicato.
Nel 2012 ha pubblicato "Fuoco che danza - Pi'ta naku owaci" con Montecovello Editrice.

martedì 26 giugno 2012

A proposito di raccomandazioni nell'editoria

Questa mattina mi sono imbattuta in questo articolo: Consigli per una raccomandazione… ops una pubblicazione di successo! Un articolo deprimente e cinico. Se non avete voglia di leggerlo, ve lo riassumo: si tratta di un elenco di persone (anzi direi di personaggi, considerando come vengono descritti) che rappresentano l’unica strada per chi vuole vedere la propria opera pubblicata da un editore importante nel nostro Paese. In pratica una serie di nomi a cui dovreste rivolgervi per essere raccomandati. O si può anche dire: se non riuscite ad arrivare a questi personaggi, non pubblicherete mai con una grande casa editrice.
L’articolo è scritto con un taglio ironico, ma ciò non toglie che il quadro che dipinge è deprimente, squallido e irritante, per quanto molto realistico. Di fatto, come ho detto varie volte, il mondo editoriale (come altre realtà del resto) è davvero malato.
Eppure è triste e demotivante il pensiero che gli autori da pubblicare vengano scelti non per merito ma in base a logiche di altro genere, in base alle “raccomandazioni”. Chi mi conosce bene sa come la penso riguardo alle raccomandazioni in generale, che considero immorali in quanto significato rubare qualcosa ad altri, significa che se ti fai raccomandare per ottenere qualcosa stai togliendo questo qualcosa a qualcuno che forse lo merita più di te. E sopratutto sono un’ingiustizia profonda.
Al di là di questo, comunque, verrebbe da pensare che se le cose stanno in questo modo nell’editoria, non resta che lasciar perdere l’obiettivo di pubblicare con un grande editore, lasciare da parte le grandi ambizioni e scegliere altre strade. Questa è senz’altro un’opzione.
L’altra è non rinunciare a priori all’idea di pubblicare un libro con uno di quei nomi che si trovano in libreria e continuare a credere in se stessi, continuare a lavorare su quello che si scrive, senza scoraggiarsi e tanto meno decidere di abbandonare la scrittura. 
Stephen King appendeva le lettere di rifiuto a un muro e non si è mai arreso, ha continuato a scrivere e a migliorarsi. Non dovremmo prendere esempio?
E poi, mi viene da domandarmi: chi è che decide se uno scrittore vale o no? Sono forse davvero gli editori? O gli stessi scrittori? Non credo. Sono i lettori. Si può strombazzare a lungo un libro, così come si può pubblicizzare fino alla nausea un prodotto in tv, ma saranno comunque gli utenti finali a decidere se il prodotto vale o meno!
Penso che chi sceglie di scrivere con passione dovrebbe continuare a credere in quello che fa, soprattutto se si tratta di “una strada con un cuore”, per citare Castaneda. E sono convinta che per la maggior parte degli scrittori si tratta proprio di una strada con un cuore.
E voi cosa ne pensate?
LEGGI TUTTO
Questa mattina mi sono imbattuta in questo articolo: Consigli per una raccomandazione… ops una pubblicazione di successo! Un articolo deprimente e cinico. Se non avete voglia di leggerlo, ve lo riassumo: si tratta di un elenco di persone (anzi direi di personaggi, considerando come vengono descritti) che rappresentano l’unica strada per chi vuole vedere la propria opera pubblicata da un editore importante nel nostro Paese. In pratica una serie di nomi a cui dovreste rivolgervi per essere raccomandati. O si può anche dire: se non riuscite ad arrivare a questi personaggi, non pubblicherete mai con una grande casa editrice.
L’articolo è scritto con un taglio ironico, ma ciò non toglie che il quadro che dipinge è deprimente, squallido e irritante, per quanto molto realistico. Di fatto, come ho detto varie volte, il mondo editoriale (come altre realtà del resto) è davvero malato.
Eppure è triste e demotivante il pensiero che gli autori da pubblicare vengano scelti non per merito ma in base a logiche di altro genere, in base alle “raccomandazioni”. Chi mi conosce bene sa come la penso riguardo alle raccomandazioni in generale, che considero immorali in quanto significato rubare qualcosa ad altri, significa che se ti fai raccomandare per ottenere qualcosa stai togliendo questo qualcosa a qualcuno che forse lo merita più di te. E sopratutto sono un’ingiustizia profonda.
Al di là di questo, comunque, verrebbe da pensare che se le cose stanno in questo modo nell’editoria, non resta che lasciar perdere l’obiettivo di pubblicare con un grande editore, lasciare da parte le grandi ambizioni e scegliere altre strade. Questa è senz’altro un’opzione.
L’altra è non rinunciare a priori all’idea di pubblicare un libro con uno di quei nomi che si trovano in libreria e continuare a credere in se stessi, continuare a lavorare su quello che si scrive, senza scoraggiarsi e tanto meno decidere di abbandonare la scrittura. 
Stephen King appendeva le lettere di rifiuto a un muro e non si è mai arreso, ha continuato a scrivere e a migliorarsi. Non dovremmo prendere esempio?
E poi, mi viene da domandarmi: chi è che decide se uno scrittore vale o no? Sono forse davvero gli editori? O gli stessi scrittori? Non credo. Sono i lettori. Si può strombazzare a lungo un libro, così come si può pubblicizzare fino alla nausea un prodotto in tv, ma saranno comunque gli utenti finali a decidere se il prodotto vale o meno!
Penso che chi sceglie di scrivere con passione dovrebbe continuare a credere in quello che fa, soprattutto se si tratta di “una strada con un cuore”, per citare Castaneda. E sono convinta che per la maggior parte degli scrittori si tratta proprio di una strada con un cuore.
E voi cosa ne pensate?

lunedì 25 giugno 2012

"Di pietra e di luna": faccia a faccia con la protagonista

Leggendo anche solo poche righe del libro che sto per presentarvi, il mio primo pensiero è stato che ci sono autori davvero meritevoli di essere letti, autori con uno stile e un modo di esprimersi davvero intenso, ma purtroppo meno noti di altri.
Il romanzo in questione è "Di pietra e di luna" scritto da Nadia Bertolani, una storia ambientata a Mavezia, in un'atmosfera surreale e misteriosa.
Ma facciamoci raccontare di più da uno dei protagonisti, Antonia...

Antonia, tutto ha inizio con la morte di tua madre. Vuoi cominciare raccontandoci come questo evento drammatico ha cambiato la tua vita?
Ah, ti sbagli, in realtà la mia vita era cambiata quindici anni prima, quando me ne ero andata da casa. Con la morte di mia madre e il mio ritorno a Mavezia il tempo si è fermato, anzi ha camminato all'indietro, è risalito all'origine di tutti i cambiamenti e ho ritrovato tutto uguale a se stesso, immobile: la città, la casa, i mobili, le ombre, il grigiore... Insopportabile, insopportabile. Ma sarei dovuta tornare ugualmente. Lui, Byron, era diventata una minaccia, un'ossessione, un pericolo per me e per Anapi. Perciò, vedi? La morte di mia madre fa parte del cambiamento, non ne è il motore principale. Ti dirò di più: proprio quando ho scoperto di avere bisogno di lei, lei di cui ho sempre rifiutato gli abbracci, mi è venuta meno... Non è stata una madre ineccepibile, sai? Non ti puoi immaginare quante bugie ci ha raccontato, quante reticenze, quanti silenzi... Non è stata la sua morte a cambiarmi la vita, se mai è stata la sua vita stessa, quella segreta, quella occultata, a sovvertire la mia esistenza e le mie certezze quando sono venuta a sapere...

E quando sei arrivata a Mavezia, dove mancavi da molto tempo, ti sei ritrovata anche ad affrontare tuo fratello, Luca... che rapporto hai con lui?
Ah, il mio ineffabile, indolente gemello morbido e biondo! E' anche da lui che sono fuggita. Il protettivo e serioso Professore già vecchio prima ancora di diventare adulto, che mi giudicava, che mi censurava, che non capiva... Non ha mai capito niente del resto... E' uno senza immaginazione, spento, che ha respirato fino in fondo tutta l'aria ammorbata che girava per casa. Uno che non si tuffa nella vita. Uno che rispetta le regole. Era lui, quando eravamo bambini, quello più pieno di paure, quello fragile come una porcellana. Ma se devo essere giusta, ha accolto Anapi, il mio bambino, con una tenerezza che mi ha commosso mio malgrado. Ho un rapporto contraddittorio con lui. Siamo diversi. Nessuno ci direbbe gemelli. Siamo cresciuti senza padre e quando dico senza padre intendo senza neppure "il nome" di un padre. Ah ah, lasciami ridere, eravamo figli dell'Innominato. Questo per darti un'idea di chi fosse Ilaria, nostra madre. Mai, mai è uscita dalla sua bocca una parola di spiegazione. "Non è importante, - diceva, - stiamo bene noi tre, non è importante..." E Luca si è sempre piegato, ha sempre accettato senza protestare.

Un misterioso taccuino è legato alla tragica scomparsa di tua madre: cosa puoi rivelarci sul suo segreto?
Mi spiace, non so nulla di questo taccuino... Penso si tratti di una specie di diario... So che l'ha trovato Anapi in mezzo ai libri, ma non l'ho mai letto. Anapi se lo teneva stretto stretto. E' un bambino speciale, Anapi, lo sai? E' bellissimo. Ma non parla. Ha quattro anni. Bisogna trattarlo con delicatezza, con cautela. Non bisogna spaventarlo. Teneva stretto questo taccuino e io non ho mai tentato di prenderglielo. Adesso non si trova più. Forse ce l'ha Luca.

Un incontro, inoltre, ha segnato il tuo cammino, l’incontro con uno scrittore... Cosa rappresenta per te questa persona?
Ah, il grande scrittore di successo, l'inventore di trame da best-seller, il Narciso della letteratura. E' venuto una sera a presentare il suo ultimo romanzo nella libreria dove ho trovato lavoro appena arrivata. E' stato grazie a Luca, devo ammetterlo, che mi hanno assunto anche se ero senza esperienza. Bene, ti dicevo... Arriva questo uomo maturo ma ancora piacente, questo Aimone Fieschi, che per tutto il tempo della presentazione non fa altro che guardarmi. Non l'avrei degnato di attenzione se non fosse stato per... Insomma, sta' a sentire: a mano a mano che viene illustrata la trama del romanzo, mi rendo conto che c'è qualcosa di strano. Per prima cosa la storia si svolge a Venezia e racconta dell'arrivo di una bambina inglese, Mary, che nel 1910 sbarca nella città lagunare, subisce i bombardamenti della Prima Guerra, si sposa e ha due figli, un maschio e una femmina di nome Virginia. Guarda guarda, mi sono detta. Sarà una coincidenza che mia nonna si chiamasse Virginia e la mia bisnonna, inglese, si chiamasse Mary? Abbiamo ancora in casa un piccolo busto di bronzo che le era appartenuto, una Medusa un po' inquietante... Io non credo alle coincidenze. Alla fine della presentazione mi sono portata a casa lo scrittore sotto gli occhi scandalizzati di Luca. Luca! C'era anche lui in libreria, ma niente... non si è accorto di niente! Per fortuna lo scrittore ha accettato di buon grado di parlare di sé e di bere. Whiskey. E così ho saputo! L'ultimo grande successo del tanto celebrato scrittore era frutto di un furto. La storia non gli apparteneva! La storia era quella della nostra famiglia. E chi credi che gliel'avesse raccontata la bellezza di trent'anni fa? Brava! Ilaria! Mia madre. Una settimana d'amore hanno vissuto e lui non si ricordava neppure il suo nome. Aveva davanti a sé una figlia di cui ignorava l'esistenza e avrebbe cercato di sedurla se il whiskey non glielo avesse impedito. L'ho ascoltato allibita. Sapeva più lui del nostro passato di quanto sapessi io. Sapeva che Virginia era stata ricoverata in manicomio dopo aver partorito una bambina di cui non si conosceva il padre. Ti rendi conto? Pare che nella mia famiglia abbondino ragazze madri e disturbi mentali... E di tutto questo mia madre non ci aveva detto nulla.

Gli eventi ti porteranno a scoprire la verità sulla tua famiglia... come hai affrontato questa verità?
Non voglio più saperne di Aimone Fieschi né di Luca... Me ne andrò di qui. Ancora. Un'altra volta.

Altre figure femminili giocano un importante ruolo per te: Ilaria, tua madre, e Virginia, autrice di un misterioso diario... Cosa vi accomuna e cosa vi allontana?
Qualcosa in comune? Vorrei risponderti: nulla. Disprezzo le persone deboli. Disprezzo la sfortuna, il male, l'infelicità. Ma questa intervista è una specie di macchina della verità, non è così? Allora ti confesso di aver partecipato, anch'io come loro, Ilaria e Virginia, a un gioco bello e terribile. Io, la caparbia, la capricciosa, io che ero passata da un amore all'altro con disinvoltura, a Monaco ho perso me stessa. Io che avevo padroneggiato tutte le vertigini, ho conosciuto il male oscuro, il calore dell'amore che scioglie come cera la volontà, la dignità, l'orgoglio. Lui mi diceva: "Ci sono cose dentro di me che terrorizzerebbero chiunque anche solo a sognarle." E poi aggiungeva: "Sto citando Lord Byron. Lo sai chi è Byron, mio delizioso pleonasmo?" Ero arrivata a un punto tale di avvilimento... Ho avuto un figlio da lui. Da Davide detto Byron. E sono fuggita. Me ne andrò ancora. Sai, solo da nomadi si vedono le albe per quel che sono davvero.

Ultima domanda all’autrice: il titolo di questo romanzo riconduce alle donne di pietra e di donne di luna... ce ne spieghi il significato?
A mano a mano che prendevano vita, quasi indipendentemente da me, le figure femminili mi si svelavano come appartenenti a due categorie opposte e distinte. Mary e Ilaria sono due madri aride e infelici, Antonia e Virginia sono due ragazze eccentriche, fantasiose, instabili. In una parola, lunari. E mi sono resa conto che i loro opposti caratteri avevano un riscontro nelle descrizioni che Ruskin aveva fatto di Venezia: una città di acqua e di pietra. E questa doppia natura di Venezia, dove si svolge l'antefatto della storia, ha cominciato a invadere le pagine e da allora in poi è stato tutto un susseguirsi frenetico di rimandi, di concatenazioni e di allusioni La doppia luna di Venezia, quella in cielo e quella riflessa nella laguna, si è riversata nel doppio dei gemelli Antonia e Luca, nel doppio dei due padri sconosciuti, e nella doppia configurazione di Mavezia nuova e Mavezia vecchia. Le pietre di Venezia sono diventate il correlativo oggettivo dell'indurimento di Mary che per sopravvivere allo strazio dei feriti della Guerra si corazza di uno scudo di cinismo che non la salverà. Non si salverà neppure Virginia, e a lei ho dedicato la pagina in cui immagino la discesa della sua omonima Virginia Woolf nelle acque dell'Ouse non carica di pietre, ma di una sola adularia chiamata la "pietra della luna". L'acqua e la luna, sempre in continua metamorfosi, sempre in movimento, come le sensibilità di Antonia e Virginia. La pietra, immobile, insensibile, a cui ci condanna lo sguardo della Medusa quando cerchiamo di difenderci a oltranza dai colpi inferti dalla vita e dall'amore. Donne di pietra e donne di luna. Da amare.

Grazie a Nadia Bertonali per questa bella intervista. Per acquistare il suo romanzo vi invito a visitare il sito ilmiolibro.it. Ricordo inoltre che Nadia è autrice anche di un altro romanzo, "L'uccellino di Maeterlinck", che trovate qui.

DI PIETRA E DI LUNA
di Nadia Bertolani
ilmiolibro.it
A Mavezia, città doppia e surreale, Ilaria ha vissuto nascondendo per anni un taccuino segreto. Quando decide di bruciarlo, un incidente mortale glielo impedisce. Lo troverà casualmente il figlio Luca, grazie ad Anapi, il bambino autistico della sorella gemella Antonia giunta da Monaco di Baviera. E' il diario allucinato e struggente di una giovane donna. Luca scoprirà che si tratta della storia di sua nonna Virginia e della madre di lei, Mary, che né lui né la sorella hanno mai conosciuto: una vicenda tremenda e tenuta nascosta. Accanto a Luca e ad Antonia si muovono personaggi non secondari: Byron, il padre di Anapi, Aimone Fieschi, uno scrittore in crisi, Sara, una collega di Luca. E un oggetto ereditato: una Medusa di bronzo.

L'Autore
Nadia Bertolani è nata a Mantova e vive in provincia di Parma.
E’ stata insegnante di Lettere in un Istituto d’Arte e attualmente si dedica alla scrittura.
Ha pubblicato il suo primo romanzo ( “L’uccellino di Maeterlinck” Tre Lune edizioni) nel 2002.
“Di pietra e di luna” è il suo secondo romanzo.
Ha vinto con “Toccata e fuga” il Premio di Noale per il Concorso “La Parola alle Donne, II edizione”.
Scrive recensioni e articoli di critica presenti nei cataloghi d’arte.

LEGGI TUTTO
Leggendo anche solo poche righe del libro che sto per presentarvi, il mio primo pensiero è stato che ci sono autori davvero meritevoli di essere letti, autori con uno stile e un modo di esprimersi davvero intenso, ma purtroppo meno noti di altri.
Il romanzo in questione è "Di pietra e di luna" scritto da Nadia Bertolani, una storia ambientata a Mavezia, in un'atmosfera surreale e misteriosa.
Ma facciamoci raccontare di più da uno dei protagonisti, Antonia...

Antonia, tutto ha inizio con la morte di tua madre. Vuoi cominciare raccontandoci come questo evento drammatico ha cambiato la tua vita?
Ah, ti sbagli, in realtà la mia vita era cambiata quindici anni prima, quando me ne ero andata da casa. Con la morte di mia madre e il mio ritorno a Mavezia il tempo si è fermato, anzi ha camminato all'indietro, è risalito all'origine di tutti i cambiamenti e ho ritrovato tutto uguale a se stesso, immobile: la città, la casa, i mobili, le ombre, il grigiore... Insopportabile, insopportabile. Ma sarei dovuta tornare ugualmente. Lui, Byron, era diventata una minaccia, un'ossessione, un pericolo per me e per Anapi. Perciò, vedi? La morte di mia madre fa parte del cambiamento, non ne è il motore principale. Ti dirò di più: proprio quando ho scoperto di avere bisogno di lei, lei di cui ho sempre rifiutato gli abbracci, mi è venuta meno... Non è stata una madre ineccepibile, sai? Non ti puoi immaginare quante bugie ci ha raccontato, quante reticenze, quanti silenzi... Non è stata la sua morte a cambiarmi la vita, se mai è stata la sua vita stessa, quella segreta, quella occultata, a sovvertire la mia esistenza e le mie certezze quando sono venuta a sapere...

E quando sei arrivata a Mavezia, dove mancavi da molto tempo, ti sei ritrovata anche ad affrontare tuo fratello, Luca... che rapporto hai con lui?
Ah, il mio ineffabile, indolente gemello morbido e biondo! E' anche da lui che sono fuggita. Il protettivo e serioso Professore già vecchio prima ancora di diventare adulto, che mi giudicava, che mi censurava, che non capiva... Non ha mai capito niente del resto... E' uno senza immaginazione, spento, che ha respirato fino in fondo tutta l'aria ammorbata che girava per casa. Uno che non si tuffa nella vita. Uno che rispetta le regole. Era lui, quando eravamo bambini, quello più pieno di paure, quello fragile come una porcellana. Ma se devo essere giusta, ha accolto Anapi, il mio bambino, con una tenerezza che mi ha commosso mio malgrado. Ho un rapporto contraddittorio con lui. Siamo diversi. Nessuno ci direbbe gemelli. Siamo cresciuti senza padre e quando dico senza padre intendo senza neppure "il nome" di un padre. Ah ah, lasciami ridere, eravamo figli dell'Innominato. Questo per darti un'idea di chi fosse Ilaria, nostra madre. Mai, mai è uscita dalla sua bocca una parola di spiegazione. "Non è importante, - diceva, - stiamo bene noi tre, non è importante..." E Luca si è sempre piegato, ha sempre accettato senza protestare.

Un misterioso taccuino è legato alla tragica scomparsa di tua madre: cosa puoi rivelarci sul suo segreto?
Mi spiace, non so nulla di questo taccuino... Penso si tratti di una specie di diario... So che l'ha trovato Anapi in mezzo ai libri, ma non l'ho mai letto. Anapi se lo teneva stretto stretto. E' un bambino speciale, Anapi, lo sai? E' bellissimo. Ma non parla. Ha quattro anni. Bisogna trattarlo con delicatezza, con cautela. Non bisogna spaventarlo. Teneva stretto questo taccuino e io non ho mai tentato di prenderglielo. Adesso non si trova più. Forse ce l'ha Luca.

Un incontro, inoltre, ha segnato il tuo cammino, l’incontro con uno scrittore... Cosa rappresenta per te questa persona?
Ah, il grande scrittore di successo, l'inventore di trame da best-seller, il Narciso della letteratura. E' venuto una sera a presentare il suo ultimo romanzo nella libreria dove ho trovato lavoro appena arrivata. E' stato grazie a Luca, devo ammetterlo, che mi hanno assunto anche se ero senza esperienza. Bene, ti dicevo... Arriva questo uomo maturo ma ancora piacente, questo Aimone Fieschi, che per tutto il tempo della presentazione non fa altro che guardarmi. Non l'avrei degnato di attenzione se non fosse stato per... Insomma, sta' a sentire: a mano a mano che viene illustrata la trama del romanzo, mi rendo conto che c'è qualcosa di strano. Per prima cosa la storia si svolge a Venezia e racconta dell'arrivo di una bambina inglese, Mary, che nel 1910 sbarca nella città lagunare, subisce i bombardamenti della Prima Guerra, si sposa e ha due figli, un maschio e una femmina di nome Virginia. Guarda guarda, mi sono detta. Sarà una coincidenza che mia nonna si chiamasse Virginia e la mia bisnonna, inglese, si chiamasse Mary? Abbiamo ancora in casa un piccolo busto di bronzo che le era appartenuto, una Medusa un po' inquietante... Io non credo alle coincidenze. Alla fine della presentazione mi sono portata a casa lo scrittore sotto gli occhi scandalizzati di Luca. Luca! C'era anche lui in libreria, ma niente... non si è accorto di niente! Per fortuna lo scrittore ha accettato di buon grado di parlare di sé e di bere. Whiskey. E così ho saputo! L'ultimo grande successo del tanto celebrato scrittore era frutto di un furto. La storia non gli apparteneva! La storia era quella della nostra famiglia. E chi credi che gliel'avesse raccontata la bellezza di trent'anni fa? Brava! Ilaria! Mia madre. Una settimana d'amore hanno vissuto e lui non si ricordava neppure il suo nome. Aveva davanti a sé una figlia di cui ignorava l'esistenza e avrebbe cercato di sedurla se il whiskey non glielo avesse impedito. L'ho ascoltato allibita. Sapeva più lui del nostro passato di quanto sapessi io. Sapeva che Virginia era stata ricoverata in manicomio dopo aver partorito una bambina di cui non si conosceva il padre. Ti rendi conto? Pare che nella mia famiglia abbondino ragazze madri e disturbi mentali... E di tutto questo mia madre non ci aveva detto nulla.

Gli eventi ti porteranno a scoprire la verità sulla tua famiglia... come hai affrontato questa verità?
Non voglio più saperne di Aimone Fieschi né di Luca... Me ne andrò di qui. Ancora. Un'altra volta.

Altre figure femminili giocano un importante ruolo per te: Ilaria, tua madre, e Virginia, autrice di un misterioso diario... Cosa vi accomuna e cosa vi allontana?
Qualcosa in comune? Vorrei risponderti: nulla. Disprezzo le persone deboli. Disprezzo la sfortuna, il male, l'infelicità. Ma questa intervista è una specie di macchina della verità, non è così? Allora ti confesso di aver partecipato, anch'io come loro, Ilaria e Virginia, a un gioco bello e terribile. Io, la caparbia, la capricciosa, io che ero passata da un amore all'altro con disinvoltura, a Monaco ho perso me stessa. Io che avevo padroneggiato tutte le vertigini, ho conosciuto il male oscuro, il calore dell'amore che scioglie come cera la volontà, la dignità, l'orgoglio. Lui mi diceva: "Ci sono cose dentro di me che terrorizzerebbero chiunque anche solo a sognarle." E poi aggiungeva: "Sto citando Lord Byron. Lo sai chi è Byron, mio delizioso pleonasmo?" Ero arrivata a un punto tale di avvilimento... Ho avuto un figlio da lui. Da Davide detto Byron. E sono fuggita. Me ne andrò ancora. Sai, solo da nomadi si vedono le albe per quel che sono davvero.

Ultima domanda all’autrice: il titolo di questo romanzo riconduce alle donne di pietra e di donne di luna... ce ne spieghi il significato?
A mano a mano che prendevano vita, quasi indipendentemente da me, le figure femminili mi si svelavano come appartenenti a due categorie opposte e distinte. Mary e Ilaria sono due madri aride e infelici, Antonia e Virginia sono due ragazze eccentriche, fantasiose, instabili. In una parola, lunari. E mi sono resa conto che i loro opposti caratteri avevano un riscontro nelle descrizioni che Ruskin aveva fatto di Venezia: una città di acqua e di pietra. E questa doppia natura di Venezia, dove si svolge l'antefatto della storia, ha cominciato a invadere le pagine e da allora in poi è stato tutto un susseguirsi frenetico di rimandi, di concatenazioni e di allusioni La doppia luna di Venezia, quella in cielo e quella riflessa nella laguna, si è riversata nel doppio dei gemelli Antonia e Luca, nel doppio dei due padri sconosciuti, e nella doppia configurazione di Mavezia nuova e Mavezia vecchia. Le pietre di Venezia sono diventate il correlativo oggettivo dell'indurimento di Mary che per sopravvivere allo strazio dei feriti della Guerra si corazza di uno scudo di cinismo che non la salverà. Non si salverà neppure Virginia, e a lei ho dedicato la pagina in cui immagino la discesa della sua omonima Virginia Woolf nelle acque dell'Ouse non carica di pietre, ma di una sola adularia chiamata la "pietra della luna". L'acqua e la luna, sempre in continua metamorfosi, sempre in movimento, come le sensibilità di Antonia e Virginia. La pietra, immobile, insensibile, a cui ci condanna lo sguardo della Medusa quando cerchiamo di difenderci a oltranza dai colpi inferti dalla vita e dall'amore. Donne di pietra e donne di luna. Da amare.

Grazie a Nadia Bertonali per questa bella intervista. Per acquistare il suo romanzo vi invito a visitare il sito ilmiolibro.it. Ricordo inoltre che Nadia è autrice anche di un altro romanzo, "L'uccellino di Maeterlinck", che trovate qui.

DI PIETRA E DI LUNA
di Nadia Bertolani
ilmiolibro.it
A Mavezia, città doppia e surreale, Ilaria ha vissuto nascondendo per anni un taccuino segreto. Quando decide di bruciarlo, un incidente mortale glielo impedisce. Lo troverà casualmente il figlio Luca, grazie ad Anapi, il bambino autistico della sorella gemella Antonia giunta da Monaco di Baviera. E' il diario allucinato e struggente di una giovane donna. Luca scoprirà che si tratta della storia di sua nonna Virginia e della madre di lei, Mary, che né lui né la sorella hanno mai conosciuto: una vicenda tremenda e tenuta nascosta. Accanto a Luca e ad Antonia si muovono personaggi non secondari: Byron, il padre di Anapi, Aimone Fieschi, uno scrittore in crisi, Sara, una collega di Luca. E un oggetto ereditato: una Medusa di bronzo.

L'Autore
Nadia Bertolani è nata a Mantova e vive in provincia di Parma.
E’ stata insegnante di Lettere in un Istituto d’Arte e attualmente si dedica alla scrittura.
Ha pubblicato il suo primo romanzo ( “L’uccellino di Maeterlinck” Tre Lune edizioni) nel 2002.
“Di pietra e di luna” è il suo secondo romanzo.
Ha vinto con “Toccata e fuga” il Premio di Noale per il Concorso “La Parola alle Donne, II edizione”.
Scrive recensioni e articoli di critica presenti nei cataloghi d’arte.

lunedì 18 giugno 2012

Intervista ad Antonietta Agostini

Ho conosciuto l’autrice che sto per presentarvi curiosando tra i siti che propongono recensioni di libri: il suo delizioso blog, La rubrica di Antonietta, mi ha colpito perché vi traspare un autentico amore per la lettura e la voglia di condividere questa sua passione.
Ma Antonietta Agostini è anche una scrittrice, autrice di due romanzi: “L’amore... che gran casino” e il suo seguito “L’amore... all’improvviso”, appena uscito. Di queste sue grandi passioni – la lettura e la scrittura – ci parla in questa intervista...

Antonietta, ci racconti come hai scoperto il tuo amore per la scrittura?
Nasce sin da quando ero molto piccola, nei ritagli di tempo che riuscivo a dedicarmi in assoluto silenzio alla scrittura, dopo la scuola, o la sera di nascosto, mi mettevo in camera, sola soletta e scrivevo, o almeno ci provavo. Scrivevo di tutto, pensieri ecc. poi ho provato a scrivere delle piccole storie che avessero un senso, e alla fine mi sono cimentata nello scrivere un vero e proprio romanzo. Ho ancora tutti i pezzi di carta messi da parte, e che custodisco con molto amore.

Com’è nata Marta, il tuo personaggio, protagonista di “L’amore... che gran casino” e di “L’amore... all’improvviso”?
Marta inizialmente era nata come un gioco, volevo scrivere la mia storia vissuta con il mio compagno attuale, per ricordare ogni momento passato con lui, poi invece, pensandoci bene mi sono detta “perché raccontare a tutti i fatti miei della nostra storia?”, così alla fine Marta è rimasta, ma con un mix di realtà e invenzione!

La storia di Marta è scritta in prima persona: ti identifichi in lei? O ci sono degli aspetti che vi differenziano?
C’è molto di mio in Marta, il carattere, il modo di relazionarsi con gli altri, di difendere le proprie amicizie, che per me proprio come lei, sono sacre! E soprattutto il modo di fantasticare sull’amore. Infatti proprio per questo ho deciso di scriverlo in prima persona, per far si che i miei pensieri ( Ossia quelli di Marta) sembrassero più realistici.

L’amore è al centro di questi due romanzi... che tipo di messaggio vuoi mandare a questo proposito ai tuoi lettori?
Per me l’amore è tutto, sono sincera, forse lo vivo diversamente dagli altri, nel senso che penso che l’amore non è sempre tutto rose e fiore, per me ha mille sfaccettature, a volte meravigliose, a volte catastrofiche. Perché secondo me non esiste l’amore perfetto, come quello che fanno vedere nei film! Ai lettori voglio solo far sapere il mio pensiero su questo sentimento. 

Ci racconti le tue esperienze nel mondo dell’editoria?

Pensavo andasse molto meglio sinceramente, e credimi sto ancora cercando di capire bene i meccanismi!

Per questo secondo romanzo hai scelto l’autopubblicazione... come sei arrivata a questa decisione?
Ho deciso di autopubblicarmi perché vorrei curare personalmente le mie opere, e farò lo stesso anche con il terzo romanzo che sto scrivendo. Trovo che sia più gratificante per me fare tutto da sola, anche perché alla fine se non hai alle spalle una casa editrice abbastanza grande, ti ritrovi lo stesso a dover curare i tuoi interessi, come programmare presentazioni e farti pubblicità.

Oltre che scrittrice, sei anche autrice di un bel blog, La rubrica di Antonietta, dove recensisci libri: quali sono le storie che ti appassionano di più e quali pensi sia l’aspetto più importante in un romanzo?
Dedico tutta me stessa alla mia rubrica, non solo per me, ma anche per gli autori che mi danno la possibilità di recensire le loro opere, mi fanno entrare in qualche modo nel loro mondo, perché penso che ogni autore abbia un proprio mondo da far conoscere e lo fa esternando le proprie emozioni nei loro romanzi, riuscendo poi a trasmetterle ai lettori. Per me un libro per essere completo deve essere ironico, ricco di colpi di scena, e soprattutto non deve essere scontato. Adoro la scrittura di Sophie Kinsella e Fabio Volo, sono i generi che preferisco.

L'amore ... Che gran casino
di Antonietta Agostini
Aletti Editore
Marta è una venticinquenne libera e spensierata che passa le sue giornate con le sue inseparabili amiche, condividendo con loro tutto, soprattutto il suo disperato bisogno di trovare l'amore.
Finalmente trova il ragazzo dei suoi sogni, Leonardo. Ma quando tutto sembra andare bene tra di loro incontra Tommaso che le stravolgerà la vita e la sua storia d'amore. Si ritroverà di fronte a un bivio, scegliere fra due amori, mettendo in discussione anche le sue amicizie.

L’amore... All’improvviso
di Antonietta Agostini
Youcanprint
Marta finalmente vive la sua storia d'amore con Tommaso, una storia tormentata dalle sue solite insicurezze che la porteranno a fare continui passi sbagliati e per di più nella direzione opposta a quelli di Tommaso. Questa volta a distruggere la loro storia d'amore non sarà lei con i suoi sbagli, ma delle rivelazioni che la metteranno davanti a delle scelte difficili provocando in lei la paura di non riuscire ad amare ancora.
Sarà vero che l'amore a volte arriva così, all'improvviso? O forse, l'amore vero non esiste?

L’Autore
Antonietta Agostini nasce a Roma nel 1982, a Centocelle. Scrittrice per passione. Autrice del romanzo "L'amore...che gran casino" edito con Aletti Editore nel 2010. Le sue passioni sono il cinema, la musica, e gli animali. Adora Londra, e il suo sogno è di trasferirsi lì...
La sua passione per la scrittura nasce sin da quando era bambina, sempre con un foglio e una penna tra le mani pronta a scrivere tutto ciò che le veniva in mente, e custodisce ogni cosa scritta in un cassetto.

Per saperne di più visitate anche i suoi siti:
http://antoniettaagostini.blogspot.it/
http://amorechegrancasino.blogspot.it/

LEGGI TUTTO
Ho conosciuto l’autrice che sto per presentarvi curiosando tra i siti che propongono recensioni di libri: il suo delizioso blog, La rubrica di Antonietta, mi ha colpito perché vi traspare un autentico amore per la lettura e la voglia di condividere questa sua passione.
Ma Antonietta Agostini è anche una scrittrice, autrice di due romanzi: “L’amore... che gran casino” e il suo seguito “L’amore... all’improvviso”, appena uscito. Di queste sue grandi passioni – la lettura e la scrittura – ci parla in questa intervista...

Antonietta, ci racconti come hai scoperto il tuo amore per la scrittura?
Nasce sin da quando ero molto piccola, nei ritagli di tempo che riuscivo a dedicarmi in assoluto silenzio alla scrittura, dopo la scuola, o la sera di nascosto, mi mettevo in camera, sola soletta e scrivevo, o almeno ci provavo. Scrivevo di tutto, pensieri ecc. poi ho provato a scrivere delle piccole storie che avessero un senso, e alla fine mi sono cimentata nello scrivere un vero e proprio romanzo. Ho ancora tutti i pezzi di carta messi da parte, e che custodisco con molto amore.

Com’è nata Marta, il tuo personaggio, protagonista di “L’amore... che gran casino” e di “L’amore... all’improvviso”?
Marta inizialmente era nata come un gioco, volevo scrivere la mia storia vissuta con il mio compagno attuale, per ricordare ogni momento passato con lui, poi invece, pensandoci bene mi sono detta “perché raccontare a tutti i fatti miei della nostra storia?”, così alla fine Marta è rimasta, ma con un mix di realtà e invenzione!

La storia di Marta è scritta in prima persona: ti identifichi in lei? O ci sono degli aspetti che vi differenziano?
C’è molto di mio in Marta, il carattere, il modo di relazionarsi con gli altri, di difendere le proprie amicizie, che per me proprio come lei, sono sacre! E soprattutto il modo di fantasticare sull’amore. Infatti proprio per questo ho deciso di scriverlo in prima persona, per far si che i miei pensieri ( Ossia quelli di Marta) sembrassero più realistici.

L’amore è al centro di questi due romanzi... che tipo di messaggio vuoi mandare a questo proposito ai tuoi lettori?
Per me l’amore è tutto, sono sincera, forse lo vivo diversamente dagli altri, nel senso che penso che l’amore non è sempre tutto rose e fiore, per me ha mille sfaccettature, a volte meravigliose, a volte catastrofiche. Perché secondo me non esiste l’amore perfetto, come quello che fanno vedere nei film! Ai lettori voglio solo far sapere il mio pensiero su questo sentimento. 

Ci racconti le tue esperienze nel mondo dell’editoria?

Pensavo andasse molto meglio sinceramente, e credimi sto ancora cercando di capire bene i meccanismi!

Per questo secondo romanzo hai scelto l’autopubblicazione... come sei arrivata a questa decisione?
Ho deciso di autopubblicarmi perché vorrei curare personalmente le mie opere, e farò lo stesso anche con il terzo romanzo che sto scrivendo. Trovo che sia più gratificante per me fare tutto da sola, anche perché alla fine se non hai alle spalle una casa editrice abbastanza grande, ti ritrovi lo stesso a dover curare i tuoi interessi, come programmare presentazioni e farti pubblicità.

Oltre che scrittrice, sei anche autrice di un bel blog, La rubrica di Antonietta, dove recensisci libri: quali sono le storie che ti appassionano di più e quali pensi sia l’aspetto più importante in un romanzo?
Dedico tutta me stessa alla mia rubrica, non solo per me, ma anche per gli autori che mi danno la possibilità di recensire le loro opere, mi fanno entrare in qualche modo nel loro mondo, perché penso che ogni autore abbia un proprio mondo da far conoscere e lo fa esternando le proprie emozioni nei loro romanzi, riuscendo poi a trasmetterle ai lettori. Per me un libro per essere completo deve essere ironico, ricco di colpi di scena, e soprattutto non deve essere scontato. Adoro la scrittura di Sophie Kinsella e Fabio Volo, sono i generi che preferisco.

L'amore ... Che gran casino
di Antonietta Agostini
Aletti Editore
Marta è una venticinquenne libera e spensierata che passa le sue giornate con le sue inseparabili amiche, condividendo con loro tutto, soprattutto il suo disperato bisogno di trovare l'amore.
Finalmente trova il ragazzo dei suoi sogni, Leonardo. Ma quando tutto sembra andare bene tra di loro incontra Tommaso che le stravolgerà la vita e la sua storia d'amore. Si ritroverà di fronte a un bivio, scegliere fra due amori, mettendo in discussione anche le sue amicizie.

L’amore... All’improvviso
di Antonietta Agostini
Youcanprint
Marta finalmente vive la sua storia d'amore con Tommaso, una storia tormentata dalle sue solite insicurezze che la porteranno a fare continui passi sbagliati e per di più nella direzione opposta a quelli di Tommaso. Questa volta a distruggere la loro storia d'amore non sarà lei con i suoi sbagli, ma delle rivelazioni che la metteranno davanti a delle scelte difficili provocando in lei la paura di non riuscire ad amare ancora.
Sarà vero che l'amore a volte arriva così, all'improvviso? O forse, l'amore vero non esiste?

L’Autore
Antonietta Agostini nasce a Roma nel 1982, a Centocelle. Scrittrice per passione. Autrice del romanzo "L'amore...che gran casino" edito con Aletti Editore nel 2010. Le sue passioni sono il cinema, la musica, e gli animali. Adora Londra, e il suo sogno è di trasferirsi lì...
La sua passione per la scrittura nasce sin da quando era bambina, sempre con un foglio e una penna tra le mani pronta a scrivere tutto ciò che le veniva in mente, e custodisce ogni cosa scritta in un cassetto.

Per saperne di più visitate anche i suoi siti:
http://antoniettaagostini.blogspot.it/
http://amorechegrancasino.blogspot.it/

giovedì 14 giugno 2012

15 linee guida per creare una storia

Negli ultimi tempi sono tanti i lettori di questo blog che mi scrivono per chiedermi un consiglio su come organizzare una storia, come trasformare quel qualcosa di vago che gira nella loro testa in un romanzo. All’inizio è proprio così: si hanno mille idee ma non si sa da dove cominciare.
La buona notizia è che tutti gli scrittori hanno questo stesso problema, sopratutto quando sono alle prese con la loro prima opera! Per questo gli esperti di scrittura creativa hanno messo a punto degli elementi chiave che possono aiutarci a creare una storia. Anche se niente può sostituire la nostra creatività e non esistono ricette magiche per costruire una trama, possiamo lasciarci guidare da questi punti fermi.
Si tratta di elementi che sono validi per romanzi, racconti ma anche sceneggiature, insomma per qualsiasi tipo di intreccio abbiate in mente.
  1. La storia ruota intorno a un personaggio – il protagonista – che desidera intensamente qualcosa; o ne ha urgente bisogno; o teme fortemente che qualcosa accada.
  2. L’obiettivo del protagonista non deve essere né troppo facile (perché il lettore si annoierebbe) né impossibile (perché il lettore non si identificherebbe).
  3. L’intensità, l’ossessione, la volontà e la determinazione del protagonista nei confronti del suo obiettivo devono essere ben evidenti al lettore. Mostrate quanto il protagonista tenga al suo sogno.
  4. Il protagonista ha molte difficoltà, resistenze, ostacoli che gli rendono difficile raggiungere il suo obiettivo. 
  5. Concretamente, queste difficoltà sono rappresentate da un antagonista – una persona o più persone – che si oppone. Oppure da ostacoli o da un conflitto interiore.
  6. Il protagonista non deve rimanere inerte, in balia degli eventi, ma cercare soluzioni al suo problema o tentare di realizzare attivamente il suo desiderio. 
  7. Il protagonista cerca inizialmente la soluzione più facile per raggiungere il suo obiettivo, senza riuscirci. 
  8. Vari fallimenti sono parte integrante del percorso del protagonista. 
  9. Il carattere, la personalità, le qualità e i difetti del protagonista hanno una parte importante nella storia, ne determinano il corso. 
  10. Il lettore viene costantemente lasciato nell’incertezza sul futuro, su una possibile risoluzione o meno della vicenda. 
  11. E’ importante far conoscere al lettore cosa potrebbe accadere se il protagonista non ottenesse quello che desidera: bisogna rendere ben chiara qual è la “posta in gioco”. 
  12. Gli altri personaggi possono aiutare o creare ostacoli al protagonista. Meglio però che entrino spesso in conflitto (verbale) con lui.
  13. Le difficoltà nel corso della storia di moltiplicano e assumono varie forme nel corso della storia, fino a quando, verso la metà della vicenda, la posta in gioco si alza. Raggiungere l'obiettivo iniziale diventa molto più importante, possibilmente vitale.
  14. La soluzione finale evolve in modo naturale con il progredire della storia, senza forzature o espedienti esterni. 
  15. Il personaggio cambia alla fine, psicologicamente e a volte persino fisicamente.
Questi punti servono solo a guidare la fantasia, a incanalare ciò che vogliamo raccontare. Non sono un vincolo né una forma di artificio anche se possono diventare artificiosi come in alcune produzioni (avete presente certi film?) dove certe storie sono tutte troppo simili, piene di luoghi comuni, eventi e relazioni trite e ritrite.
Spero in ogni caso che possano essere una piccola bussola per non perdervi strada facendo...

Anima di carta

LEGGI TUTTO
Negli ultimi tempi sono tanti i lettori di questo blog che mi scrivono per chiedermi un consiglio su come organizzare una storia, come trasformare quel qualcosa di vago che gira nella loro testa in un romanzo. All’inizio è proprio così: si hanno mille idee ma non si sa da dove cominciare.
La buona notizia è che tutti gli scrittori hanno questo stesso problema, sopratutto quando sono alle prese con la loro prima opera! Per questo gli esperti di scrittura creativa hanno messo a punto degli elementi chiave che possono aiutarci a creare una storia. Anche se niente può sostituire la nostra creatività e non esistono ricette magiche per costruire una trama, possiamo lasciarci guidare da questi punti fermi.
Si tratta di elementi che sono validi per romanzi, racconti ma anche sceneggiature, insomma per qualsiasi tipo di intreccio abbiate in mente.
  1. La storia ruota intorno a un personaggio – il protagonista – che desidera intensamente qualcosa; o ne ha urgente bisogno; o teme fortemente che qualcosa accada.
  2. L’obiettivo del protagonista non deve essere né troppo facile (perché il lettore si annoierebbe) né impossibile (perché il lettore non si identificherebbe).
  3. L’intensità, l’ossessione, la volontà e la determinazione del protagonista nei confronti del suo obiettivo devono essere ben evidenti al lettore. Mostrate quanto il protagonista tenga al suo sogno.
  4. Il protagonista ha molte difficoltà, resistenze, ostacoli che gli rendono difficile raggiungere il suo obiettivo. 
  5. Concretamente, queste difficoltà sono rappresentate da un antagonista – una persona o più persone – che si oppone. Oppure da ostacoli o da un conflitto interiore.
  6. Il protagonista non deve rimanere inerte, in balia degli eventi, ma cercare soluzioni al suo problema o tentare di realizzare attivamente il suo desiderio. 
  7. Il protagonista cerca inizialmente la soluzione più facile per raggiungere il suo obiettivo, senza riuscirci. 
  8. Vari fallimenti sono parte integrante del percorso del protagonista. 
  9. Il carattere, la personalità, le qualità e i difetti del protagonista hanno una parte importante nella storia, ne determinano il corso. 
  10. Il lettore viene costantemente lasciato nell’incertezza sul futuro, su una possibile risoluzione o meno della vicenda. 
  11. E’ importante far conoscere al lettore cosa potrebbe accadere se il protagonista non ottenesse quello che desidera: bisogna rendere ben chiara qual è la “posta in gioco”. 
  12. Gli altri personaggi possono aiutare o creare ostacoli al protagonista. Meglio però che entrino spesso in conflitto (verbale) con lui.
  13. Le difficoltà nel corso della storia di moltiplicano e assumono varie forme nel corso della storia, fino a quando, verso la metà della vicenda, la posta in gioco si alza. Raggiungere l'obiettivo iniziale diventa molto più importante, possibilmente vitale.
  14. La soluzione finale evolve in modo naturale con il progredire della storia, senza forzature o espedienti esterni. 
  15. Il personaggio cambia alla fine, psicologicamente e a volte persino fisicamente.
Questi punti servono solo a guidare la fantasia, a incanalare ciò che vogliamo raccontare. Non sono un vincolo né una forma di artificio anche se possono diventare artificiosi come in alcune produzioni (avete presente certi film?) dove certe storie sono tutte troppo simili, piene di luoghi comuni, eventi e relazioni trite e ritrite.
Spero in ogni caso che possano essere una piccola bussola per non perdervi strada facendo...

Anima di carta

lunedì 11 giugno 2012

"L'alba arriva per tutti"

Per scrivere poesie occorre guardare il mondo in un modo un po’ speciale... Bisogna saper trasmettere emozioni con intensità e sensibilità, saper cogliere aspetti che ad altri normalmente sfuggono. Tutto questo, ma anche molto di più si può trovare in “L’alba arriva per tutti”, una raccolta di poesie scritta da Felix Adado e pubblicata da Edizioni Ensemble. Si tratta, infatti, di versi nati da un’esperienza sofferta e drammatica, ma anche ricchi di speranza, così come promette lo stesso titolo del libro, e portatori di un messaggio degno di essere condiviso. Sono versi che raccontano una storia dolorosa ma a lieto fine, parole che sintetizzano un’intera vita.
Felix Adado è nato in Togo ed è arrivato in Italia nel 2005 dal Golfo di Guinea, chiedendo asilo nel nostro Paese e vivendo tre anni da “irregolare”. Un periodo molto duro, come possiamo solo immaginare.
Oggi Felix risiede a Gaeta ed è inserito pienamente nella comunità italiana. Lavora come interprete presso le Commissioni Territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato e collabora con il Movimento Dehoniano Europeo Onlus di Napoli.
Dalla sua vicenda come “clandestino”, comune purtroppo a tanti altri, nascono le poesie di "L’alba arriva per tutti", che rappresentano non soltanto uno squarcio di vita vissuta e riflessioni di un’animo sensibile, ma anche un’importante testimonianza sul tema dell'immigrazione e dell’integrazione.
Dopo aver partecipato a varie iniziative in favore degli stranieri nel nostro Paese, Felix presenterà il suo libro il 12 giugno a Gaeta presso la pinacoteca (ore 18.30), mentre il 13 giugno sarà a Tivoli alle 17.30 presso le Scuderie Estensi.
Vi lascio con alcuni suoi bei versi...

Sotto l’angoscia degli eventi 
in fondo al rovente corpo annerito
con le lacrime di un dolore pellegrino, 
vivo ancora
e non so perché.

Vorrei dedicare la mia vita 
a rendere speciale quella dei
bimbi
che muoiono di fame
e delle anime
in carenza
di cuore. 
Se no, che vivo a fare?
LEGGI TUTTO
Per scrivere poesie occorre guardare il mondo in un modo un po’ speciale... Bisogna saper trasmettere emozioni con intensità e sensibilità, saper cogliere aspetti che ad altri normalmente sfuggono. Tutto questo, ma anche molto di più si può trovare in “L’alba arriva per tutti”, una raccolta di poesie scritta da Felix Adado e pubblicata da Edizioni Ensemble. Si tratta, infatti, di versi nati da un’esperienza sofferta e drammatica, ma anche ricchi di speranza, così come promette lo stesso titolo del libro, e portatori di un messaggio degno di essere condiviso. Sono versi che raccontano una storia dolorosa ma a lieto fine, parole che sintetizzano un’intera vita.
Felix Adado è nato in Togo ed è arrivato in Italia nel 2005 dal Golfo di Guinea, chiedendo asilo nel nostro Paese e vivendo tre anni da “irregolare”. Un periodo molto duro, come possiamo solo immaginare.
Oggi Felix risiede a Gaeta ed è inserito pienamente nella comunità italiana. Lavora come interprete presso le Commissioni Territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato e collabora con il Movimento Dehoniano Europeo Onlus di Napoli.
Dalla sua vicenda come “clandestino”, comune purtroppo a tanti altri, nascono le poesie di "L’alba arriva per tutti", che rappresentano non soltanto uno squarcio di vita vissuta e riflessioni di un’animo sensibile, ma anche un’importante testimonianza sul tema dell'immigrazione e dell’integrazione.
Dopo aver partecipato a varie iniziative in favore degli stranieri nel nostro Paese, Felix presenterà il suo libro il 12 giugno a Gaeta presso la pinacoteca (ore 18.30), mentre il 13 giugno sarà a Tivoli alle 17.30 presso le Scuderie Estensi.
Vi lascio con alcuni suoi bei versi...

Sotto l’angoscia degli eventi 
in fondo al rovente corpo annerito
con le lacrime di un dolore pellegrino, 
vivo ancora
e non so perché.

Vorrei dedicare la mia vita 
a rendere speciale quella dei
bimbi
che muoiono di fame
e delle anime
in carenza
di cuore. 
Se no, che vivo a fare?

giovedì 7 giugno 2012

Analizzatore di leggibilità

Sono sicura che ognuno di noi “fissati con la scrittura” ha il suo personale Lettore, la persona di cui si fida ciecamente e alla quale affida il suo prezioso scritto per la prima volta, attendendo trepidante il suo giudizio. Anche io in effetti ce l’ho! Ovviamente non vado da questo mio personalissimo editor a chiedergli “cosa ne pensi?” ogni volta che scrivo qualcosa... Pensate, però, a quanto sarebbe bello se qualcuno inventasse uno strumento al quale poter sottoporre le cose che scriviamo, senza che questo sbuffi o ci mandi a quel paese? Per il momento esiste qualcosa che vi si avvicina, in pratica un sistema che analizza un testo e ci aiuta a capire se quello che abbiamo scritto è leggibile con facilità oppure no.
Si chiama indice di leggibilità e potete trovarlo qui: Leggibilità testo. Questo servizio di valutazione on-line fa parte di un sito molto interessante, Labs Traslated, un centro di ricerca dove informatici e linguisti lavorano per insegnare ai computer ad esprimersi come esseri umani.

Per quanto riguarda l’analizzatore di leggibilità in particolare, utilizzarlo è davvero semplice: scrivete o incollate il vostro testo nel box, cliccate su “avvia valutazione” e lui vi darà il suo responso. Oltre a dirvi se il testo è facile, difficile o medio, vi elencherà anche un paio di frasi che giudica “difficili”.

Quanto sia affidabile non lo so, però ho fatto qualche prova e il risultato mi sembra coerente con quanto mi sembrava a un’analisi soggettiva. Forse è opinabile che un testo impegnativo sia giudicato peggiore di uno semplice, però di fatto la semplicità è sempre la strada migliore da prendere quando si scrive, soprattutto se vogliamo che qualcuno legga il nostro testo!

Vi invito anche a scoprire, sempre nello stesso sito, questo altro interessante strumento: Estrazione terminologia, che vi dà la possibilità, sempre inserendo un testo nell'apposita area, di analizzarne le parole chiave, i termini identificativi dell'argomento. Penso che possa essere un buon modo per capire se abbiamo usato la terminologia più corretta in merito a un determinato tema.

E voi avete provato a testare il vostro modo di scrivere?

Anima di carta
LEGGI TUTTO
Sono sicura che ognuno di noi “fissati con la scrittura” ha il suo personale Lettore, la persona di cui si fida ciecamente e alla quale affida il suo prezioso scritto per la prima volta, attendendo trepidante il suo giudizio. Anche io in effetti ce l’ho! Ovviamente non vado da questo mio personalissimo editor a chiedergli “cosa ne pensi?” ogni volta che scrivo qualcosa... Pensate, però, a quanto sarebbe bello se qualcuno inventasse uno strumento al quale poter sottoporre le cose che scriviamo, senza che questo sbuffi o ci mandi a quel paese? Per il momento esiste qualcosa che vi si avvicina, in pratica un sistema che analizza un testo e ci aiuta a capire se quello che abbiamo scritto è leggibile con facilità oppure no.
Si chiama indice di leggibilità e potete trovarlo qui: Leggibilità testo. Questo servizio di valutazione on-line fa parte di un sito molto interessante, Labs Traslated, un centro di ricerca dove informatici e linguisti lavorano per insegnare ai computer ad esprimersi come esseri umani.

Per quanto riguarda l’analizzatore di leggibilità in particolare, utilizzarlo è davvero semplice: scrivete o incollate il vostro testo nel box, cliccate su “avvia valutazione” e lui vi darà il suo responso. Oltre a dirvi se il testo è facile, difficile o medio, vi elencherà anche un paio di frasi che giudica “difficili”.

Quanto sia affidabile non lo so, però ho fatto qualche prova e il risultato mi sembra coerente con quanto mi sembrava a un’analisi soggettiva. Forse è opinabile che un testo impegnativo sia giudicato peggiore di uno semplice, però di fatto la semplicità è sempre la strada migliore da prendere quando si scrive, soprattutto se vogliamo che qualcuno legga il nostro testo!

Vi invito anche a scoprire, sempre nello stesso sito, questo altro interessante strumento: Estrazione terminologia, che vi dà la possibilità, sempre inserendo un testo nell'apposita area, di analizzarne le parole chiave, i termini identificativi dell'argomento. Penso che possa essere un buon modo per capire se abbiamo usato la terminologia più corretta in merito a un determinato tema.

E voi avete provato a testare il vostro modo di scrivere?

Anima di carta

lunedì 4 giugno 2012

Intervista a Paolo Francesco Steri

L'intervista di questa settimana mi sta particolarmente a cuore ed è dedicata allo scrittore Paolo Francesco Steri. Medico e grande appassionato di musica classica, è autore di oltre una decina di libri, tutti ricchi di sensibilità e specchio di un animo profondo.
Gli ho rivolto qualche domanda sulla sua esperienza di scrittore...

Come hai scoperto la passione per la scrittura?
Ho scoperto la mia passione per la scrittura scrivendo brevi lettere a mia moglie Florenza, nonchè riflessioni e un capillare lavoro di ricerca autobiografica, ma la mia passione per la scrittura nasce soprattutto dalla libertà assoluta che conferisce al pensiero umano, al di là d'ogni condizionamento culturale e storico.

Fino a questo momento hai scritto e pubblicato romanzi molto diversi fra loro, cosa accomuna tutte queste storie?
Penso che uno scrittore debba mantenere un approccio olistico alla materia letteraria che plasma attraverso la sua personale concezione del mondo e della vita, in ogni modo il comun denominatore dei miei scritti vuole essere il viaggio introspettivo nel mistero dell'anima umana, la ricerca di un significato autentico per la nostra straordinaria vicenda, di una catarsi individuale e collettiva.

Com’è cambiata la tua scrittura nel tempo?
Penso che un buon scrittore si diventa nel tempo, scrivendo la forma cambia, si viene sempre più incontro alle esigenze pratiche dell'interlocutore, perchè si scrive per amore e non per mero e sterile esercizio intellettuale. Scrivere è esercizio di comunicazione.

Quale pensi sia l’aspetto più importante nei tuoi romanzi?
Sicuramente l'aspetto esistenziale, i protagonisti sono sempre impegnati nella ricerca di un significato autentico che sempre di più viene ad identificarsi nella fede e nell'amore.

Secondo te è fondamentale pubblicare per uno scrittore o credi che la cosa più importante rimanga scrivere per se stessi?
Credo che sia fondamentale non lasciar morire nel cassetto della propria scrivania idee che potrebbero aiutare l'umanità. Pubblicare è un dovere morale di ogni scrittore.

Qual è il tuo rapporto con i protagonisti delle storie che scrivi? Ti identifichi in loro?
Ovviamente ci sono dei risvolti autobiografici, è inevitabile che sia così, ma dobbiamo sforzarci di cercare l'oggettività, chiederci cosa farei io se fossi al posto del protagonista. Dobbiamo inseguire la realtà, perchè è fin troppo facile incorrere nell'errore di scrivere cose estranee ad essa. In questo la nostra esperienza personale può rivelarsi preziosa.

Che consigli daresti a chi si affaccia per la prima volta nel mondo editoriale? 
Non è facile emergere dall'anonimato, oggi molti sognano di diventare scrittori, in un mondo che da sempre meno importanza alla carta stampata. Il consiglio che darei è di considerare la propria una vera missione perchè dobbiamo convincere la gente che un romanzo può dare molto di più di qualsiasi altro strumento di comunicazione. Consiglio ancora di essere tenaci e perseveranti, di credere in ciò che si fa e di non lasciarsi scoraggiare dall'indifferenza.

Ringrazio Paolo per aver risposto alle mie domande. Per la sua intervista ho scelto di inserire l'immagine di copertina del suo ultimo libro pubblicato, ma potete scoprire e acquistare le altre pubblicazioni sul sito dell'editore MJM oppure su IBS.

L'Autore
Paolo Francesco Steri, medico nefrologo, è nato a Formia nel 1972 e risiede a Gaeta. Svolge l’attività di direzione sanitaria presso il centro Dialisi Diaverum di Fondi. Come scrittore ha pubblicato già dodici romanzi brevi, dei quali sette con MJM: Il Gabbiano Lezioni di volo (MJM - 2008), Come Pellicani, Requiem per una foglia autunnale, Il Canto del Cigno, La Grandezza del vostro amore (MJM - 2009), Mater aurunca, Sinfonia d’autunno (MJM - 2010), Come la pupilla dei tuoi occhi (MJM - 2010), Gli uomini ci perseguitano, ma Dio ci, protegge (MJM - 2010), Vite sul filo del rasoio (MJM - 2010), La Passione di Cristo secondo Simone (MJM - 2011).
Da pubblicare ancora negli anni a venire una quarantina di testi su molteplici argomenti.

LEGGI TUTTO
L'intervista di questa settimana mi sta particolarmente a cuore ed è dedicata allo scrittore Paolo Francesco Steri. Medico e grande appassionato di musica classica, è autore di oltre una decina di libri, tutti ricchi di sensibilità e specchio di un animo profondo.
Gli ho rivolto qualche domanda sulla sua esperienza di scrittore...

Come hai scoperto la passione per la scrittura?
Ho scoperto la mia passione per la scrittura scrivendo brevi lettere a mia moglie Florenza, nonchè riflessioni e un capillare lavoro di ricerca autobiografica, ma la mia passione per la scrittura nasce soprattutto dalla libertà assoluta che conferisce al pensiero umano, al di là d'ogni condizionamento culturale e storico.

Fino a questo momento hai scritto e pubblicato romanzi molto diversi fra loro, cosa accomuna tutte queste storie?
Penso che uno scrittore debba mantenere un approccio olistico alla materia letteraria che plasma attraverso la sua personale concezione del mondo e della vita, in ogni modo il comun denominatore dei miei scritti vuole essere il viaggio introspettivo nel mistero dell'anima umana, la ricerca di un significato autentico per la nostra straordinaria vicenda, di una catarsi individuale e collettiva.

Com’è cambiata la tua scrittura nel tempo?
Penso che un buon scrittore si diventa nel tempo, scrivendo la forma cambia, si viene sempre più incontro alle esigenze pratiche dell'interlocutore, perchè si scrive per amore e non per mero e sterile esercizio intellettuale. Scrivere è esercizio di comunicazione.

Quale pensi sia l’aspetto più importante nei tuoi romanzi?
Sicuramente l'aspetto esistenziale, i protagonisti sono sempre impegnati nella ricerca di un significato autentico che sempre di più viene ad identificarsi nella fede e nell'amore.

Secondo te è fondamentale pubblicare per uno scrittore o credi che la cosa più importante rimanga scrivere per se stessi?
Credo che sia fondamentale non lasciar morire nel cassetto della propria scrivania idee che potrebbero aiutare l'umanità. Pubblicare è un dovere morale di ogni scrittore.

Qual è il tuo rapporto con i protagonisti delle storie che scrivi? Ti identifichi in loro?
Ovviamente ci sono dei risvolti autobiografici, è inevitabile che sia così, ma dobbiamo sforzarci di cercare l'oggettività, chiederci cosa farei io se fossi al posto del protagonista. Dobbiamo inseguire la realtà, perchè è fin troppo facile incorrere nell'errore di scrivere cose estranee ad essa. In questo la nostra esperienza personale può rivelarsi preziosa.

Che consigli daresti a chi si affaccia per la prima volta nel mondo editoriale? 
Non è facile emergere dall'anonimato, oggi molti sognano di diventare scrittori, in un mondo che da sempre meno importanza alla carta stampata. Il consiglio che darei è di considerare la propria una vera missione perchè dobbiamo convincere la gente che un romanzo può dare molto di più di qualsiasi altro strumento di comunicazione. Consiglio ancora di essere tenaci e perseveranti, di credere in ciò che si fa e di non lasciarsi scoraggiare dall'indifferenza.

Ringrazio Paolo per aver risposto alle mie domande. Per la sua intervista ho scelto di inserire l'immagine di copertina del suo ultimo libro pubblicato, ma potete scoprire e acquistare le altre pubblicazioni sul sito dell'editore MJM oppure su IBS.

L'Autore
Paolo Francesco Steri, medico nefrologo, è nato a Formia nel 1972 e risiede a Gaeta. Svolge l’attività di direzione sanitaria presso il centro Dialisi Diaverum di Fondi. Come scrittore ha pubblicato già dodici romanzi brevi, dei quali sette con MJM: Il Gabbiano Lezioni di volo (MJM - 2008), Come Pellicani, Requiem per una foglia autunnale, Il Canto del Cigno, La Grandezza del vostro amore (MJM - 2009), Mater aurunca, Sinfonia d’autunno (MJM - 2010), Come la pupilla dei tuoi occhi (MJM - 2010), Gli uomini ci perseguitano, ma Dio ci, protegge (MJM - 2010), Vite sul filo del rasoio (MJM - 2010), La Passione di Cristo secondo Simone (MJM - 2011).
Da pubblicare ancora negli anni a venire una quarantina di testi su molteplici argomenti.

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